Secondo il “Global Energy Scenarios 2026” di Rystad Energy, una gamma più ampia di tecnologie, rapidamente implementabili, stia aiutando il sistema energetico a resistere a interruzioni significative nei flussi di energia
La dipendenza globale dall’energia importata probabilmente raggiungerà il suo picco entro il 2034, poiché le preoccupazioni per la sicurezza energetica accelerano la transizione verso l’elettrificazione. È quanto emerge dalla quinta edizione del rapporto annuale di riferimento di Rystad Energy, “Global Energy Scenarios 2026”.
Sulla scia di due gravi crisi energetiche verificatesi nell’arco di cinque anni, il documento evidenzia come una gamma più ampia di tecnologie, rapidamente implementabili, stia aiutando il sistema energetico a resistere a interruzioni significative nei flussi di energia. Lo studio analizza l’evoluzione della dipendenza dalle importazioni energetiche secondo tre possibili scenari futuri, ognuno dei quali riflette un diverso ritmo di cambiamento.
La guerra della Russia in Ucraina e il conflitto che coinvolge Stati Uniti, Israele e Iran – con ripercussioni critiche sui flussi attraverso lo Stretto di Hormuz – rappresentano alcune delle prove più dure per il sistema energetico dai tempi delle crisi petrolifere degli anni ’70. Sebbene entrambi gli eventi fossero stati a lungo considerati rischi rilevanti, il loro sviluppo ha seguito dinamiche diverse da quelle previste.
DALLA CAPACITÀ ALLA RESILIENZA ENERGETICA
Gran parte della resilienza dimostrata finora dal sistema deriva dalla capacità energetica sviluppata dopo il primo shock. Nel 2021 la Russia copriva circa il 36% delle importazioni di gas in Europa, contro il 6% circa proveniente dagli Stati Uniti. Nel 2025, la quota russa è scesa a circa il 7,5%, mentre il GNL statunitense ha raggiunto una copertura di circa il 21%. Tale infrastruttura funge oggi da cuscinetto per il sistema.
Tuttavia, la competizione tra Europa e Asia per gli stessi carichi di GNL rischia di lasciare l’Europa con scorte invernali insufficienti e l’Asia con una carenza di approvvigionamenti. Per quanto riguarda il petrolio, il ruolo determinante è stato svolto da oleodotti, greggio in transito via mare, stoccaggi e meccanismi di modulazione della domanda (demand response), un fenomeno particolarmente evidente in Cina.
I due conflitti si sovrappongono anche sul fronte del diesel: gli attacchi ucraini alle raffinerie russe hanno spinto Mosca a vietare le esportazioni di questo combustibile, proprio mentre la situazione nello Stretto di Hormuz ha ridotto l’offerta dal Medio Oriente. Con le scorte di diesel inferiori di circa il 14% rispetto alla media quinquennale, il differenziale di prezzo (crack spread) del diesel negli Stati Uniti ha superato la soglia record di 100 dollari al barile, facendo lievitare i costi per il trasporto su gomma, il trasporto marittimo e la logistica delle merci.
TUTELA DEI CONSUMATORI E CAMBIAMENTI STRUTTURALI
Dal febbraio scorso quasi 100 Paesi hanno ridotto le imposte sui carburanti, erogato sussidi o imposto tetti ai prezzi per proteggere i consumatori; 60 hanno introdotto misure per la riduzione della domanda, mentre 34 hanno avviato cambiamenti strutturali. Tra questi ultimi, 26 hanno adottato politiche di elettrificazione, di cui 22 in Europa e in Asia.
La sicurezza energetica sta rendendo l’elettrificazione una scelta politicamente più solida, anche in Paesi come l’Italia e il Giappone, che in precedenza avevano posto minore enfasi sulla sostenibilità. La maggior parte dei Paesi sta puntando sull’elettrificazione basata su fonti energetiche interne: rinnovabili e nucleare, dove disponibili, o carbone, laddove esistano riserve.
Sebbene la costruzione di nuovi impianti a carbone sia limitata, il prolungamento della vita operativa delle centrali esistenti, la loro riattivazione o il rinvio della dismissione – come nel caso dell’Italia, che ha posticipato la chiusura al 2038 – comportano anni aggiuntivi di emissioni.
“Finora il sistema ha assorbito l’attuale crisi in modo sorprendentemente efficace, grazie in gran parte alla capacità sviluppata in seguito allo shock precedente”, ha dichiarato Jarand Rystad, fondatore e presidente esecutivo di Rystad Energy.
“Decenni di investimenti, innovazione e diversificazione – ha aggiunto Rystad – hanno creato questa flessibilità operativa; disponendo di ampi margini di sicurezza all’inizio della crisi, il sistema ha potuto guadagnare tempo prezioso. Quanto tempo resti ancora a disposizione dipende dalla durata delle restrizioni nello Stretto di Hormuz e dalla rapidità con cui potranno concretizzarsi nuove alternative. Più a lungo si protrarrà il conflitto, più grave sarà l’impatto su settori interconnessi come l’agroalimentare, la logistica e la manifattura”.
PRAGMATISMO: UN NUOVO PERCORSO DI RIFERIMENTO VERSO IL 2050
Il rapporto introduce il “Pragmatismo” come nuovo scenario di riferimento verso il 2050. Esso ipotizza un graduale rafforzamento delle politiche attuali, in cui l’accessibilità economica, la sicurezza energetica e i costi delle tecnologie ne determinano il ritmo. Questo scenario riflette un cambiamento di prospettiva: si passa da una transizione guidata principalmente da rigorose politiche climatiche a una che ricerca un equilibrio tra energia affidabile, accessibile e pulita.
Il quadro è delimitato da altri due scenari: “Priorità al clima” (Climate first), che presuppone un’azione globale rapida e coordinata, e “Priorità ai combustibili fossili” (Fossil first), che ipotizza un sostegno politico più debole e un progresso più lento delle tecnologie pulite.
Nello scenario “Pragmatismo”, la domanda di energia primaria raggiunge i 702 exajoule entro il 2050; un incremento che, in meno di 25 anni, equivale ad aggiungere alla domanda energetica globale un volume pari a quello dell’intera India.
I DATI SUI COMBUSTIBILI FOSSILI
La domanda di combustibili liquidi diminuisce di circa il 2,2% annuo, attestandosi a 102 milioni di barili al giorno nel 2026, mentre la domanda di gas cala di circa lo 0,9% annuo, scendendo a 4.150 miliardi di metri cubi. Il commercio di petrolio e gas cresce fino alla metà degli anni ’30 e rimane al di sopra dei livelli attuali fino al 2043.
Le esportazioni dal Medio Oriente si mantengono vicine ai livelli odierni fino al 2050, mentre Europa e Asia continuano a importare, rispettivamente, circa il 76% e il 49% del proprio fabbisogno di gas. Nello scenario “Pragmatismo”, la dipendenza dalle importazioni per i Paesi importatori scende dall’attuale 40% circa al 26% entro il 2050; per confronto, tale valore si attesta al 33% nello scenario “Priorità ai combustibili fossili” e al 14% in quello “Priorità al clima”.
I DUE SCENARI DI RYSTAD ENERGY
Ogni percorso comporta dei compromessi. Lo scenario “Priorità ai combustibili fossili” richiede minori esborsi iniziali, poiché evita il capitale necessario per l’elettrificazione; al contrario, lo scenario “Priorità al clima” concentra gli investimenti nella fase iniziale, con una media di 3,8 trilioni di dollari l’anno tra il 2026 e il 2050, a fronte dei 2,9 trilioni previsti dal “Pragmatismo” e dei 2,3 trilioni dello scenario “Priorità ai combustibili fossili”.
Per i Paesi importatori netti, la spesa in conto capitale (capex) nello scenario “Priorità al clima” raggiunge un picco di 3,1 trilioni di dollari nel 2037, per poi scendere a 1,1 trilioni entro il 2050, un valore inferiore a quello previsto nello scenario “Priorità ai combustibili fossili”. Il divario nei costi si riduce dopo il 2040, man mano che la spesa per i combustibili diminuisce e le tecnologie pulite si diffondono su larga scala.
L’ELETTRICITÀ AL CENTRO DEL SISTEMA
Nel 2025 l’elettricità ha superato il petrolio diventando il principale vettore di energia utile per l’impiego diretto; secondo lo scenario “Pragmatismo”, la sua quota è destinata a crescere dall’attuale 28% circa al 41% entro il 2050. Entro la metà del secolo, l’elettricità fornirà più energia utile rispetto a carbone, petrolio e gas messi insieme.
La domanda di energia primaria nei Paesi importatori raggiungerà un picco nel 2038, attestandosi a 421 EJ; tuttavia, l’energia effettivamente utilizzata crescerà del 22% fino al 2050, poiché gli usi finali basati sull’elettricità comportano minori dispersioni energetiche rispetto ai processi di combustione. Attualmente, l’elettricità è associata a circa il 47% del prodotto interno lordo (PIL) globale – un incremento rispetto al 38% registrato nel 2000 – con la quota della Cina che è salita dal 28% al 48%.
IL RUOLO DEI DATA CENTER
L’intelligenza artificiale esercita una pressione di natura diversa, che si avverte soprattutto nei mercati elettrici locali e nelle reti di distribuzione: i data center, infatti, superano le offerte degli altri utenti, mettono sotto stress la disponibilità di impianti di generazione a gas e saturano gli ordini per turbine a gas e celle a combustibile.
Negli Stati Uniti, per garantire la potenza costante di cui necessitano, i data center dipendono in larga misura dal gas. Anche l’energia nucleare è tornata al centro del dibattito: l’Asia sta procedendo più rapidamente, con i data center che stipulano contratti di fornitura direttamente con gli operatori nucleari.
Qualunque sia il mix energetico scelto dai singoli Paesi, il denominatore comune rimane l’elettricità. Le tecnologie consolidate continuano a diventare più economiche, mentre quelle più recenti – dai sistemi di accumulo termico a lunga durata alle nuove tipologie di batterie – si avvicinano alla commercializzazione.
LE PREVISIONI SULLE EMISSIONI DI CO2
Le emissioni globali di CO2 di origine fossile si stanno stabilizzando su un valore di circa 40 Gt. Nello scenario “Pragmatismo”, esse scendono a circa 20 Gt entro il 2050. Le emissioni cumulative, pari a 800 Gt nel periodo 2026-2050, corrispondono a un riscaldamento aggiuntivo di circa 0,35 gradi Celsius, sulla base della stima dell’IPCC, secondo cui ogni 220 Gt di CO2 determinano un aumento di circa 0,1 gradi. Si tratta di un dato superiore all’obiettivo dell’Accordo di Parigi, che richiede emissioni nette pari a zero entro il 2050, ma ben al di sotto delle traiettorie che un tempo venivano considerate come il proseguimento delle tendenze abituali (business as usual).
Nello scenario “Climate first” (priorità al clima), le emissioni scendono a circa 2 Gt entro il 2050, determinando un aumento della temperatura di circa 0,25 gradi. Nello scenario “Fossil first”, le emissioni rimangono vicine ai livelli attuali più a lungo, portando a un incremento di circa 0,45 gradi.
Finora, il progresso è stato trainato principalmente da forme di energia più pulite. L’indice di decarbonizzazione di Rystad Energy, che monitora i tre pilastri della transizione energetica, passa da una fascia iniziale del 20% circa a metà degli anni ’20 a oltre il 60% entro il 2050, secondo lo scenario “Pragmatism”.
L’energia pulita raggiunge una quota di circa l’85%, mentre l’elettrificazione si attesta intorno al 50%. Anche gli obiettivi politici seguono la stessa logica: l’Unione Europea ha fissato un obiettivo indicativo di elettrificazione del 46% entro il 2040, e la presidenza della COP31 ha proposto di portare la quota dell’elettricità nella domanda finale globale di energia al 35% entro il 2035, facendo seguito all’impegno assunto durante la COP28 di triplicare la capacità da fonti rinnovabili.

