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Corsa globale all’energia: nucleare per l’IA negli Usa, allarme gas in Ue e deficit in Asia. I fatti della settimana

I colossi tech finanziano l’aggiornamento dei reattori esistenti per alimentare i data center, mentre l’Europa affronta l’inverno con riserve di gas ai minimi storici e il Sud-est asiatico fa i conti con consumi elettrici record e carenze di carburante aggravate dal blocco di Hormuz. I fatti della settimana di Marco Orioles

La corsa globale all’energia evidenzia una crescente vulnerabilità delle reti tra fabbisogni record e shock geopolitici: mentre negli Stati Uniti i giganti tecnologici finanziano il potenziamento delle vecchie centrali nucleari per garantire elettricità costante ai data center dell’intelligenza artificiale, l’Europa affronta l’inverno con scorte di gas ai minimi dal 2011 e il rischio di un deficit di 14 miliardi di metri cubi. Nel frattempo, nel Sud-est asiatico la domanda elettrica corre più veloce dell’offerta per sostenere industria, server e climatizzazione, con il blocco dei transiti nel Golfo Persico che impone rincari, carenze di combustibile e razionamenti, rendendo urgente una complessa transizione verso fonti pulite e sicure.

PIÙ POTENZA DALLE VECCHIE CENTRALI NUCLEARI: LA SCORCIATOIA USA PER L’IA

Costruire una nuova centrale nucleare è un lavoro lungo e costoso. Per questo molte aziende stanno puntando su una soluzione più rapida: ricavare più elettricità dalle centrali già esistenti, con i cosiddetti “power uprate”. Come evidenzia il New York Times, si tratta di aggiornare controlli, turbine o pompe per far lavorare i reattori a un livello più alto. Sono interventi che costano miliardi e richiedono specifiche autorizzazioni, ma che si chiudono in cinque anni o meno e a una frazione del prezzo di un impianto nuovo. Con la domanda di elettricità che sale per i data center dell’intelligenza artificiale, i big tech sono disposti a pagare il conto. Si stima che in questo modo si possano aggiungere 6.000-8.000 megawatt alla rete americana, l’equivalente di sei-otto grandi reattori nuovi. Google, che sta investendo anche in nuove centrali, considera gli uprate “il modo più veloce per mettere online capacità pulita aggiuntiva in modo affidabile”, ha detto Amanda Peterson Corio, responsabile globale energia dell’azienda. La settimana scorsa Constellation Energy, il più grande operatore nucleare Usa, ha annunciato un investimento di oltre 4,3 miliardi di dollari per aggiornare 11 reattori in sei impianti in Illinois, Pennsylvania e New Jersey. Aggiungeranno 890 megawatt, abbastanza per circa 700.000 case, e Google comprerà l’energia. Ancora prima il Dipartimento dell’Energia aveva concesso un prestito da 4,2 miliardi a Vistra per aumentare la potenza di tre impianti in Pennsylvania e Ohio. Amazon intanto ha chiuso un accordo per l’impianto di Calvert Cliffs in Maryland e Google sta finanziando quattro reattori in Georgia. L’amministrazione Trump, che vuole quadruplicare la capacità nucleare entro il 2050, vede questi interventi come un primo passo. “Tirando fuori più potenza dalle centrali che abbiamo già, possiamo dare energia più conveniente e affidabile 24 ore su 24”, ha detto il segretario all’Energia Chris Wright. Gli interventi vanno dai controlli digitali più moderni a combustibile più performante e nuove turbine in grado di gestire più vapore. Non è una novità assoluta: negli anni ’90 e 2000 molti operatori lo facevano già. Poi la domanda di elettricità si è appiattita e l’interesse è calato. L’IA ha cambiato tutto: le aziende tech vogliono elettricità subito e pagano un premio. Il nucleare, che funziona h24 senza emissioni, piace a chi ha obiettivi climatici ambiziosi come Google. Joe Dominguez, ceo di Constellation, ha spiegato che senza la disponibilità di Google a pagare di più questi progetti capital-intensive non partirebbero. I primi interventi dell’accordo con Google dovrebbero chiudersi entro il 2028, gli ultimi intorno al 2032. I regolatori devono controllare tutto, ma gli esperti non vedono grandi problemi di sicurezza. “Conosciamo bene le prestazioni di queste centrali”, ha detto Koroush Shirvan del MIT. Qualche impianto in passato ha avuto difficoltà operative: più potenza significa più usura e più fermate per manutenzione, che a volte riducono la produzione complessiva. Alcuni nell’industria pensano che si possa fare di più: oggi si punta a aumenti modesti, ma in teoria si può arrivare al 20% o oltre, e meno di due dozzine dei 94 reattori americani sono già al massimo. James Krellenstein, ceo di Alva Energy, dice che gli uprate attuali sono “piccoli” e che l’industria sta imparando a camminare prima di correre. Un grosso ostacolo è che per sostituire turbine e generatori si deve fermare l’impianto per mesi, perdendo ricavi. Alva propone di costruire l’attrezzatura nuova accanto al reattore ancora in funzione e collegarla rapidamente durante le pause di rifornimento. Se gli Stati Uniti vogliono davvero aumentare il nucleare dovranno anche costruire nuove centrali, ma gli investitori restano cauti. Anche le utility sono restie dopo il caso dei due reattori AP1000 in Georgia, costati 35 miliardi e arrivati con sette anni di ritardo. Concentrarsi sugli uprate a breve termine può comunque aiutare a ricostruire competenze e forza lavoro, dice Krellenstein: “L’industria sta rimettendo in moto i muscoli dell’esecuzione. Gli uprate sono un campo di addestramento”.

EUROPA A CORTO DI GAS: RISERVE AI MINIMI E RISCHIO DI RINCARI

L’Unione Europea rischia di arrivare all’inverno con un buco importante nelle forniture di gas, sottolinea Politico. Secondo un rapporto dell’IEEFA e un’analisi di ENTSO-G presentata giovedì scorso ai governi, il deficit potrebbe arrivare fino a 14 miliardi di metri cubi, circa il 7% della domanda del blocco e quanto basta per coprire i consumi di 10-12 milioni di famiglie. Non si tratta di scarsità assoluta, ma di un margine di sicurezza ridotto che, se l’inverno sarà freddo come l’ultimo, potrebbe tradursi in bollette più alte o in tagli forzati ai consumi. Le riserve sono scese al livello più basso per questo periodo dell’anno da quando esistono le rilevazioni (2011), poco sopra il 70%. I prezzi alti dell’estate hanno reso più conveniente vendere che stoccare, e la guerra in corso in Medio Oriente sta limitando le opzioni di approvvigionamento. A questo si aggiunge il divieto europeo sui contratti a lungo termine per il GNL russo, che scatterà a gennaio e toglierà altri 7 miliardi di metri cubi. Storicamente quel gas serviva proprio a coprire gli sbalzi invernali; ora si conta quasi solo sulle scorte. Negli ultimi due anni la domanda invernale è salita mentre le importazioni sono rimaste piatte, quindi si è prelevato di più dai depositi: a gennaio di quest’anno i prelievi netti sono arrivati a 22,6 miliardi di metri cubi, contro i 18,8 del 2025 e i 17,8 del 2024. ENTSO-G avverte che, con importazioni di GNL “ottimali” o limitate e un inverno rigido, le scorte potrebbero scendere all’11%, il minimo strategico. Per chiudere l’inverno almeno al 30% bisognerebbe rinunciare a volumi pari a un altro 7% della domanda. Comprare quel gas mancante via GNL costerebbe circa 3 miliardi di euro in più rispetto all’anno scorso su prezzi già alti, e la capacità americana è quasi satura. C’è chi è meno allarmista: Laurent Ruseckas di S&P Global Energy sostiene che un calo rapido delle scorte farà salire i prezzi e attirerà carichi dall’Asia, e che in Europa c’è poco altro da tagliare dopo che la guerra in Ucraina ha già fatto sparire il 20% della domanda industriale senza che tornasse. Resta il fatto che entriamo nell’inverno con un cuscinetto più sottile e un rischio concreto di volatilità.

SUD-EST ASIATICO E DEFICIT DI ENERGIA

Il Sud-est asiatico sta aumentando i consumi elettrici a un ritmo che le forniture non riescono a seguire. È quanto emerge dal rapporto dell’Agenzia Internazionale per l’Energia uscito la settimana scorsa di cui l’Associated Press fornisce una sintesi: il succo è che i rischi per la sicurezza energetica della regione stanno crescendo più in fretta delle risposte messe in campo dai governi. Negli ultimi dieci anni il consumo pro capite è salito quasi del 30%, spinto da industrializzazione, urbanizzazione e standard di vita in aumento. Da qui al 2030 l’IEA prevede una crescita media annua dei consumi energetici del 5,4%, alimentata soprattutto dalla domanda di raffreddamento, dai data center e dalle esigenze dell’industria. Quelle della regione sono economie in rapida espansione che hanno bisogno di più elettricità per tenere accesi i server e fresche le case e gli uffici, in un clima che non perdona. La guerra in Iran ha chiuso di fatto lo Stretto di Hormuz e ha fatto da detonatore. Il blocco delle esportazioni dal Golfo Persico ha portato a carenze di carburante e a prezzi alle stelle in tutta l’area, un vero e proprio campanello d’allarme. A differenza di Giappone e Corea del Sud, i Paesi del Sud-est asiatico hanno riserve limitate e meno risorse per assorbire lo shock. Per tirare avanti hanno fatto di tutto: razionato i consumi, bruciato più carbone e comprato petrolio russo. Allo stesso tempo, come nota Amy Kong di Zero Carbon Analytics, la crisi ha spinto verso politiche più pulite che possono aiutare a diversificare le fonti come accordi sul nucleare, incentivi al solare e sussidi per le auto elettriche. “La guerra in Iran ha dato ai governi un po’ di realtà”, dice Kong. Il problema è che non basta. L’IEA consiglia di scambiarsi elettricità tra vicini, diversificare rotte e fonti, sfruttare di più le risorse interne e spingere sull’elettrificazione insieme all’efficienza energetica. Ma le barriere sono tante e concrete: conflitti territoriali tra Paesi vicini, mercati energetici nazionali strutturati in modo diverso, e una certa lentezza nel coordinarsi. Fatih Birol, direttore esecutivo dell’IEA, parla di una delle regioni più dinamiche al mondo che però affronta sfide serie in un panorama energetico globale sempre più incerto. Putra Adhiguna, dell’Energy Shift Institute di Giacarta, sostiene che il Sud-est asiatico si trovi a un bivio e che serva un cambio di passo molto più deciso su come adottare la transizione energetica e diversificare le fonti tradizionali. In pratica, la domanda di questi Paesi continua a salire velocemente mentre le soluzioni arrancano.

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