Intanto, dopo la sentenza della Corte d’Appello di Milano che impone la chiusura dell’area a caldo, i sindacati Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm hanno proclamato 8 ore di sciopero e assemblee in tutti gli stabilimenti
La chiusura dell’area a caldo imposta dalla Corte d’Appello di Milano costringe il governo a riscrivere la partita dell’Ex Ilva. Anche se gli avvocati sono al lavoro, l’ipotesi di un ricorso straordinario in Cassazione viene considerata poco praticabile.
I tempi stimati arriverebbero fino a 3 anni, incompatibili con la continuità produttiva, mentre le prescrizioni imposte dalla Corte, a partire dalla rimozione dell’amianto confinato negli altoforni, sono ritenute irrealizzabili entro i 90 giorni fissati dal decreto.
Si va quindi verso lo spegnimento dell’area a caldo dello stabilimento e il primo effetto sarà rivedere i termini della gara di vendita, che non riguarderà più l’intero complesso industriale, ma la sola area a freddo.
NELLA NUOVA GARA PER L’EX ILVA ANCHE UNA CORDATA ITALIANA
Uno scenario che, come spiega La Stampa, potrebbe riaprire la strada a una cordata italiana, con il nome di Arvedi che torna a circolare insieme ad altri operatori siderurgici interessati ai laminatoi e agli stabilimenti del Nord.
Il piano di Arvedi, in particolare, prevedeva proprio lo spegnimento dell’area a caldo, il mantenimento in attività dell’area a freddo e degli stabilimenti del Nord, alimentati con bramme acquistate sul mercato, per poi realizzare nel giro di 3-4 anni un forno elettrico destinato a ripristinare la produzione dell’acciaio.
All’epoca quel progetto presupponeva una scelta politica di fermare gli altoforni. Oggi, con lo stop imposto dalla magistratura, quella condizione rappresenta invece il nuovo punto di partenza della gara, rendendo teoricamente più percorribile un’iniziativa di questo tipo. Se sulla carta il nuovo perimetro può apparire più appetibile, però, la sua realizzazione è tutt’altro che scontata.
Il cambio di scenario è stato certificato nel corso dell’incontro di Palazzo Chigi tra governo, commissari e organizzazioni sindacali, convocato inizialmente per discutere la vendita dell’ex Ilva e trasformato dalla decisione dei giudici in un confronto sulle conseguenze della fermata dell’area a caldo.
JINDAL E FLACKS CONFERMANO L’INTERESSE
Intanto, dopo la sentenza della Corte d’Appello, Jindal Steel International ha confermato l’interesse per l’intero perimetro. Il gruppo indiano dovrebbe rifornire Taranto da un nuovo impianto in Oman ma secondo Carlo Mapelli, professore di Siderurgia al Politecnico di Milano, il sito richiede almeno 30 mesi per essere completato.
Nel frattempo, le bramme andrebbero acquistate da altri produttori, a prezzi capaci di ridurre la redditività dei laminatoi. C’è poi la logistica. “I laminatoi possono lavorare fino a 9 milioni di tonnellate di bramme, ma il sistema interno sarebbe attrezzato per trasferirne dal porto circa 900 mila l’anno”, spiega Mapelli, che aggiunge: “per movimentarne 5 o 6 milioni servirebbero nuove gru, treni interni e modifiche ai raccordi e alle pendenze ferroviarie… interventi lunghi e costosi”.
Anche Flacks Group resta in gara con Flacksider, il progetto con Danieli e Metinvest basato su forni elettrici e Dri. Neppure questa soluzione, però, colma il vuoto dei prossimi mesi.
I SINDACATI INDICONO UNO SCIOPERO DI 8 ORE
Il decreto della Corte d’appello di Milano, che dà 90 giorni di tempo per eliminare l’amianto dell’area a caldo, pena la chiusura, sancisce quella che in molti definiscono “una questione di sicurezza nazionale”. I sindacati — Fim Cisl, Fiom Cgil e Uilm — hanno subito proclamato 8 ore di sciopero e assemblee in tutti gli stabilimenti. Chiedono “un piano straordinario per la continuità produttiva, per l’ambientalizzazione e per la difesa dell’occupazione”, ma apprezzano il confronto aperto dal governo e ai tavoli al Mimit ci saranno.
“Non è una situazione normale — spiega Michele De Palma di Fiom — perché chiudere le aree a caldo vuol dire chiudere l’ex Ilva: questo tempo deve servire a garantire lavoratori e soluzioni industriali”.
Il sottosegretario Mantovano ha spiegato che “non vi è alcuna decisione già assunta, né alcun esito prestabilito: saranno prese in esame tutte le ipotesi di lavoro, senza pregiudizi e senza scelte predefinite”. Però, riferendosi al “piano straordinario”, ha chiesto che “non rimanga solo uno slogan, ma si traduca in un progetto concreto. Bisogna definirne con chiarezza i presupposti”.
L’AREA A FREDDO SUSCITA INTERESSE
Tornando alla gara, con l’uscita di scena dell’area a caldo, cambia radicalmente il profilo industriale dell’operazione. Secondo fonti industriali, la sola area a freddo ha sempre suscitato maggiore interesse rispetto all’intero perimetro.
Nelle precedenti manifestazioni di interesse, infatti, gli impianti destinati alla laminazione e gli stabilimenti del Nord avrebbero raccolto più offerte rispetto all’intero complesso. Alimentata con bramme provenienti da altri produttori, questa parte dell’ex Ilva potrebbe continuare ad avere un mercato e consentire a operatori italiani, eventualmente insieme a partner internazionali, di costruire una proposta industriale.
LE CRITICITÀ DELLO STABILIMENTO DI TARANTO
È proprio questo il ragionamento che alimenta le indiscrezioni su una possibile cordata nazionale. Ma la maggiore appetibilità dell’asset non elimina le criticità. Restano infatti aperti nodi industriali e logistici che potrebbero scoraggiare eventuali investitori. Il primo riguarda l’approvvigionamento delle bramme necessarie ad alimentare i laminatoi. Il secondo è quello energetico: l’area a freddo è oggi alimentata in larga parte dall’energia prodotta dall’area a caldo e la sua chiusura impone di individuare rapidamente soluzioni alternative. A questo si aggiunge il tema della bonifica dell’area a caldo, destinata a richiedere tempi e risorse significative.
C’è poi il capitolo occupazionale. La fermata degli impianti rischia di tradursi in migliaia di esuberi – basterebbero al massimo 4 mila persone rispetto alle 9.700 di oggi – e rende inevitabile un confronto con le organizzazioni sindacali. Per questo il governo punta a costruire una posizione condivisa prima di riaprire formalmente la gara. Mantovano ha annunciato la costituzione di un tavolo tecnico con ministeri, Regione Puglia, Comune di Taranto e sindacati, ribadendo che “non è nostra intenzione fasciarci la testa né rassegnarci” e che l’obiettivo è arrivare entro l’inizio di settembre a proposte concrete.
BETTINI (FEDERMECCANICA): “UN OMICIDIO INDUSTRIALE, BISOGNA NAZIONALIZZARE”
Per Silvano Simone Bettini, presidente di Federmeccanica, l’ex Ilva “è un pezzo della sicurezza industriale del Paese. L’Italia non ha materie prime: l’Ilva, per decenni, è stata la nostra materia prima strategica. Da lì sono nate filiere intere che usano laminati piani e che esportano nel mondo. Senza, ci condanniamo a comprare fuori gran parte dell’acciaio che serve a costi alti e con effetti negativi”.
Secondo Bettini, “per proteggere l’Europa dall’acciaio cinese, indiano o coreano si sono create barriere; ma se l’Ilva non produce, l’Italia deve importare di più pagando di più. Già oggi prendiamo da fuori circa sette milioni di tonnellate di laminati piani; se aggiungiamo i volumi che Taranto non farebbe più, il costo esplode”.
Se si spengono gli altoforni, prosegue il presidente di Federmeccanica, “non vanno a casa solo quelli dell’area a caldo: si ferma tutto il resto. I laminatoi senza colata che cosa fanno? Per me è un omicidio industriale, non so definirlo in altro modo. Poi certo, bisogna anche andare verso l’acciaio green e i forni elettrici. Il governo Draghi aveva previsto un miliardo e una società ad hoc, poi non è successo nulla”.
Una soluzione, conclude Bettini, potrebbe essere “nazionalizzare, come ha fatto il Regno Unito con British Steel: se per gli inglesi l’acciaio è un asset strategico, perché per noi no?”.

