Lo studio Afry rivela il blackout infrastrutturale tedesco: 140 GW di rinnovabili e 130 GW di batterie sono fermi. Il Ministero dell’Economia prepara riforme per tagliare i tempi di attesa e i costi del sistema.
La transizione energetica tedesca corre sempre più veloce sul fronte degli investimenti, ma rischia di rallentare proprio dove l’elettricità dovrebbe trovare la sua strada verso consumatori e imprese. Lo studio della società scandinava di consulenza e ingegneria Afry, che ha comparato la situazione in otto paesi europei, ha trovato larga eco in Germania e a fornito la base per un’ampia analisi specifica sul caso tedesco pubblicata dall’Handelsblatt.
Secondo gli analisti scandinavi, a Berlino e dintorni la carenza di capacità nelle reti di distribuzione sta impedendo la realizzazione di progetti per 140 gigawatt di energia rinnovabile e 130 gigawatt di sistemi di accumulo a batteria. Un volume che supera di gran lunga la capacità eolica onshore oggi installata in Germania, pari a circa 69 gigawatt, e che corrisponde a investimenti potenzialmente bloccati per 45 miliardi di euro.
IL COLLO DI BOTTIGLIA DELLA DISTRIBUZIONE
Lo studio, commissionato dalla rete europea Beyond Fossil Fuels (Bff), che riunisce organizzazioni impegnate nell’uscita dai combustibili fossili, descrive uno scenario europeo di congestione diffusa. In esso, la Repubblica Federale Tedesca si colloca al centro della crisi infrastrutturale europea, registrando i dati più allarmanti.
Al centro del problema vi sono le reti di distribuzione, responsabili del trasporto dell’elettricità a livello locale e regionale. In Germania il sistema è gestito da circa 850 operatori, tra cui numerose aziende municipalizzate. Si tratta di una struttura distinta da quella delle reti di trasmissione, le grandi “autostrade elettriche” nazionali gestite da 50Hertz, Amprion, Tennet e Transnet BW.
Secondo Handelsblatt, le difficoltà sono note da tempo. Sebbene siano previsti investimenti per centinaia di miliardi di euro nei prossimi anni, l’espansione procede lentamente.
Tra le principali criticità figurano le procedure autorizzative, che possono richiedere da cinque a sette anni. A differenza delle reti di trasmissione, quelle di distribuzione non godono infatti dello status giuridico di “opera di interesse pubblico preminente”, una classificazione che consentirebbe iter più rapidi e una maggiore priorità nelle valutazioni amministrative.
LA CORSA AGLI ALLACCIAMENTI
Un ulteriore elemento di pressione deriva dalla crescita delle richieste di connessione alla rete. Il forte calo dei costi delle batterie ha alimentato una vera corsa agli allacciamenti da parte delle aziende interessate a sviluppare grandi impianti di accumulo. Questi sistemi sono considerati strategici per la stabilità della rete, poiché possono immagazzinare l’energia in eccesso e immetterla di nuovo nei momenti di maggiore domanda, contribuendo a ridurre le congestioni.
Gli operatori di rete sostengono tuttavia che molte domande vengano presentate senza una reale valutazione delle condizioni locali o senza la certezza che i progetti saranno effettivamente realizzati. Nonostante ciò, le richieste devono essere trattate secondo criteri di non discriminazione.
Per Imke Irmer dell’organizzazione ambientalista Deutsche Umwelthilfe (Duh), l’indagine Afry fotografa soltanto una parte del fenomeno. Oltre ai progetti energetici, anche numerose aziende manifatturiere sarebbero costrette ad attendere fino a dieci anni per ottenere un collegamento elettrico sufficiente ad avviare processi di elettrificazione industriale.
LA RIFORMA DEL GOVERNO
Per affrontare la situazione, la ministra dell’Economia Katherina Reiche sta preparando un pacchetto di riforme dedicato alle reti. Uno dei punti più discussi è l’introduzione della cosiddetta riserva di ridispacciamento. Nelle aree caratterizzate da forti congestioni, i nuovi impianti eolici e fotovoltaici non riceverebbero più compensazioni economiche qualora fossero costretti a interrompere la produzione a causa di limiti della rete.
La proposta ha suscitato critiche da parte di organizzazioni ambientaliste, operatori del settore e anche di alcuni esponenti della coalizione di governo. Secondo i detrattori, il nuovo sistema aumenterebbe i rischi finanziari per gli investitori e potrebbe rallentare ulteriormente lo sviluppo delle energie rinnovabili.
Nel dibattito sta emergendo anche una soluzione alternativa, conclude l’analisi dell’Handelsblatt: il modello della “potenza di connessione a servizio del sistema”. L’idea prevede che i nuovi impianti dispongano di una capacità di connessione garantita inferiore alla loro potenza nominale, mentre l’energia eccedente dovrebbe essere gestita attraverso sistemi di accumulo o altre soluzioni flessibili. Secondo i sostenitori, questo approccio consentirebbe di evitare il sovradimensionamento delle reti e di ridurre fino a 120 miliardi di euro i costi complessivi del sistema energetico.


