Ogni Paese può indicare il proprio percorso per il raggiungimento degli obiettivi, tramite i piani di ristrutturazione, che andavano recapitati in bozza a Bruxelles entro la fine del 2025 e che andranno approvati nella propria versione finale entro la fine del 2026
Un terzo pubblico e due terzi privato. È all’incirca questa la ripartizione degli oneri legati ai piani di ristrutturazione degli immobili, attuativi della direttiva “Case green”, più tecnicamente nota come Energy Performance of Buildings Directive (EPBD), che sta emergendo dai piani recapitati in questi mesi a Bruxelles.
A certificarlo è un documento del JRC (Joint Research Centre), il servizio scientifico e di ricerca che supporta la Commissione Europea, che analizza in modo molto approfondito (in 374 pagine di dossier) i primi 16 piani recapitati da altrettanti Paesi all’esecutivo comunitario tra dicembre 2025 e maggio 2026.
COSA PREVEDE LA DIRETTIVA EPBD “CASE GREEN”
Per comprendere questo dato, bisogna partire dai contenuti della EPBD. La direttiva – ricorda Il Sole 24 Ore – fissa alcuni obiettivi di lungo termine, legati al taglio dei consumi medi degli immobili residenziali: riduzione, rispetto al 2020, del 16% entro il 2030 e del 20-22% entro il 2035, con la piena decarbonizzazione degli edifici entro il 2050.
Ciascun Paese ha facoltà di indicare il proprio percorso per il raggiungimento di questi obiettivi, tramite i piani di ristrutturazione, che andavano recapitati in bozza a Bruxelles entro la fine del 2025 e che andranno approvati nella propria versione finale entro la fine del 2026. Ad oggi sono 18 i paesi membri che hanno recapitato questi piani in versione provvisoria e l’Italia non è tra questi. Per questo motivo è stata avviata una procedura di infrazione.
GLI INVESTIMENTI
Il report della Commissione mette sotto esame i documenti, per capire quali sono le loro caratteristiche comuni. Ed è soprattutto il capitolo sugli investimenti che dà le indicazioni più interessanti. A questo proposito, va ricordato che la direttiva, sin dall’inizio, si è caratterizzata per l’assenza di risorse dedicate alla sua attuazione.
Inoltre, all’interno del bilancio europeo non sono state indicate fonti di finanziamento specifiche per la riqualificazione degli immobili. Bruxelles ha, invece, fatto sempre riferimento a fondi europei già esistenti, affidandosi poi ai fondi nazionali.
CHI PAGA LE RIQUALIFICAZIONI?
Da qui è nato subito un quesito, al quale oggi, con il documento del Jrc, arriva una prima risposta: chi pagherà le riqualificazioni? “I fondi pubblici – si legge nel testo, basato sull’analisi dei piani presentati dai paesi membri – coprono generalmente tra il 20 e il 30% dei costi di ristrutturazione”.
Il resto (almeno due terzi) è a carico dei privati. Si tratta di numeri che sono sostanzialmente in linea con il livello di agevolazione fiscale attualmente presente in Italia. Anzi, le nostre detrazioni sono anche più generose, visto che al momento in Italia sono previste due aliquote: il 50% per le prime case e il 36% per le altre.
NESSUN MODELLO SUPERBONUS
Il resto d’Europa, insomma, complice anche la difficile congiuntura economica, non sta immaginando di replicare il modello superbonus, nel quale il peso dei sostegni pubblici è nettamente prevalente. Anzi, 7 Paesi, nei loro piani, fanno esplicitamente riferimento alla necessità di mobilitare capitali privati per moltiplicare l’effetto dei piani di ristrutturazione.
In questo quadro, i piani non fanno analisi approfondite sul tema delle risorse mancanti per la loro realizzazione. Solo in un caso (la Slovenia) si parla esplicitamente di mancanza di fondi sufficienti a centrare gli obiettivi della direttiva. Quasi tutti i piani, invece, stimano quanti soldi servirebbero ad applicare la EPBD. In molti casi si parla in termini di costi al metro quadro: cinque Paesi stimano di collocarsi sotto i 200 euro al metro, quattro tra i 200 e i 500 euro e uno sopra i 500 euro al metro quadro.

