Pechino accelera su SMR e fusione per alimentare i data center, Il Cairo punta a fabbricare turbine per l’Africa, mentre la ricerca testa celle a perovskite a dieci metri di profondità per alimentare apparecchi negli abissi. I fatti della settimana di Marco Orioles.
La corsa globale all’approvvigionamento e all’innovazione energetica sta ridisegnando le strategie industriali e di ricerca, a partire dalla Cina, dove l’impennata della domanda elettrica dei data center dedicati all’intelligenza artificiale – attesi a quadruplicare i consumi fino a 774 terawattora nel 2030 secondo Wood Mackenzie – sta spingendo lo sviluppo di piccoli reattori modulari (SMR) e investimenti pionieristici sulla fusione nucleare, sostenuti da una filiera integrata e da startup come Junhe Atomic e NovaFusionX per raggiungere la leadership tecnologica e gli obiettivi di decarbonizzazione. Questa proiezione tecnologica e manifatturiera trova una sponda strategica anche nel continente africano: in Egitto il governo ha concordato con la cinese SANY Renewable Energy la costruzione di un parco eolico da 2.000 megawatt nel Golfo di Suez abbinato al primo stabilimento nazionale per la fabbricazione di turbine, un modello che punta su scala, trasferimento di know-how e finanziamento in valuta locale per rifornire i mercati regionali e superare le criticità legate al costo del capitale che hanno bloccato per quasi vent’anni progetti isolati come quello nigeriano di Katsina. Parallelamente, le frontiere della generazione pulita si estendono verso ambienti finora inesplorati grazie a uno studio pubblicato su Joule, in cui un gruppo di ricercatori ha validato l’impiego di celle solari a perovskite a dieci metri di profondità nel Mar Cinese Meridionale; sintonizzando i semiconduttori sulle radiazioni blu e verdi capaci di penetrare la colonna d’acqua, i test hanno dimostrato la possibilità. di produrre elettricità con stabilità stimata in oltre cinque anni, aprendo la strada all’alimentazione continua di sensori, telecamere e sistemi di monitoraggio sottomarini senza dover dipendere dalla periodica sostituzione delle batterie.
NUCLEARE CINESE E DATA CENTER
La fame di elettricità dei data center per l’intelligenza artificiale sta spingendo la ricerca nucleare cinese, mentre Pechino corre a costruire una nuova generazione di reattori. Come sottolinea il Financial Times, dei 58 impianti in costruzione nel mondo, più della metà sono in Cina. Il Paese investe forte sui piccoli reattori modulari (SMR) e mette risorse sulla fusione. Damien Ma, del gruppo Gavekal, dice che nel prossimo decennio la Cina avrà l’industria nucleare più dinamica al mondo. Negli Stati Uniti un ciclo lungo di costruzioni si scontra con questioni di intensità di capitale e ostacoli regolatori. Pechino punta invece a rafforzare una filiera già autonoma, a trasformare la capacità interna in export e ad arrivare alla fusione. La domanda elettrica cinese è ai massimi: la rete va allargata in fretta, anche per assorbire eolico e solare già installati nell’interno. Secondo Wood Mackenzie i data center cinesi quadruplicheranno i consumi fino a 774 terawattora nel 2030, trainati dai carichi dell’IA. Il nucleare si incastra anche con sicurezza energetica, leadership tecnologica, nuove industrie da export e gli obiettivi del presidente Xi che comprendono picco delle emissioni nel 2030 e neutralità climatica nel 2060. I reattori classici restano in mano ai gruppi statali, ma società private, spesso legate a fondi e centri di ricerca pubblici, provano tecnologie nuove. Un dirigente di Junhe Atomic, sviluppatore di SMR a Shanghai, dice che il buco di offerta elettrica causato dall’IA offre l’occasione per accelerare. Junhe è nata nel 2025 da Tian Jiashu, già vice capo ingegnere di China National Nuclear Corporation e China General Nuclear. Ha raccolto 300 milioni di renminbi, circa 44 milioni di dollari, anche da HongShan Capital di Neil Shen, ed è in fase di progetto del primo dimostratore, puntando al 2031. Restano problemi su componenti, modularità ed efficienza di processo. Una flotta di reattori piccoli potrebbe occupare i siti delle centrali a carbone in declino. Alla periferia est di Shanghai, NovaFusionX insegue la fusione. Guo Houyang lavora su una configurazione field-reversed, con contenimento magnetico del plasma. Guo, già all’Università di Washington e in TAE Technologies, dice che è la via più promettente per una fusione a basso costo e per la domanda dei data center. L’annuncio di Helion a febbraio, con plasma a 150 milioni di gradi, avrebbe confermato solidità scientifica e potenziale commerciale. NovaFusionX mira al primo plasma entro fine anno e a un guadagno netto di energia nel 2029. Il dimostratore costerebbe circa 3 miliardi di renminbi; la società ha raccolto 2,4 miliardi e ne vale oltre 10. Un think tank americano stima che la Cina abbia mobilitato circa il triplo degli investimenti Usa in progetti di fusione vicini alla commercializzazione. Guo e il dirigente di Junhe citano il contributo dei capitali pubblici e privati, delle università e di una filiera manifatturiera profonda. Zheng Mingguang, della State Power Investment Corporation, ammette che servono ancora materiali nuovi, ma rivendica i team di progettazione più forti, la catena industriale più completa e il miglior bacino di talenti.
L’EGITTO SCOMMETTE SULLA FABBRICA, NON SOLO SUL PARCO EOLICO
L’Egitto sta puntando sull’idea che costruire turbine in casa possa far nascere un’industria delle rinnovabili, e vuole proporsi come modello per l’industrializzazione verde del continente. Come riporta l’Associated Press, il governo de Il Cairo ha firmato un accordo con la cinese SANY Renewable Energy per costruire un parco eolico da 2.000 megawatt nel Golfo di Suez e, insieme, il primo stabilimento egiziano di turbine. Il progetto dovrebbe allacciarsi alla rete nazionale entro 23 mesi dagli accordi definitivi; la fabbrica è pensata per rifornire l’Egitto e, in prospettiva, esportare in tutta l’Africa e il Medio Oriente. Anche se tutto è ancora agli inizi, chi segue il settore dice che la combinazione di scala, produzione locale e trasferimento di tecnologia può insegnare qualcosa ai Paesi africani che faticano a trasformare gli annunci in impianti che funzionano. Il contrasto con la Nigeria è netto. Lì un parco da 10 megawatt ha impiegato quasi vent’anni prima di immettere corrente. La differenza rimanda a un problema più largo: non basta importare macchine e presentare progetti, servono finanza, capacità industriale e politiche che restino in piedi. Fadhel Kaboub, economista alla Denison University in Ohio, sottolinea che da una parte c’è un impianto nigeriano che ci ha messo quasi due decenni per entrare in servizio, dall’altra un progetto egiziano che sembra poter decollare. Non è ancora una prova di successo, avverte, ma scala, manifattura e un partner cinese possono attirare capitali e accelerare i tempi. Per produrre in modo profittevole servono economie di scala, e il mercato interno di un singolo Paese africano di solito non basta. Il piano egiziano rientra in uno sforzo più ampio: localizzare la tecnologia, alzare il contenuto nazionale, usare i legami commerciali per esportare. Il governo sostiene che la fabbrica ridurrà la dipendenza dalle importazioni e costruirà una base industriale intorno alle rinnovabili. Il rischio però c’è: se SANY mantiene il controllo della tecnologia e il trasferimento resta sulla carta, si apre un altro ciclo di dipendenza. Il caso nigeriano mostra che conta anche come si disegna il progetto. Il parco di Lambar Rimi, nello Stato di Katsina, fu affidato nel 2010 alla francese Vergnet, con consegna prevista nel 2012. Finanziato dalla Japan International Cooperation Agency, prevedeva 37 turbine da 275 kilowatt. Rimase fermo per anni, poi passò al governo statale e fu inaugurato solo nel settembre 2025. Dola Oluteye, della PATNA Initiative e fellow allo University College London, chiede di non ridurre il confronto a fallimento nigeriano contro successo egiziano. La domanda utile è cosa l’Egitto ha messo nella struttura del progetto e la Nigeria ha lasciato irrisolto. Il vincolo vero, dice, è il costo del capitale, non la risorsa. L’Agenzia Internazionale dell’Energia stima che in Africa il costo del capitale sia almeno due o tre volte superiore a quello delle economie avanzate e della Cina. Conta anche la valuta: strutturare il progetto egiziano in moneta locale riduce lo scarto tra finanziamenti in dollari e ricavi in valuta nazionale, che ha affondato molti impianti. E mentre la Nigeria ha comprato 37 turbine, l’Egitto prova a comprare la capacità di farle. Kaboub e Oluteye spingono su un mercato africano integrato usato come blocco negoziale, con una politica industriale comune, per ottenere joint venture e trasferimento vero.
PANNELLI SOLARI A DIECI METRI SOTTO IL MARE
Dieci metri sotto la superficie del Mar Cinese Meridionale non è il posto dove di solito si immagina di produrre elettricità dal sole. Eppure, come riferisce Euronews, la settimana scorsa un gruppo di ricercatori ha annunciato di aver testato con successo pannelli solari a profondità finora considerate poco praticabili per questa tecnologia. L’idea è semplice: catturare le lunghezze d’onda della luce che riescono ancora a passare attraverso l’acqua di mare, in modo da alimentare apparecchiature sottomarine più a lungo. La prova sul campo è durata due ore, al largo delle isole Weizhou, sulla costa meridionale della Cina continentale. I pannelli hanno generato corrente a dieci metri di profondità. Lo studio, pubblicato sulla rivista Joule, spinge il solare subacqueo ben oltre i lavori precedenti, che si erano fermati a due metri o meno. Il problema di fondo è noto: la luce cala in fretta sotto la superficie. A dieci metri gran parte dell’energia solare è già stata assorbita o dispersa dall’acqua. Non tutta, però: secondo i ricercatori, blu e verde arrivano ancora in quantità sufficiente a produrre elettricità, e su quelle bande i ricercatori hanno tarato le celle. Hanno usato perovskiti, alternative al silicio dei pannelli comuni, perché si possono regolare per assorbire lunghezze d’onda diverse. In laboratorio, ricreando le condizioni di dieci metri, le celle hanno convertito in elettricità circa il 35% della luce che le raggiungeva. Poi sono passati a versioni più grandi in mare. A due metri, 115 centimetri quadrati di pannelli hanno prodotto 1.416 milliwattora in due ore, più o meno metà della capacità di una batteria AA ricaricabile. A dieci metri il risultato è sceso a 324 milliwattora nello stesso intervallo: poco, ma molto più di quanto il gruppo si aspettasse. Dopo 1.160 ore in condizioni sottomarine simulate, le prestazioni non hanno mostrato quasi perdite. Sulla base di questi dati, si stima un funzionamento continuo intorno ai cinque anni e mezzo a dieci metri di profondità. Wen-Hua Zhang, dell’Università dello Yunnan e della Southwest United Graduate School di Kunming, lo definisce la prima validazione funzionale di celle solari sommerse che operano fino a circa dieci metri, con un allargamento netto del campo di applicazione. Il solare, del resto, sta uscendo dai tetti e dai campi aperti e finisce dove elettricità e carburante arrivano male. Quest’anno ricercatori olandesi hanno presentato nel Kenya rurale la prima ambulanza al mondo alimentata dal sole, pensata per comunità senza rete di distribuzione affidabile. Nell’arcipelago norvegese delle Svalbard il solare contribuisce a tenere in vita un’ex stazione radio raggiungibile solo in barca o in elicottero, prima dipendente da generatori a gasolio. Sotto il mare il problema è un altro. Sensori, telecamere e apparati di comunicazione lavorano lontano da qualsiasi presa, ma prima o poi vanno recuperati quando le batterie si esauriscono. I ricercatori pensano che questa tecnologia possa diventare una fonte più stabile per quel tipo di strumenti. Prima, però, vogliono capire come si comportano i pannelli ancora più in basso. Il passo successivo, dicono, è proprio quello: stabilire fin dove il solare può arrivare sotto le onde.

