Nel Rapporto d’autunno il Pil 2027 frena allo 0,6% mentre l’elettricità a 208 euro e il gas a 77 euro piegano le fabbriche; il presidente Orsini attende il decreto bollette e vola a Bruxelles per presentare le dieci proposte salva-manifattura.
I costi dell’energia sono tornati a livelli d’emergenza e rischiano di azzerare la crescita economica italiana del 2027, mentre le storture del mercato europeo delle emissioni accelerano la chiusura degli stabilimenti produttivi. A lanciare l’allarme è il Rapporto di Previsione di Autunno 2026 del Centro Studi Confindustria (CSC), intitolato “Per far crescere l’Italia: fronteggiare gli shock internazionali e rafforzare le imprese”, presentato a Roma dai coordinatori Alessandro Fontana e Ciro Rapacciuolo insieme al presidente di Confindustria, Emanuele Orsini.
L’impennata del gas al Ttf a 77 euro al megawattora, dell’elettricità a 208 euro e del greggio oltre i 102 dollari al barile ha spinto il leader degli industriali a chiedere interventi immediati: apprezzando le recenti parole in Parlamento della premier Giorgia Meloni, Orsini ha sollecitato il varo tempestivo del decreto bollette e annunciato una missione a Bruxelles per chiedere una riscrittura dell’Ets che fermi la deindustrializzazione del continente.
IL DIVARIO DEI COSTI ENERGETICI: ELETTRICITÀ A 208 EURO E GAS ALLE STELLE
Il differenziale energetico penalizza duramente la produzione nazionale: nei primi nove mesi del 2026 il prezzo dell’elettricità in Italia è stato sistematicamente superiore del 35 per cento rispetto a quello della Germania, toccando a settembre un picco di 208 euro al megawattora contro i 114 euro di febbraio. Rispetto a sei anni fa, l’incidenza delle spese energetiche complessive sui costi totali aziendali è salita del 34,5 per cento, con un aggravio del 40 per cento per la sola manifattura. A settembre il gas naturale europeo ha raggiunto il record annuo di 77 euro al megawattora (+133 per cento rispetto ai 33 euro di febbraio).
Un rincaro del 100 per cento del metano accresce i costi di produzione manifatturieri di 0,8 punti percentuali, contro lo 0,3 prodotto dal petrolio, contagiando l’intera economia. Secondo le stime del CSC, un gas a 89 euro al megawattora con petrolio a 115 dollari (o un Brent medio a 126 dollari) nel 2027 cancellerebbe del tutto la crescita del Pil. Il divario è abissale anche rispetto agli Stati Uniti, dove ad agosto il metano costava quasi otto volte meno rispetto all’Europa (2,8 dollari per milione di Btu contro 21,1). A contenere i rincari ha contribuito la scelta del 20,5 per cento delle aziende di stipulare forniture elettriche a prezzo fisso e la diffusione dei contratti a lungo termine (PPA), saliti a 1,55 GW nei primi nove mesi del 2025.
CARBURANTI FUORI CONTROLLO E CRISI STRUTTURALE DELLA RAFFINAZIONE
Sul fronte dei trasporti, a settembre il prezzo al consumo della benzina in Italia è salito del 26 per cento rispetto ai minimi di gennaio, determinando un salasso fino a 665 euro all’anno per automobilista (55 euro al mese). L’aumento dei prodotti energetici al consumo (+22,3 per cento annuo a settembre) ha eroso la storica correlazione con il greggio, scesa dal 94 per cento del periodo 2016-2022 al 76 per cento nel quadriennio recente. La causa è la perdita di capacità di raffinazione: -23,2 per cento in Europa dal 2009 (-21,9 per cento in Italia), a cui si sono aggiunti lo stop ai raffinati russi dal 2022 e, nel 2026, gli attacchi ucraini alle raffinerie di Mosca e le operazioni belliche USA-Iran sugli impianti del Golfo Persico, che hanno generato una severa scarsità di carburanti sul mercato continentale.
IL SISTEMA ETS SOTTO ACCUSA: EMISSIONI TAGLIATE CHIUDENDO LE FABBRICHE
L’analisi del Centro Studi Confindustria denuncia l’impatto distorsivo del mercato dei permessi di emissione. Nella manifattura italiana soggetta a ETS, tra il 2005 e il 2025 le emissioni sono calate del 43 per cento (-36,8 milioni di tonnellate di CO2), ma nello stesso periodo sono stati chiusi 386 impianti industriali (19 all’anno). La chiusura delle fabbriche spiega da sola il 48 per cento del taglio delle emissioni: una riduzione che non deriva affatto da investimenti in decarbonizzazione. Per il restante 52 per cento, come sottolineato dal direttore Alessandro Fontana, la mancanza di dati della Commissione europea non permette di chiarire quanta parte sia reale transizione e quanta calo dei volumi produttivi.
L’azzeramento programmato delle quote gratuite rischia ora di infliggere il colpo di grazia: l’acquisto dei permessi a prezzo di mercato assorbirebbe un costo superiore all’intero margine operativo lordo (EBITDA) per il 18 per cento delle imprese manifatturiere regolate (46 aziende che impiegano 18.600 addetti e generano 744 milioni di valore aggiunto). Per il primo quartile a marginalità più bassa, il costo delle quote supererebbe l’EBITDA nel 25,5 per cento dei casi. Inoltre, l’ETS scarica circa 30 euro al megawattora sul prezzo marginale dell’elettricità, generando oltre 8,5 miliardi di rendite inframarginali tra il 2021 e il 2024, mentre le importazioni extra-UE di cemento e clinker sono aumentate del 1.181 per cento tra il 2018 e il 2025 per effetto del carbon leakage.
LE DIECI PROPOSTE DI VIALE DELL’ASTRONOMIA E L’USO DEI PROVENTI D’ASTA
Per fermare la crisi industriale, Confindustria ha stilato dieci proposte da portare a Bruxelles: revisione del cap emissivo basata sulla maturità delle tecnologie con verifiche biennali; benchmark ancorati alla reale replicabilità degli impianti; stop al taglio delle quote gratuite prima di aver verificato le misure anti-delocalizzazione; revisione del CBAM con introduzione dell’export rebate per tutelare la trasformazione a valle; blocco del trasferimento dei costi della CO2 sull’elettricità; trasformazione della Market Stability Reserve in un corridoio di controllo prezzi; istituzione di un comitato di gestione partecipato dai settori produttivi; esclusione degli intermediari puramente finanziari dal mercato delle quote; creazione di un fondo comune europeo per la decarbonizzazione; semplificazione per i piccoli emettitori elevando la soglia di opt-out da 25.000 a 50.000 tonnellate annue, congelando l’ETS marittimo e rinviando l’ETS 2. Confindustria contesta inoltre l’utilizzo delle risorse: dei 20,8 miliardi incassati dall’Italia tra il 2012 e il 2025 tramite le aste delle quote, fino al 2023 appena il 9 per cento è stato destinato alla decarbonizzazione (a fronte di una raccomandazione UE di almeno il 50 per cento), e ancora oggi la quasi totalità del gettito confluisce nel bilancio generale dello Stato.
BLOCCO DI HORMUZ E RISERVE STRATEGICHE IN VIA DI ESAURIMENTO
La fiammata energetica globale è figlia diretta delle ostilità esplose il 28 febbraio 2026 tra USA-Israele e Iran. Nello Stretto di Hormuz i passaggi marittimi sono crollati al 23 per cento nel secondo trimestre e al 12 per cento a settembre, bloccando 17,4 dei 20 milioni di barili giornalieri esportati dal Golfo e tagliando l’estrazione nei sette Paesi dell’area del 48 per cento. Il deficit di 3,5 milioni di barili al giorno registrato tra marzo e agosto è stato coperto intaccando le scorte: la riserva strategica statunitense (SPR) è crollata a 284 milioni di barili a fine settembre (-131 milioni in sei mesi), ai minimi dal 1982.
Confindustria avverte che le riserve strategiche mondiali potrebbero esaurirsi a gennaio 2027 e quelle commerciali a maggio 2027: in assenza di una riapertura dei transiti dopo le elezioni di midterm americane, i prezzi del petrolio salirebbero a livelli mai visti. In Italia, nella prima metà del 2026 i consumi interni di gas sono saliti di 0,1 miliardi di metri cubi (mmc) a fronte di una produzione nazionale scesa a -0,3 mmc, con scorte erose per 1,4 mmc; l’aumento del GNL dagli USA ha compensato il blocco delle forniture dal Qatar (pari all’8,3 per cento pre-conflitto), mentre i gasdotti da Algeria (Mazara del Vallo) e Azerbaigian (Melendugno) hanno tenuto.
PIL, FINANZA PUBBLICA E RIFORME: LA SINTESI DELLO SCENARIO CONFINDUSTRIA
Al di là del nodo energetico, il rapporto delinea un quadro macroeconomico complesso per il Paese:
Crescita e Inflazione: Il Pil italiano è atteso all’1,0 per cento nel 2026 ma scenderà allo 0,6 per cento nel 2027. L’inflazione media si attesterà al 3,2 per cento nel 2026 (picco del 4,2 per cento a settembre) per poi rientrare al 2,2 per cento nel 2027. I consumi delle famiglie freneranno all’1,1 per cento nel 2026 e allo 0,5 per cento nel 2027, con un tasso di risparmio sceso al 6,7 per cento nel secondo trimestre;
Finanza pubblica e clausola di salvaguardia: Il deficit si attesterà al 2,9 per cento del Pil nel 2026 e al 2,8 per cento nel 2027, aprendo le porte all’uscita dalla procedura per disavanzi eccessivi. Il debito salirà però al 137,9 per cento nel 2026 e al 138,0 per cento nel 2027, appesantito da 103,7 miliardi di interessi passivi e dall’impatto di cassa dei crediti edilizi (1,8 punti di Pil). Lo scenario a legislazione vigente non include la clausola di salvaguardia da 14,4 miliardi annui per difesa ed energia (0,6 per cento di Pil nel 2027 e 2028);
PNRR e produttività: Al 31 agosto 2026 la spesa dichiarata del PNRR ammonta a 133,2 miliardi (68,5 per cento del totale) con 416 obiettivi centrati su 572 e richiesta per la decima rata inviata a settembre. Tuttavia, i progetti conclusi coprono appena 41 miliardi dei 173 impegnati. Sul piano strutturale, la bassa produttività italiana (+0,7 per cento medio annuo in trent’anni) sconta il nanismo aziendale: adottare la dimensione delle imprese tedesche aumenterebbe la produttività del 17,6 per cento (24,7 per cento nella manifattura). Pesano inoltre il calo della popolazione attiva (-0,7 punti annui) e la fine dell’ACE;
Credito e manovra: I prestiti alle imprese crescono del 4,1 per cento a luglio ma il tasso medio per i nuovi finanziamenti è salito al 3,79 per cento (4,37 per cento per le PMI). Per la manovra, Orsini promuove la continuità dell’iperammortamento (oltre 6 miliardi prenotati sul GSE), chiedendo incentivi fiscali per le aggregazioni tra PMI e la realizzazione del Piano Casa per attrarre giovani lavoratori;
Commercio estero e dazi: L’export italiano sale al +2,9 per cento nel 2026 trainato dall’oro verso la Svizzera (da 1,4 a 7,9 miliardi) e dal Mercosur (+10,0 per cento nei primi tre mesi di accordo), mentre verso gli USA le vendite calano del 9,8 per cento al netto di navi e farmaci per via dei dazi della presidenza Trump. Dalla Cina sale invece l’import di beni intermedi e hi-tech (34,8 per cento del totale), alimentando il deficit bilaterale a -46 miliardi.
“L’Europa è a un grande bivio, deve dare una grande risposta: oggi fa l’arbitro con il fischietto ma non siamo in grado di giocare la partita”, ha concluso Orsini, ribadendo che la difesa della manifattura continentale richiede investimenti e una strategia energetica pragmatica prima che i danni diventino irreversibili.
pubblicazioni-per-far-crescere-litalia-front-Rapporto-di-previsione-CSC-Ottobre-2026

