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Gas, i prezzi sfondano i 100 euro. Cosa rischia ora l’Europa

Il benchmark europeo del gas torna a sfondare il muro psicologico dei cento euro al megawattora. Una miscela esplosiva di venti di guerra nel Golfo, stoccaggi al minimo storico e l’incubo del primo vero gelo autunnale riaccende i fantasmi del 2022

Nel primo pomeriggio, sul tabellone del TTF di Amsterdam la quotazione del gas naturale ha superato la soglia critica dei 100,45 euro per megawattora. Un rialzo immediato di oltre il quattro per cento. Non si tratta però di un fulmine a ciel sereno, ma il culmine di un’escalation che dura da settimane. Infatti, solo nell’ultimo mese, il contratto front-month ha guadagnato il 38%, mentre la corsa complessiva supera un vertiginoso +200% da quando, a fine febbraio, l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele contro l’Iran ha fatto precipitare il Medio Oriente nel caos, strozzando i flussi di petrolio e gas naturale liquefatto (GNL).

GAS, LA CRISI DI HORMUZ E LE URNE USA

A soffiare sul fuoco dei listini del gas è soprattutto il fattore geopolitico. I mercati scommettono con terrore sull’esito e le conseguenze delle imminenti elezioni di medio termine negli Stati Uniti. Il timore diffuso è che, una volta chiuse le urne a inizio novembre, Washington possa autorizzare una nuova ed imponente ondata di raid contro le infrastrutture di Teheran. Un’eventualità che azzererebbe le speranze di una riapertura in tempi brevi dello Stretto di Hormuz, il canale da cui transita una fetta vitale delle forniture mondiali di GNL.

IL TEST DELL’INVERNO

Ma la geopolitica è solo metà dell’equazione dei prezzi del gas. A rendere la situazione particolarmente vulnerabile è la fragilità strutturale con cui l’Europa si presenta ai nastri di partenza della stagione fredda. I dati di Gas Infrastructure Europe tracciano un quadro sconfortante: le riserve del Continente si attestano appena al 74,9% della capacità, il dato più basso registrato per questo periodo dell’anno da quando sono iniziate le rilevazioni nel 2011. Un vuoto che pesa come un macigno mentre la meteorologia inizia a remare contro.

Le previsioni indicano un crollo imminente delle temperature e una drastica riduzione della ventilazione e dell’irraggiamento su scala continentale. Meno eolico e meno solare significa che le centrali termoelettriche devono bruciare più gas per coprire il fabbisogno. L’inversione termica prevista per la seconda settimana di novembre rappresenterà il primo vero test sulla domanda. Inoltre, la debolezza dei venti costringe le utility a fare affidamento massiccio sulle centrali a gas per evitare buchi nella rete elettrica. Infine, l’eventualità che un’ondata di freddo polare si protragga a lungo rischia di blindare i prezzi ben al di sopra quota cento euro.

GAS, PERCHE’ LA CRISI DEL 2022 ERA DIVERSA

Nonostante la tensione e i numeri da capogiro, la distanza con la drammatica crisi energetica del marzo 2022 — quando le conseguenze dell’invasione russa dell’Ucraina spinsero il TTF fino all’astronomico record di 345 euro/MWh — è rilevante. Il panorama strutturale dell’Europa è profondamente cambiato negli ultimi quattro anni. La transizione verso le fonti pulite e le politiche di efficienza hanno ridotto drasticamente il consumo complessivo di metano nel Continente. Un cuscinetto di protezione che, secondo gli analisti, dovrebbe evitare che l’attuale rally dei mercati all’ingrosso si traduca in una stangata immediata ed estrema sulle bollette domestiche come quella vissuta due anni fa.

La guardia, tuttavia, resta altissima. Infatti, con stoccaggi così risicati e lo Stretto di Hormuz virtualmente blindato, il sistema energetico europeo si ritrova a camminare sul filo del rasoio. Basterà un soffio di gelo prolungato o una nuova scintilla nel Golfo per far saltare il banco.

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