Washington chiede di immettere sul mercato 120 milioni di barili. Alla pompa i prezzi potrebbero scendere, ma per Roma c’è una trappola da miliardi. Ecco quale
Aprire i rubinetti di riserva di diesel per contenere l’incendio dei prezzi potrebbe far scendere i listini alla pompa di 5-10 centesimi di euro. Ma rischia di rendere l’Italia più dipendente energeticamente e di svuotare le casse statali. L’amministrazione Trump ha bussato alle porte di Bruxelles chiedendo di mettere sul mercato 120 milioni di barili di diesel strategico nell’arco di sei mesi, secondo indiscrezioni riportate da Reuters. Una mole enorme, pari a circa il 40% delle riserve di emergenza del Vecchio Continente. Un’operazione che potrebbe far scendere i prezzi alla pompa di 5-10 centesimi, ma che nasconde un’insidia contabile e strategica non da poco. Italia, Germania, Francia e Spagna sono in prima linea, detenendo oltre metà del diesel d’emergenza europeo. Ma qual è il reale prezzo che il nostro Paese rischia di pagare?
LA BOZZA DI PIANO DELL’UE
La diplomazia europea sta lavorando febbrilmente per rispondere all’ultimatum di Trump. Questa mattina i governi dell’Unione Europea si sono riuniti in una chiamata d’emergenza per discutere una controproposta coordinata dalla Francia, mirata ad ammorbidire le pretese di Washington. Secondo fonti vicine ai colloqui citate da Reuters, il piano emerso dal vertice europeo prevede il rilascio di 50 milioni di barili di diesel da parte dei paesi UE, affiancato dall’immissione di altri 50 milioni di barili di petrolio greggio coordinati dai membri dell’Agenzia Internazionale dell’Energia (AIE).
I RISCHI DEL RILASCIO DI SCORTE DI DIESEL
Il primo grande pericolo del rilascio delle scorte di diesel non si misura in euro, ma in sicurezza energetica. La normativa europea impone di conservare almeno 90 giorni di importazioni nette (o 61 di consumo). In Italia l’organismo pubblico OCSIT (i cui costi gestionali, finanziati dagli operatori, toccano i 108,1 milioni per il 2025) gestisce le scorte pubbliche affiancato dagli stoccaggi privati obbligatori. Nei nostri serbatoi ci sono circa 3,38 milioni di tonnellate di gasolio, pari a poco più di 25 milioni di barili (circa l’8,7% del totale UE).
Se la quota d’intervento richiesta da Washington venisse spalmata in proporzione, all’Italia verrebbe chiesto di liberare 10,4 milioni di barili (1,38 milioni di tonnellate, pari a 1,66 miliardi di litri). Un quantitativo pari al 21% di tutte le importazioni annue italiane di diesel stradale. Un prelievo imponente, specialmente se si considera che l’Italia ha già messo a disposizione 10 milioni di barili nella precedente operazione coordinata dall’IEA a marzo 2026. I problemi veri per il nostro Paese comincerebbero nel momento di ripristinare le scorte.
LA TRAPPOLA DEL RIACQUISTO DI DIESEL
Stando ai prezzi all’ingrosso ARA di fine settembre 2026 (circa 1.459 $/t), 10,4 milioni di barili valgono circa 1,73 miliardi di euro. Se vendiamo oggi per calmierare il mercato, ma tra sei mesi la crisi geopolitica dovesse inasprirsi, ricostituire le scorte potrebbe trasformarsi in un salasso per il sistema-Paese. Con un rincaro del prezzo del 20%, il costo salirebbe a 2,07 miliardi (+345 milioni di euro di perdita). In caso di incremento del +30%, invece, la spesa schizzerebbe a 2,25 miliardi (+518 milioni di euro). Nello scenario peggiore (+50%), ricomprare il diesel costerebbe 2,59 miliardi di euro (+864 milioni di euro di extra-costo).
INDIPENDENZA ENERGETICA ADDIO
C’è un altro elemento da non trascurare. Ridurre i cuscinetti di sicurezza europei proprio mentre la Casa Bianca valuta restrizioni alle proprie esportazioni di diesel (per proteggere il mercato interno USA) rischia di esporci a un corto circuito. L’Europa produce solo il 70% del diesel che consuma e la sua capacità di raffinazione è scesa dai 17,5 milioni di barili/giorno del 2009 ai 14,4 milioni attuali. Rinunciare al paracadute mentre Washington chiude i rubinetti rischia di lasciarci totalmente scoperti di fronte a nuovi shock.
QUANTO POTREBBERO SCENDERE I PREZZI ALLA POMPA
Dall’altro lato della bilancia ci sono gli effetti positivi nel breve termine per i prezzi alla pompa. Infatti, immettere 120 milioni di barili nel mercato europeo significa aumentare l’offerta all’ingrosso, raffreddando la corsa dei listini in un momento in cui il diesel italiano viaggia a livelli record (attorno a €2,30 – €2,35/litro). Cosa significa questo per l’economia reale italiana, che consuma 28 miliardi di litri all’anno di gasolio da autotrazione? Per gli automobilisti un calo del prezzo all’ingrosso traslato sulla pompa si traduce in un risparmio sul pieno (50 litri) di: un calo di 5 centesimi al litro porterebbe un risparmio di €2,50 a pieno (1,4 miliardi di euro all’anno per la collettività).
Il rilascio delle scorte di diesel da parte dell’Ue avrebbe un impatto determinante per l’autotrasporto e l’industria. Infatti, per un mezzo pesante che percorre 100.000 km all’anno (consumando circa 30.000 litri), un calo di 10 centesimi al litro significa un taglio dei costi d’esercizio di 3.000 euro all’anno per veicolo (fino a 6.000 euro per chi ne percorre 200.000). Una boccata d’aria fresca per le catene di logistica e per l’agricoltura, con un conseguente effetto calmiere sull’inflazione dei beni di consumo.
QUANTO COSTEREBBE ALLO STATO IL RILASCIO DELLE SCORTE?
Anche le casse dello Stato subirebbero un colpo. Tuttavia, contrariamente a quanto si creda, lo Stato non perderebbe le accise (che sono fisse a 0,6324 €/litro e generano gettito costante). La perdita per l’Erario riguarderebbe esclusivamente la quota IVA (22% applicato sul prezzo finale). Calcolatrice alla mano, un calo prolungato di 10 centesimi al litro comporterebbe circa 500 milioni di euro in meno di IVA incassata all’anno, una cifra comunque compensabile dal beneficio sistemico sui consumi.

