La Commissione europea presto aprirà un confronto diretto con le autorità italiane sul calore prodotto dagli inceneritori. E intanto i piani Usa sul controllo delle infrastrutture energetiche europee potrebbero riportare in Ue gas e petrolio russi, ma a prezzi maggiori. L’intervista a Dario Tamburrano, eurodeputato M5S
La Commissione Ue presto affronterà “direttamente con le autorità competenti” la scelta dell’Italia di trattare il calore degli inceneritori come se fosse di scarto. Ma tutto verrà deciso nelle stanze chiuse dell’ EU Pilot, dove neanche gli europarlamentari possono accedere. Intanto, però, Bruxelles si lava le mani sui piani statunitensi per il controllo dei gasdotti. Una strategia che “se realizzata, comporterebbe la ripresa degli acquisti da parte dell’UE di gas e petrolio dalla Russia via gasdotto e via oleodotto. Però in questo caso presumibilmente gli USA acquisterebbero gas e petrolio russi ai prezzi russi e poi deciderebbero a quali prezzi rivenderceli, e in quale quantità”, spiega Dario Tamburrano, europarlamentare del Movimento 5 Stelle, nell’intervista rilasciata a Energia Oltre, sottolineando che le misure annunciate da von der Leyen durante il discorso sullo stato dell’Unione sono ancora un libro dei sogni.
Lei ha sollevato dubbi sui piani statunitensi per il controllo dei gasdotti europei. Ha riscontri o documenti informali su come la Commissione intenda gestire le concessioni per i rigassificatori e le infrastrutture di trasporto transfrontaliere da qui al 2030? Stiamo scambiando la dipendenza dal gas russo con un monopolio atlantico a prezzi stabiliti oltreoceano?
“I piani statunitensi per il controllo dei gasdotti europei effettivamente esistono. Se realizzati, comporterebbero – va da sé – la ripresa degli acquisti da parte dell’UE di gas e petrolio dalla Russia via gasdotto e via oleodotto. Però in questo caso presumibilmente gli USA acquisterebbero gas e petrolio russi ai prezzi russi e poi deciderebbero a quali prezzi rivenderceli, e in quale quantità. La Commissione europea ha confermato che esistono piani statunitensi per il controllo dei gasdotti europei (per la precisione, ha affermato di esserne al corrente) in risposta ad un’interrogazione che ho presentato sulla base di notizie di stampa.
Però nella risposta la Commissione ha detto anche, in buona sostanza, che non intende adottare contromisure. Passa agli Stati membri la patata bollente, dal momento che essi hanno la possibilità di sottoporre a condizioni, o di vietare, gli investimenti esteri sulle infrastrutture energetiche. Tuttavia, a quali pressioni, a quali ritorsioni andrebbe incontro uno Stato UE che cercasse di impedire il controllo USA sul tratto di un gasdotto russo che attraversa il suo territorio? L’UE, se volesse, avrebbe invece forza sufficiente per dire di no ad un’operazione del genere nel suo insieme. Ma pare proprio che non abbia intenzione di farlo. E’ un ennesimo esempio del “doppio standard” dell’Unione Europea, che abbiamo già visto per Gaza ed Iran. Gli USA sono già il maggior fornitore UE di gas liquefatto, cioè consegnato via nave (circa i due terzi del totale), e di petrolio: quasi il 20%. Il controllo USA sui gasdotti e sugli oleodotti russi consegnerebbe agli USA un monopolio di fatto sugli approvvigionamenti energetici dell’UE, e sulle condizioni ai quali essi vengono effettuati”.
Lei ha evidenziato come l’Italia continui a far passare il teleriscaldamento da incenerimento come energia da fonte rinnovabile. Ci sono procedure d’infrazione imminenti o lettere di messa in mora in arrivo da Bruxelles contro il Governo italiano su questo punto? Quanto rischiano di pagare le utility italiane se la Commissione dovesse stringere i criteri RED III?
“L’Italia fa passare il teleriscaldamento da inceneritori come recupero del calore di scarto e l’UE consente (in estrema sintesi) di calcolare il recupero del calore di scarto a scomputo della produzione di energia rinnovabile necessaria per raggiungere gli obiettivi UE. Ma il calore di scarto è per definizione un sottoprodotto: un qualcosa che non si vuole produrre e che tuttavia si genera inevitabilmente durante un processo produttivo. L’impostazione progettuale dei cosiddetti termovalorizzatori consiste nel bruciare rifiuti con l’intento di produrre elettricità e – appunto – calore. Dunque, secondo il mio parere gli inceneritori non possono avere calore di scarto. Anche questo è stato oggetto di una mia interrogazione alla Commissione europea che, nella risposta, mi ha dato ragione: un fatto più unico che raro. Di solito, soprattutto in questa legislatura, le risposte spiccano per scivolosa ambiguità. Dice letteralmente la Commissione europea: “L’output di un processo il cui scopo principale è la coproduzione di calore ed energia elettrica non può essere considerato un sottoprodotto e pertanto non costituisce calore di scarto ai fini del computo a norma della direttiva sulle energie rinnovabili”. Però mi è impossibile dire come si evolverà la vicenda. Sempre nella risposta, la Commissione si riserva di affrontare “direttamente con le autorità competenti” il fatto che l’Italia tratta il calore degli inceneritori come se fosse calore di scarto. Un parlamentare europeo non ha né il diritto né la possibilità di ricevere informazioni su questo processo. Di solito, casi del genere si risolvono attraverso EU Pilot, una sorta di anticamera della procedura di infrazione che evita le sanzioni se lo Stato membro corregge le inadempienze rispetto alla legislazione UE. Lo svolgimento di un EU Pilot non è pubblico. Nemmeno i parlamentari europei possono accedervi. La procedura di infrazione si mette in moto se l’EU Pilot fallisce”.
Sul fronte delle materie prime critiche e della filiera fotovoltaica/batterie, l’UE oscilla tra dazi alla Cina e necessità di fornitura. Il ministro degli Esteri cinesi ha già avvisato che la Cina monitorerà da vicino l’azione dell’UE nei confronti dell’industria cinese dei veicoli elettrici e adotterà misure per salvaguardare i diritti e gli interessi delle imprese cinesi. C’è in cantiere qualche proposta da parte del M5S o del gruppo The Left per strutturare joint-venture euro-cinesi vincolate al trasferimento tecnologico in Europa, invece di puntare solo sui dazi protezionistici?
“La creazione di joint venture è probabilmente l’unico modo per rilanciare l’industria dell’auto europea. Qualche decennio fa eravamo in una situazione di vantaggio tecnologico rispetto ai concorrenti internazionali, ma la situazione si è ribaltata perché la Cina ha investito e innovato prima di tutti sull’auto elettrica, che è sempre più chiaramente il futuro del settore. Lo dimostrano anche gli ultimi dati di mercato: secondo i dati più recenti delle immatricolazioni in UE di agosto, un auto su quattro era elettrica e anche in Italia, seppur con percentuali estremamente inferiori lo share dei BEV ha subito un balzo con il 6,4 % delle auto nuove (+ 34,5% rispetto ad agosto 2025 per Italia + 62,7% per UE-27). Tale incremento ha certamente una componente legata alla penetrazione dei marchi cinesi che costano meno, ma certamente concorre anche il rialzo dei prezzi di benzina e gasolio che rendono l’utilizzo dei BEV molto più conveniente. Se i costruttori UE non dovessero riuscire a effettuare la transizione verso l’elettrico in maniera credibile e rapida, la domanda – oggi e nel futuro – verrà soddisfatta da produttori cinesi, che al momento sono in grado di offrire automobili tecnologicamente spesso più avanzate delle europee a prezzi più bassi.
D’altronde la Cina aveva già percorso anni fa la strada delle joint venture per accelerare la crescita del settore dell’automotive attraverso il trasferimento di tecnologia e competenze. Mercedes, PSA, Volkswagen, BMW e altri avevano creato joint venture con marchi locali, in cambio della possibilità di accedere al mercato cinese. Nello stesso tempo fino a non moltissimi anni fa in Europa se si voleva acquistare una elettrica o una ibrida di prestazioni adeguate, la scelta era di fatto limitata alla statunitense Tesla o alla giapponese Toyota. Allo stesso modo, oggi la soluzione che ritengo più rapida e viabile per alleviare la crisi del settore sarebbe quella di favorire i produttori cinesi nel creare joint ventures con marchi europei. Questo permetterebbe loro di accedere con maggiore facilità al mercato UE, tradizionalmente più propenso alle automobili europee. In parte stiamo già vedendo questa tendenza. Il marchio Smart già da tempo è una joint venture tra Mercedes Benz e Geely e all’inizio dell’anno prossimo tornerà la piccola Smart a due posti. Se non si adotterà questo approccio, temo che i costruttori UE saranno sempre più marginali o verranno acquisiti da quelli cinesi, così come è successo con Volvo e MG. Andrà così perso il controllo su questa importante filiera industriale”.
Restando in tema, Ursula von der Leyen ha annunciato la creazione di una corporazione europea per acquistare e accumulare scorte di materie prime critiche. Vorrei approfondire cosa prevede e se pensa che è una soluzione che potrebbe colmare in parte il gap con la Cina?
“Nessuno sa in che cosa possa consistere la corporazione promessa da von der Leyen nel discorso sullo stato dell’Unione. La dipendenza dell’UE dalle importazioni di materie prime critiche è un grave problema reale, ma sta rischiando di essere trattata dall’UE come un tòpos: come un motivo letterario ricorrente. Von der Leyen ne aveva parlato già nel discorso sullo stato dell’Unione del 2022. Nel 2024 è stato approvato il regolamento sulle materie prime critiche per diversificare le importazioni e aumentare il riciclo; a fine 2025 è arrivato il piano d’azione RESourceEU per accelerare ed amplificare gli effetti del regolamento. RESourceEU annunciava la costituzione, entro i primi mesi del 2026, di un Centro per le materie prime critiche, destinato a fornire informazioni sul mercato, orientare e finanziare progetti strategici, gestire catene di approvvigionamento diversificate anche attraverso acquisti collettivi ed accumulazione di scorte. Di questo Centro, non si è vista finora traccia. In compenso, all’inizio di quest’anno la Corte dei conti UE ha riscontrato significative carenze negli elenchi delle materie prime critiche e strategiche sule quali l’UE vuole concentrare la sua azione. Si è accorta anche che le importazioni non sono state in realtà diversificate e che, delle 26 materie prime definite critiche per la transizione energetica, dieci non vengono per nulla riciclate mentre 7 hanno una percentuale di riciclo compresa fra l’1 e il 5% che è una percentuale davvero ridicola. Anziché annunciare una fumosa corporazione (che sembra molto somigliante al Centro di un anno fa), von der Leyen dovrebbe rendere conto innanzitutto della situazione evidenziata dalla Corte dei conti: il riciclo, ora in molti casi al lumicino, è una soluzione importante per cercare di colmare almeno in parte il gap con la Cina senza aggravare le dipendenze dalle importazioni o crearne di nuove”.
Nel corso dello stesso discorso, la Presidente della Commissione Europea ha annunciato anche il lancio di un’alleanza continentale pubblico-privata per colmare il vuoto delle polizze sui disastri climatici e un corridoio logistico strategico verso l’Asia centrale sostenuto da 12 miliardi di investimenti. Si tratta ancora di annunci o è possibile conoscere qualche dettaglio in più rispetto a quanto detto da von der Leyen durante il discorso sullo stato dell’Unione pronunciato dalla presidente della Commissione? Come giudica queste iniziative?
“L’alleanza continentale sulle polizze assicurative per i disastri climatici e il multimiliardario corridoio verso l’Asia sono come l’annuncio che il Canada diventerà il primo membro associato dell’UE: cose apparentemente grandiose, ma delle quali è impossibile ad oggi valutarne il significato concreto, se mai lo hanno, e l’effetto pratico. Cosa potrà voler dire che il Canada diventerà “membro associato” dell’UE, dato che i trattati UE non contemplano una definizione del genere? L’alleanza, il corridoio e il Canada sono concetti adatti per generare titoli dei giornali e per indurre un brusio nell’opinione pubblica. Riesco ad attribuire ad annunci del genere un unico possibile scopo: quello di distogliere l’attenzione dall’inconsistenza dell’azione effettiva UE sui problemi reali, che si tratti di materie prime critiche, posizionamento in politica estera, shift della politica industriale verso la produzione bellica o di prezzi dell’energia”.

