Mentre i data center per l’intelligenza artificiale fanno impennare i costi delle industrie tradizionali negli Stati Uniti,la crisi dello Stretto di Hormuz accelera il boom del solare in Asia e spinge i consumatori verso il risparmio delle auto elettriche. I fatti della settimana di Marco Orioles
Il panorama energetico internazionale sta attraversando una profonda ridefinizione strutturale, spinto contemporaneamente dall’espansione tecnologica e dalle turbolenze geopolitiche. Nel cuore industriale degli Stati Uniti, le fabbriche tradizionali si trovano a fare i conti con rincari senza precedenti delle bollette elettriche, causati dalla domanda idrovora dei data center legati all’intelligenza artificiale. Nella regione servita da PJM Interconnection, i prezzi di disponibilità energetica (capacity) sono balzati di oltre il 1.000%, costringendo storiche realtà manifatturiere a contrarre i margini, aumentare i prezzi o valutare soluzioni estreme come il trasferimento o il passaggio al gas naturale. Parallelamente, la vulnerabilità dei combustibili fossili ha provocato un cambio di paradigma in Asia. Il blocco strategico dello Stretto di Hormuz, che prima della crisi convogliava verso i mercati orientali la stragrande maggioranza del petrolio e del gas in transito, ha inizialmente causato pesanti razionamenti e misure d’emergenza nel Sud-Est asiatico. Tuttavia, questa crisi ha accelerato una massiccia transizione verso il solare decentralizzato sui tetti in paesi come le Filippine e la Malesia, trasformando l’energia pulita da una scelta etica a una necessità di sicurezza nazionale ed economica, con un conseguente rafforzamento commerciale della Cina come principale fornitore tecnologico. Negli Stati Uniti, le medesime tensioni internazionali e il conseguente rincaro della benzina stanno invece premiando il mercato delle auto elettriche (EV). Chi sceglie di abbandonare i motori termici registra un risparmio medio sul carburante di circa 1.500 dollari all’anno, con picchi che superano i 2.000 dollari negli stati dell’Ovest, come l’Oregon e Washington. In queste aree, la forte presenza di fonti rinnovabili locali garantisce elettricità a basso costo, rendendo il passaggio all’elettrico una scelta dettata dalla pura convenienza economica e dalla ricerca di stabilità finanziaria a lungo termine.
L’IMPATTO DEI DATA CENTER SUI COSTI ENERGETICI DELLE FABBRICHE AMERICANE
Da anni la Belden Brick Company, storica fabbrica di mattoni dell’Ohio, pagava bollette elettriche stabili. L’anno scorso però è arrivato un aumento del 90% soprattutto, sottolinea Reuters, per via della domanda esplosa dai data center legati all’IA. Il costo applicato in bolletta per garantire la disponibilità continua di energia elettrica è schizzato da 1.600 a 12.000 dollari al mese. In tutto il cuore industriale americano, soprattutto nella regione servita da PJM Interconnection, i costi energetici per le fabbriche stanno salendo molto più velocemente che per le famiglie. Le cause principali sono la crescita rapidissima dei data center e la capacità di produzione che non tiene il passo. Solo per PJM i prezzi di capacity sono passati da 29 a 329 dollari per megawatt al giorno: un balzo di oltre il 1.000%. Per i produttori tradizionali, che lavorano con margini già sottili e consumano tanta energia, anche un aumento dell’1-2% può fare la differenza tra sopravvivere e chiudere. Belden ha dovuto alzare i prezzi del 4%, ma i profitti sono calati lo stesso. Altre aziende stanno valutando soluzioni estreme: passare al gas naturale, spostare la produzione nei turni notturni quando l’energia costa meno, installare generatori propri o addirittura trasferirsi. Il problema è che spesso le regole pensate per far pagare di più i colossi tech finiscono per colpire anche le fabbriche di medie dimensioni, messe nella stessa categoria. I governi statali e quello federale stanno cercando di proteggere i consumatori domestici, ma i produttori si sentono schiacciati in mezzo. Alcuni esperti dicono che i data center stanno finalmente costringendo il sistema a investire nella rete, ma nel frattempo le conseguenze immediate ricadono sulle industrie tradizionali. Il presidente Trump ha promesso misure per tutelare i produttori, ma la situazione resta tesa. Come dice Brad Belden, quinta generazione alla guida dell’azienda di famiglia: “La manifattura va dove va l’energia”. Se i costi continuano a salire, molte aziende del Midwest rischiano di emigrare in massa.
LA CRISI DI HORMUZ ACCELERA LA TRANSIZIONE ENERGETICA IN ASIA
Il blocco dello Stretto di Hormuz ha colpito duramente i mercati asiatici. Prima della guerra, un quinto del petrolio e gas mondiale passava da lì ogni giorno, diretto soprattutto verso est. In particolare l’80% del petrolio che transitava dallo Stretto e il 90% del gas finivano in Asia. Quando il flusso si è interrotto, il contraccolpo è stato immediato, sottolinea Oilprice.com: prezzi alle stelle, emergenze energetiche come quella dichiarata dalle Filippine a marzo, razionamenti, smart working obbligatorio e persino settimane lavorative di quattro giorni in vari Paesi del Sud-Est Asiatico. Proprio questa vulnerabilità ha innescato però una reazione positiva. Il solare sui tetti sta esplodendo nelle Filippine, Indonesia, Cambogia e Malesia. La gente cerca soluzioni alternative di fronte a prezzi impazziti e reti instabili, e questo fenomeno riflette un cambiamento più profondo a livello globale. Fino a poco tempo fa i combustibili fossili erano sinonimi di sicurezza energetica, mentre le rinnovabili venivano viste come intermittenti e rischiose. Oggi la narrazione si è ribaltata. Come ha affermato David Frykman di Norrsken, “vento e solare non possono essere messi sotto embargo o bloccati da una potenza straniera”. Ogni chilowattora prodotto in casa è energia che nessuno può usare come arma. A differenza del petrolio, concentrato in pochi Paesi e passaggi obbligati come Hormuz, il solare è decentralizzato e può essere generato praticamente ovunque. Inoltre è ormai la forma di energia più economica al mondo. Non si tratta più solo di ambiente: è convenienza economica e geopolitica pura. La transizione non è più ormai una questione morale, ma di resilienza e stabilità dei prezzi. Questo cambiamento sta rendendo le reti energetiche del Sud-Est Asiatico meno vulnerabili alle turbolenze globali e, allo stesso tempo, sta spostando gli equilibri di potere. La Cina, che domina le catene di fornitura delle tecnologie pulite, ne esce rafforzata. Solo nei primi quattro mesi del 2026 le Filippine sono diventate il secondo mercato di esportazione del solare cinese al mondo.
I PARADISI DELLE EV: DOVE SI RISPARMIA DI PIÙ SUL CARBURANTE NEGLI USA
Quasi 1.500 dollari all’anno. Secondo Bloomberg questo è più o meno il risparmio sul carburante che si ottiene oggi passando da un’auto a benzina a una EV ricaricata a casa negli Stati Uniti. Il vantaggio varia da stato a stato, ma c’è una zona dove è particolarmente marcato: un vasto pezzo dell’Ovest americano, dall’Arizona passando per Utah, Oregon e Nevada. Qui la benzina costa più della media nazionale e l’elettricità meno, grazie soprattutto a idroelettrico, solare ed eolico. A Washington, per esempio, il risparmio arriva a 2.346 dollari l’anno, in Oregon a oltre 2.000. La recente impennata dei prezzi della benzina legata alle tensioni in Medio Oriente ha reso il conto ancora più interessante. “Con la benzina così cara, ovunque si risparmia, ma questi posti sono i migliori”, spiega Corey Cantor della Zero Emission Transportation Association. Certo, le EV costano ancora di più all’acquisto e perdono valore più velocemente, ma richiedono molta meno manutenzione e il carburante resta la voce più costante nel tempo. Molti sottovalutano questa spesa quando guardano solo il prezzo di listino. Non è un caso che la quota di mercato delle EV sia più alta proprio dove benzina cara ed elettricità conveniente si incontrano: parliamo di stati come California, Nevada e Arizona. Sono posti dove il passaggio all’elettrico sta accadendo soprattutto per convenienza economica, non solo per incentivi o ideologia. Lo confermano storie come quella di Corey Crawford, ingegnere del suono a Portland: lui e la moglie sono passati all’elettrico e il loro conto mensile per il carburante è crollato da 200 a 25 dollari. “Vai al distributore e vedi la fila alle pompe, io non ci torno più”. Anche a livello nazionale i numeri sono chiari: quasi un terzo di chi considera un’EV lo fa proprio per il risparmio sul pieno. Nonostante un calo previsto delle vendite delle EV negli Usa nel 2026, l’interesse cresce, soprattutto nel mercato dell’usato. I prezzi dell’elettricità sono saliti ma l’aumento è stato molto più contenuto rispetto alla benzina, perché negli Usa la quota di rinnovabili è in forte crescita, soprattutto all’Ovest. Persino negli stati meno favorevoli, come il New England o alcuni del Midwest, si risparmiano comunque oltre 1.200 dollari l’anno in media.

