Investimenti record e nuovi progetti estrattivi segnano il rilancio dello Stato americano come fonte sicura, mentre la carenza di gas globale riaccende i riflettori sul maxi-piano per il GNL.
Le grandi multinazionali del settore energetico stanno spostando massicciamente i propri capitali verso l’estremo Nord, riscoprendo l’Alaska come un bastione di sicurezza in un momento di estrema fragilità delle forniture globali. Spinte dalla crisi energetica senza precedenti innescata dal conflitto in Medio Oriente, aziende del calibro di Exxon, Shell, ConocoPhillips e Santos hanno deciso di intensificare le attività estrattive in un’area che, fino a pochi anni fa, era considerata troppo onerosa o politicamente complessa.
La necessità di individuare fonti di approvvigionamento stabili a lungo termine ha trasformato quello che i dirigenti del settore definiscono un “ritorno al futuro”, riportando l’attenzione su giacimenti convenzionali capaci di garantire flussi costanti di idrocarburi.
OFFERTE RECORD PER LE NUOVE CONCESSIONI NELL’ARTICO
Il segnale più evidente di questo mutamento di rotta è arrivato all’inizio di maggio, quando il Bureau of Land Management ha messo all’asta la concessione di 625 appezzamenti di terreno nella Riserva Petrolifera Nazionale, coprendo una superficie di circa 5,5 milioni di acri. L’esito dell’operazione è stato sorprendente: le offerte totali hanno raggiunto la cifra record di 163 milioni di dollari. Tra i protagonisti della gara figurano colossi storici che in passato avevano ridotto la propria presenza, come Exxon e Shell, affiancati da Repsol, ConocoPhillips e l’australiana Santos.
“Sembra quasi una rinascita dell’Alaska”, ha commentato Ryan Lance, amministratore delegato di ConocoPhillips, in una dichiarazione riportata da Bloomberg. Secondo Lance, le aziende stanno tornando in territori consolidati per soddisfare una domanda mondiale crescente che il mercato non riesce più a colmare con le sole risorse esistenti.
PROGETTI WILLOW E PIKKA: IL MOTORE DELLA RISCOSSA
Al centro di questa nuova fase operativa ci sono due iniziative di vasta scala: i progetti Willow e Pikka. Il primo, gestito da ConocoPhillips, ha ottenuto il via libera definitivo dall’amministrazione Biden nonostante le forti resistenze dei movimenti ambientalisti. Situato nella Riserva Petrolifera Nazionale, Willow ha una capacità produttiva stimata in 160.000 barili al giorno e viene considerato fondamentale per garantire la sostenibilità economica dell’oleodotto Trans-Alaska attraverso la creazione di nuovi posti di lavoro.
Parallelamente, la società Santos ha recentemente avviato la produzione commerciale nel sito di Pikka, che dovrebbe aggiungere ulteriori 80.000 barili al giorno al bilancio energetico statale entro il terzo trimestre di quest’anno. Si tratta di volumi significativi che puntano a invertire un declino ventennale: dai 2 milioni di barili al giorno estratti durante il picco storico, la produzione era infatti scivolata sotto la soglia dei 600.000 barili.
UN CAMBIO DI PARADIGMA TRA COSTI E GEOPOLITICA
Il ritorno delle Big Oil è dettato da una brutale realtà di mercato. Secondo le stime attuali, nel prossimo futuro verranno a mancare circa 14-15 milioni di barili di greggio al giorno a causa delle tensioni geopolitiche internazionali. Questo vuoto ha reso accettabili costi di esplorazione che prima apparivano fuori mercato rispetto allo shale gas. Bruce Dingeman, vicepresidente di Santos, ha sottolineato a Bloomberg come la partecipazione di Shell ed Exxon all’ultima asta rappresenti “un voto di fiducia nella geologia e nel giacimento, ma anche nel fatto che la riforma normativa consentirà la prosecuzione di uno sviluppo responsabile”.
Anche dal fronte ambientalista la percezione è mutata: un esponente del Natural Resources Defense Council ha descritto il clima attuale come una vera e propria “mentalità da corsa all’oro”, evidenziando come l’urgenza energetica stia superando le preoccupazioni ecologiche che per anni avevano limitato l’espansione dei siti estrattivi.
L’ALASKA LNG: LA NUOVA FRONTIERA DEL GAS LIQUEFATTO
L’ambizione energetica della regione non si limita al petrolio, ma abbraccia anche il gas naturale. Il blocco dello Stretto di Hormuz, che ha messo fuori gioco circa il 20% dell’offerta globale di GNL (Gas Naturale Liquefatto), ha ridato slancio all’imponente progetto di esportazione dell’Alaska. L’infrastruttura, il cui costo è stimato intorno ai 40 miliardi di dollari, era stata a lungo accantonata perché ritenuta troppo costosa.
Tuttavia, con gli acquirenti asiatici costretti a inseguire carichi spot a prezzi altissimi, l’opportunità di disporre di un polo del gas nel Pacifico settentrionale è diventata una priorità strategica. L’Alaska si riafferma così come un hub indispensabile per la sicurezza dell’Occidente e dei mercati orientali, smentendo le previsioni che vedevano il futuro del settore confinato esclusivamente ai giacimenti non convenzionali.


