La geografia degli idrocarburi italiani si snoda lungo due direttrici principali: la terraferma centro-meridionale e la piattaforma continentale marina
Sotto il suolo italiano si nasconde una ricchezza energetica su cui da anni si consuma un sotterraneo e paralizzante braccio di ferro. Tra vincoli ambientali, ricorsi della burocrazia locale e lo spettro del “Not In My Back Yard”, l’Italia continua a importare oltre il 90% del metano e del greggio di cui ha bisogno. Il nuovo decreto del Governo mira a portare a galla questo tesoro. Ma qual è la reale consistenza di questa “miniera invisibile” e dove si concentrano i depositi principali?
QUANTO GAS E PETROLIO ABBIAMO
I dati del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) parlano chiaro: dividendo il sottosuolo tra riserve certe (subito estraibili con le tecnologie attuali) e probabili/possibili, il potenziale italiano emerge netto:
Le riserve certe di gas si attestano attorno ai 30-40 miliardi di metri cubi (bcm), ma se si considerano i giacimenti probabili e le risorse ancora da sviluppare, il potenziale complessivo sale a 70-90 miliardi di bcm. Per mettere la cifra in prospettiva: l’Italia consuma circa 60-65 bcm all’anno.
Il sottosuolo italiano, poi, racchiude circa 70-80 milioni di tonnellate di riserve certe di greggio, che salgono ad oltre 140 milioni di tonnellate calcolando le risorse probabili.
QUANTO ESTRAIAMO?
L’estrazione nazionale copre attualmente appena il 3-4% del fabbisogno annuale di gas, ma un raddoppio o triplicamento della produzione (fino a 8-10 bcm all’anno) sarebbe tecnicamente raggiungibile nel medio periodo con lo sblocco dei concessionari già autorizzati e il debottlenecking delle infrastrutture esistenti.
LA MAPPA DEI GACIMENTI
La geografia degli idrocarburi italiani si snoda lungo due direttrici principali: la terraferma centro-meridionale e la piattaforma continentale marina. La Basilicata è il cuore petrolifero d’Italia e d’Europa su terraferma. Dai campi di Eni (Val d’Agri) e TotalEnergies (Tempa Rossa) proviene l’80% del greggio estratto sul territorio nazionale.
C’è poi l’Alto Adriatico, il bacino storico per l’estrazione off-shore. Dalle piattaforme al largo di Ravenna, Ancona e delle Marche si ricava metano ad elevata purezza, anche se l’area sconta i blocchi legati ai rischi di subsidenza.
Nella lista troviamo anche l’ lhub estrattivo tra i campi terraferma di Ragusa e Gela e le piattaforme marittime (es. campo Vega e progetto Argo-Cassiopea di Eni, uno dei poli di sviluppo gas più strategici nel Mediterraneo).
Infine c’è la Pianura Padana, dove permangono giacimenti maturi ma ancora produttivi e strutture geologiche adatte allo stoccaggio strategico.
I LIMITI
Se l’Italia fino ad oggi non ha sfruttato appieno questo potenziale non è per mancanza di materia prima, ma per una precisa scelta politica e regolatoria accumulata nell’ultimo ventennio:
Il Piano per la Transizione Energetica Sostenibile delle Aree Idonee ha fortemente ristretto le zone sfruttabili, bloccando la ricerca di nuovi giacimenti (exploration).
Il blocco delle trivellazioni nell’Alto Adriatico vicino alla costa è stato introdotto per prevenire l’abbassamento dei fondali e tutelare la laguna veneta.

