Albania, Kosovo e Bosnia-Erzegovina hanno manifestato interesse ad acquistare ingenti quantità di GNL dagli Stati Uniti o a costruire infrastrutture per gestirne l’afflusso
Il tentativo delle aziende energetiche statunitensi di rafforzare la propria influenza nei Balcani Occidentali sta alimentando i timori dell’UE. La regione potrebbe finire per diventare dipendente dai combustibili fossili americani proprio mentre cerca di raggiungere gli obiettivi di energia pulita necessari per una maggiore integrazione con l’UE.
Albania, Kosovo e Bosnia-Erzegovina hanno manifestato interesse ad acquistare ingenti quantità di GNL dagli Stati Uniti o a costruire infrastrutture per gestirne l’afflusso. Questi Paesi sostengono che il gas sia necessario come combustibile di transizione mentre riducono le importazioni di carburante russo e il consumo di carbone per passare alle rinnovabili. Si tratta di passaggi fondamentali per le loro candidature all’adesione all’Unione Europea.
I PAESI DEI BALCANI OCCIDENTALI RISCHIANO LA DIPENDENZA DAL GAS ESTERO
Tuttavia, i funzionari UE mettono in dubbio la necessità o l’opportunità dei progetti proposti, dato che la domanda interna di gas in questi Paesi attualmente è scarsa o nulla. Inondare questi mercati di gas rischia di vincolarli a una dipendenza a lungo termine dalla fonte fossile e di accrescere la dipendenza dalle importazioni estere.
L’UE persegue obiettivi rigorosi per azzerare le emissioni di gas serra entro il 2050 e incrementare l’uso di energie rinnovabili; vincoli che i nuovi Stati membri dovrebbero rispettare. Secondo i funzionari UE, l’aumento delle importazioni di gas potrebbe compromettere tali obiettivi.
GLI STATI UNITI VOGLIONO INONDARE L’EUROPA DI GAS
Tuttavia, il settore del gas statunitense sta sfruttando la rapida transizione dell’UE per affrancarsi dal gas russo e le tensioni sui mercati globali derivanti dal conflitto in Medio Oriente per siglare una serie di accordi di fornitura nell’area allargata, in linea con la dottrina di “dominio energetico” esplicitamente sostenuta dall’amministrazione Trump.
“Nell’ambito della loro più ampia aspirazione ad aderire all’Unione Europea, questi Paesi si sono impegnati a decarbonizzare, a definire e seguire un percorso per eliminare gradualmente i combustibili fossili”, ha dichiarato András Hujber, responsabile della diplomazia energetica della Commissione UE per i Balcani Occidentali, intervenendo a un forum a Vienna in risposta a una domanda di Politico.
In questo contesto, portare gas nella regione “sembrerebbe andare contro questo obiettivo vitale di decarbonizzazione”, ha affermato Hujber, aggiungendo che gli accordi potrebbero andare oltre lo scopo di sostituire le forniture russe e “contribuire alla carbonizzazione della regione. Non dovremmo introdurre gas in mercati che non ne fanno uso”.
Hujber ha citato l’esempio di un accordo preliminare tra Washington e la Bosnia-Erzegovina per la realizzazione di un gasdotto destinato al transito di gas proveniente da Veglia (Krk), un’isola croata dell’Adriatico. Il progetto è stato al centro di polemiche sin da quando, all’inizio dell’anno, il parlamento bosniaco ha approvato una legge che designa la AAFS – una piccola società gestita da stretti collaboratori di Trump – come principale gestore dell’infrastruttura. La decisione ha sollevato accuse di corruzione, oltre a destare preoccupazioni legate alla decarbonizzazione.
I RISCHI PER L’ADESIONE DEI PAESI DEI BALCANI OCCIDENTALI ALL’UNIONE EUROPEA
Secondo il Guardian, i funzionari UE hanno anche avvertito che ciò potrebbe compromettere la candidatura della Bosnia all’adesione all’Unione Europea. “Il nostro ambasciatore ha inviato delle lettere segnalando le criticità che riscontriamo in questo progetto”, ha dichiarato Hujbar, martedì scorso, aggiungendo che la Commissione “intende dare seguito alla questione in modo appropriato”, senza specificare quali misure potrebbero essere adottate.
La corrispondenza interna della Commissione UE, visionata da Politico, conferma tali preoccupazioni, evidenziando la mancanza di trasparenza relativa al contratto AAFS e i rischi connessi alla gassificazione.
LA COMUNITÀ DELL’ENERGIA
La mossa di Sarajevo ha suscitato perplessità anche nei vertici della Comunità dell’Energia, un’iniziativa a guida UE che assiste i Paesi aspiranti all’adesione (tra cui Bosnia-Erzegovina, Albania, Kosovo, Serbia, Georgia, Moldavia, Montenegro e Macedonia) nell’allineamento delle proprie normative a quelle dell’Unione; un processo che rischia di essere stravolto dal crescente coinvolgimento degli Stati Uniti nella regione.
“Questo è il messaggio che rivolgiamo alla Bosnia”, ha affermato Artur Lorkowski, direttore della Comunità dell’Energia, in un’intervista a margine dell’evento di Vienna. “Per definizione, la normativa UE che promuoviamo non stabilisce chi debba essere il fornitore, ma l’elemento fondamentale è garantire condizioni di parità sotto il profilo del quadro normativo”.
Lorkowski ha sottolineato l’importanza di concorrenza, equità e trasparenza, nonché la necessità di “regole uguali per tutti i concorrenti. In altre parole, non vogliamo che la Bosnia goda di deroghe o di accessi privilegiati al mercato. È una situazione da evitare, poiché non sarebbe conforme alla normativa UE”.
I RAPPORTI ENERGETICI TRA GLI USA E I PAESI DEI BALCANI OCCIDENTALI
Nessuno dei due accordi è stato ancora ratificato. L’interconnettore bosniaco deve ancora ottenere l’approvazione della camera alta del parlamento nazionale, mentre l’accordo albanese — concepito come un contratto di fornitura ventennale in collaborazione con la Grecia e l’azienda statunitense Venture Global —al momento esiste solo sotto forma di memorandum d’intesa e resta in attesa dei risultati di uno studio di fattibilità. Nemmeno il Kosovo ha ancora assunto una decisione definitiva in merito. Anche la Serbia e la Macedonia del Nord riceveranno GNL statunitense grazie a un collegamento previsto con la Grecia.
Un portavoce del Dipartimento dell’Energia USA non ha risposto direttamente alle domande sulla trasparenza dei potenziali accordi o sul rischio di consolidare la dipendenza dal GNL, ma ha detto che l’iniziativa “favorirà la stabilità nella regione, ridurrà i prezzi dell’energia e rafforzerà il commercio e la prosperità. Le iniziative commerciali aiuteranno l’Albania e la Bosnia-Erzegovina a ridurre la dipendenza dal gas russo, sostituendolo con GNL statunitense”.
IN DIFESA DEL GAS
Nonostante le critiche dei funzionari dell’UE, i rappresentanti dei Balcani intervenuti all’incontro di martedì hanno sostenuto che i presunti accordi con gli Stati Uniti fossero necessari per allinearsi alla transizione ecologica dell’UE; tale transizione richiederà ingenti quantità di gas per garantire un carico di base (baseload) affidabile nei momenti in cui le fonti più intermittenti non sono disponibili e man mano che si abbandona il carbone.
In Albania l’energia idroelettrica – che costituisce la parte preponderante del mix energetico – sta diventando sempre meno affidabile: la siccità legata ai cambiamenti climatici riduce infatti la portata dei fiumi, come ha affermato un portavoce albanese. Ciò genera una domanda di gas, presentato dai sostenitori come “un combustibile di transizione” capace di supportare le reti elettriche mentre si sviluppa la capacità da fonti rinnovabili. Attualmente, il gas rappresenta solo l’1,8% del mix energetico del Paese.
Il funzionario ha spiegato che lo sviluppo delle infrastrutture per il gas è fondamentale per la diversificazione e la sicurezza degli approvvigionamenti, oltre che per sostenere i piani dell’Albania di creare un hub regionale del gas nella città meridionale di Valona.
LE CONSEGUENZE DELLO STOP AL GAS RUSSO
Nel frattempo, l’abbandono del gas russo – i Paesi candidati sono tenuti ad allinearsi al bando graduale del gas imposto dall’UE – ha lasciato un vuoto nel mercato. La Bosnia, ad esempio, dispone di un unico gasdotto per l’approvvigionamento dalla Russia, il che non lascia alternative in caso di emergenza.
“L’Interconnessione Meridionale non mira a vincolare la Bosnia-Erzegovina al gas”, ha dichiarato una portavoce del ministero federale per l’energia, le miniere e l’industria della Bosnia-Erzegovina. “Si tratta di porre fine alla nostra dipendenza da un’unica rotta di approvvigionamento e da un’unica fonte, rafforzando al contempo la sicurezza energetica del Paese”. Ha poi aggiunto che il gas naturale è un combustibile di transizione, non “la destinazione finale della nostra politica energetica”.
I PAESI DEI BALCANI OCCIDENTALI HANNO BISOGNO DI FONTI ENERGETICHE ALTERNATIVE
In sintesi, i Paesi dei Balcani Occidentali che aspirano a entrare nell’Unione Europea cercano disperatamente di assicurarsi fonti energetiche alternative che l’Unione non può o non vuole fornire direttamente. L’UE produce quantità minime di gas, rifiuta di finanziare nuove infrastrutture per il gas nella regione e, per ironia della sorte, dipende essa stessa sempre più dal GNL statunitense; anzi, uno dei principali vantaggi della maggiore integrazione nell’UE perseguita dai membri della Comunità dell’Energia è proprio il migliorato accesso al prodotto americano.
“Ecco – ha affermato Lorkowski – perché vogliamo che in Bosnia vigano le stesse regole in uso nell’UE, così da garantire un flusso di gas ininterrotto proveniente dall’Unione. Si tratterà di gas americano, dato che nell’Unione Europea non si produce gas. È per questo che si parla di dottrina del predominio strategico. Non si può criticare qualcuno per essersi preso il tempo necessario a vendere ciò che possiede. Non credo che l’UE sia in grado di fornire il gas”, ha concluso.

