A Lubmin il rigassificatore Neptune archivia l’eredità di Nord Stream mentre al largo di Rügen avanzano i gigawatt rinnovabili. La ministra-presidente Schwesig chiude a Mosca, ma le contestazioni sui cantieri spingono AfD in vista delle urne del 20 settembre.
A Lubmin, sulla costa del Meclemburgo-Pomerania Anteriore, il molo che per anni ha visto arrivare il gas siberiano oggi ospita tutt’altro traffico. Dove un tempo si materializzava l’estremità orientale di Nord Stream, dal gennaio 2023 galleggia il “Neptune”, un rigassificatore capace di trasformare gas naturale liquefatto proveniente da mercati globali in metano pronto per la rete tedesca.
Poco più in là, al largo di Rügen, le pale del parco eolico Windanker girano ormai quasi a pieno regime: diciotto turbine su ventuno immettono già energia, e l’allacciamento alla terraferma, entrato in funzione lo scorso agosto, promette fino a trecento megawatt di capacità di trasmissione. Tra questi due poli, il vecchio scalo del gas russo e il nuovo cantiere del vento, si gioca la trasformazione energetica di un Land che il 20 settembre, assieme al Land di Berlino, torna alle urne portando ancora addosso i segni di una dipendenza, quella da Mosca, durata decenni.
IL PONTE VERSO MOSCA
Per generazioni di ministri-presidenti socialdemocratici, da Harald Ringstorff a Erwin Sellering fino all’attuale Manuela Schwesig, coltivare rapporti economici stretti con la Russia è stato quasi un obbligo politico. Il modo più semplice per compensare la scarsità di capitali arrivati da ovest dopo la riunificazione. Nord Stream ne è diventato il simbolo più visibile: le condotte che attraversano il Baltico per portare gas russo direttamente in Germania, con approdo proprio a Lubmin.
Attorno al secondo tratto del gasdotto era stata persino costituita, in tutta fretta, una fondazione formalmente dedicata al clima ma pensata, nella sostanza, per proteggere il completamento dei lavori dalle sanzioni statunitensi.
Le voci critiche non mancavano: il politologo Wolfgang Muno, tra i membri del comitato consultivo “Zukunftsrat” del Land, metteva in guardia da tempo sui rischi di legarsi a un regime autoritario. Restavano, però, voci isolate, liquidate con l’argomento più semplice: con la Russia si era sempre commerciato senza problemi: perché dunque cambiare?
LA ROTTURA CON IL PASSATO
Un’intera generazione di politici e faccendieri, di cui l’attuale ministro-presidente e candidata di punta dell’Spd Schwesig è solo l’ultimo anello di una lunga catena, porta la responsabilità quantomeno di aver sottovalutato i rischi di questa dipendenza. L’invasione dell’Ucraina, nel febbraio 2022, ha spazzato via in pochi mesi un modello costruito in decenni. Mosca ha tagliato progressivamente le forniture attraverso il Baltico, e i sabotaggi alle condotte del settembre successivo hanno reso il divorzio irreversibile, lasciando a Lubmin infrastrutture pensate per un gas che non sarebbe più arrivato.
Oggi Schwesig non nega più l’errore di valutazione: “È stato sbagliato credere che anche la Russia avesse interesse a una convivenza pacifica nel Baltico”, ha ammesso, pur continuando a difendere il sostegno dato a suo tempo a Nord Stream 2 come scelta coerente con la linea dei governi tedeschi dell’epoca, giustificata dalla necessità di energia a basso costo per industria e occupazione. Sulla possibilità di una riattivazione, però, oggi non lascia margini: alla domanda se accetterebbe gas da una condotta riparata finché Vladimir Putin resta al Cremlino, la risposta è stata un secco no.
GNL, IL NUOVO VOLTO DI LUBMIN
Per colmare il vuoto lasciato dal gas russo, Berlino ha puntato sul gas naturale liquefatto, e Lubmin è tornata protagonista, questa volta come terminale d’ingresso per forniture provenienti da tutt’altri mercati. Il vecchio impianto che riscaldava il gas russo in arrivo è ormai in fase di smantellamento e sarà donato all’Ucraina come aiuto: un gesto dal valore quasi simbolico.
Più controverso è stato il terminale di Mukran, sull’isola di Rügen, voluto dal precedente governo federale guidato da Olaf Scholz nel 2023 contro le resistenze di ambientalisti, operatori turistici e amministrazioni locali, che per mesi hanno animato proteste di stampo “non nel mio giardino”.
Ne è nato un clima di sfiducia verso decisioni percepite come calate dall’alto, che partiti come l’Afd hanno saputo intercettare, pur trattandosi in larga parte di competenze che restano nelle mani di Berlino più che dello stesso Land.
L’EOLICO OFFSHORE, LA SCOMMESSA VERDE
Accanto al gas, il Meclemburgo-Pomerania Anteriore si gioca il futuro sull’eolico offshore. Solo davanti a Rügen, tra i parchi Baltic 2, Arkona e i tre progetti di Iberdrola che comprendono Windanker, sono già installati circa 2,1 gigawatt, l’equivalente di due centrali nucleari e sufficienti per oltre due milioni di famiglie.
Il gestore di rete 50Hertz prevede che questa capacità possa triplicare fino a 6,3 gigawatt, con tre quarti dell’energia prodotta destinati a rifornire il sud della Germania, il che richiederà nuovi cavi sottomarini e linee terrestri più potenti. Iberdrola ha già investito 3,7 miliardi di euro nei suoi progetti baltici, mentre il sistema di allacciamento Ostwind 3, operativo dallo scorso agosto, ha comportato investimenti superiori al miliardo.
Ancora più ambizioso è Gennaker, il parco firmato dalla britannica Skyborn Renewables al largo della penisola Fischland-Darß-Zingst: autorizzato nella sua versione definitiva a fine 2025, conterà 63 turbine per quasi un gigawatt di potenza e sarà collegato alla rete entro il 2028. Amazon ne ha già acquistato 600 megawatt, il più grande contratto di fornitura offshore mai firmato in Germania. Schwesig lo ha definito “il più grande investimento energetico nella storia del Land”. Resta il nodo della sicurezza: le corvette russe avvistate nei pressi dei cantieri hanno spinto 50Hertz a interrare i cavi a un metro e mezzo di profondità per proteggerli da danni e sabotaggi.
Tra terminali del gas e pale eoliche, il Meclemburgo-Pomerania si candida a diventare un laboratorio della transizione tedesca, sospeso tra l’occasione industriale che si prospetta e le tensioni sociali che ogni grande cantiere, per definizione, porta con sé. Ma alla fine del percorso, questo Land che oggi tiene gli analisti politici sulle spine per una possibile nuova vittoria di AfD potrebbe aver trovato la strada per dimenticare Mosca. Quasi una seconda liberazione, dopo quella del 1989. (1. continua)

