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auto elettriche

Automotive europeo, a rischio 726mila posti: l’Ue valuta una revisione delle regole sulle emissioni

La transizione verso l’auto elettrica e la concorrenza cinese mettono sotto pressione la filiera europea: secondo lo scenario più critico dello studio Elab2040, entro il 2040 i posti a rischio potrebbero arrivare a 726mila. Francia e Germania spingono per maggiore flessibilità sulle emissioni e per rafforzare il principio del “made in Europe”

L’industria automobilistica europea rischia di perdere fino a 726mila posti di lavoro entro il 2040 nello scenario più critico dello studio Elab2040, realizzato dal Fraunhofer Institute for Industrial Engineering di Stoccarda per conto delle associazioni dell’industria metalmeccanica tedesca, con la partecipazione di Bmw, Mercedes-Benz, Bosch, Mahle, Schaeffler e Zf. Il dato comprende gli effetti della transizione verso la mobilità elettrica, della concorrenza dei costruttori cinesi e dell’impatto del caro vita e dell’energia. La filiera automotive, includendo gli addetti delle concessionarie, dà lavoro a 13 milioni di persone e genera tra il 7 e l’8% del Pil europeo; 2,6 milioni di lavoratori sono impiegati direttamente nella produzione di veicoli e componenti. Tra il 2024 e il 2025, secondo Clepa, sono già venuti meno 104mila posti, con una media di 142 al giorno.

LE IPOTESI DI MODIFICA DELLE REGOLE UE

Al centro del confronto ci sono gli obiettivi europei sulle emissioni di CO₂ per le auto nuove e le misure a sostegno della produzione nel continente. In base alle norme attuali, dal 2035 è previsto un taglio del 100% delle emissioni di CO₂ delle auto nuove rispetto ai livelli di riferimento, un obiettivo che di fatto orienta il mercato verso le vetture elettriche.

IL COMPROMESSO PUÒ LIMITARE LE PERDITE

Le modifiche alle regole potrebbero attenuare l’impatto sull’occupazione, senza però invertire la tendenza negativa. Nello scenario che considera una riduzione del valore aggiunto compresa tra 45 e 71 miliardi di euro, le perdite occupazionali si attesterebbero intorno a 500mila unità. Il rischio riguarda anche i singoli costruttori:  2.500 sarebbero i tagli annunciati da Volvo, inoltre possibili riduzioni del personale interinale anche in Germania per Mercedes-Benz e oltre 100mila uscite previste da Volkswagen entro il 2030. Il ceo di Renault, François Provost, ha inoltre dichiarato al Paris Automotive Summit che, senza maggiore flessibilità sugli obiettivi di emissioni al 2030, sarebbe costretto a proporre al consiglio di amministrazione un taglio della produzione di 300mila veicoli in Europa entro un anno.

FRANCIA E GERMANIA, IL COMPROMESSO SU EMISSIONI E MADE IN EUROPE

Tra Francia e Germania esiste però una intesa che punta a conciliare due obiettivi: rendere meno rigido il percorso di decarbonizzazione dell’auto e rafforzare la produzione industriale europea. Berlino chiede maggiore flessibilità tecnologica per consentire alle case automobilistiche di affrontare la transizione senza escludere a priori soluzioni ibride e motori a combustione alimentati con carburanti alternativi compatibili con gli obiettivi climatici. Parigi punta invece soprattutto a proteggere la filiera europea dalla concorrenza cinese, legando il sostegno pubblico a requisiti più stringenti sulla produzione in Europa. Nel compromesso franco-tedesco, il target di riduzione delle emissioni di CO₂ delle auto nuove al 2035 passerebbe dal 100% al 90%, senza obbligo di compensare il restante 10%. L’intesa prevede inoltre una definizione di “made in Europe” che, oltre all’Unione europea, potrebbe comprendere anche alcuni Paesi europei partner, tra cui il Regno Unito, a determinate condizioni.

Su un piano distinto, il Partito popolare europeo, i Socialisti e i Liberali hanno raggiunto al Parlamento europeo un’intesa che porterebbe il target all’87,5%, con una quota del 7,5% compensabile attraverso l’impiego di acciaio verde e un ulteriore 5% senza condizioni. Si tratta di proposte e accordi politici che devono ancora completare l’iter europeo: come riportato da la Repubblica, Roberto Vavassori, numero uno dell’Anfia, ha definito l’accordo un primo passo, mentre la formula del “made in Europe” pare ancora debole rispetto alla tutela dell’occupazione e della creazione di valore.

LE ASSOCIAZIONI CHIEDONO TEMPI RAPIDI

Il compromesso politico non soddisfa pienamente la filiera: il presidente di Clepa, Matthias Zink sottolinea che «Apertura tecnologica e creazione di valore devono andare di pari passo». Anche la Vda avverte che eventuali correttivi non basteranno da soli a invertire il trend occupazionale: secondo Manuel Kallweit, capo del dipartimento Intelligence Economica della Vda, entro il 2035 la Germania perderà altri 125mila posti nel settore. La revisione delle norme, quindi, potrebbe ridurre l’entità delle perdite senza trasformare uno scenario negativo in uno positivo.

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