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Il carbone scende sotto il 10% nel mix elettrico Ue. Storia e ragioni del declino

L’Eurostat certifica la fine dell’impero del carbone. Nel 2025 l’oro nero ha pesato per meno di un decimo nel mix elettrico Ue

Il carbone ha perso il suo scettro di sovrano della Rivoluzione Industriale. È quanto emerge dall’ultimo report diffuso da Eurostat, che decreta la fine del dominio europeo dell’oro nero delle miniere. Infatti, nel 2025 la quota totale di carbone nella produzione lorda di energia elettrica dell’Unione Europea è scivolata al punto più basso di sempre, attestandosi ad appena il 9,2%. Per la prima volta nella storia moderna del Continente, pesa per meno di un decimo nel mix elettrico europeo.

LA PARABOLA DISCENDENTE DELL’IMPERO DEL CARBONE

Nel 1990 il carbone rappresentava oltre un terzo (il 35,1%) dell’intera generazione elettrica comunitaria. Insieme alla lignite occupavano il secondo e il terzo posto tra le fonti energetiche europee, garantendo rispettivamente il 19,8% e il 15,3% del fabbisogno elettrico totale. Nel 2000 la quota complessiva è scesa al 30,4%.
L’anno scorso il contributo del carbon fossile è precipitato al 3,7% della produzione lorda UE (105.601 GWh), mentre la lignite ha toccato il 5,5% (154.186 GWh), scendendo al settimo e sesto posto nella gerarchia delle fonti europee.

L’ADDIO DELLE NAZIONI

Nel 2025 il consumo interno di carbon fossile e di lignite nell’UE è sceso ai minimi storici, rispettivamente a 107 milioni e 184 milioni di tonnellate. Il declino del carbone investe anche la produzione.

Dopo l’uscita di scena del Portogallo nel 2021 e il phase-out della lignite completato dalla Slovacchia nel 2024, sono soltanto 8 i Paesi UE a mantenere attive le miniere di lignite, mentre l’estrazione dell’oro nero è ormai concentrata quasi esclusivamente in Polonia e Repubblica Ceca.

ITALIA TRA I PRIMI A BANDIRE IL CARBONE

Nel nostro Paese l’addio al carbone è stato più rapido rispetto al resto d’Europa, spinto da precise scelte regolatorie e dall’assenza di giacimenti autoctoni di rilievo. I dati Eurostat mostrano come il carbone rappresenti ormai una presenza del tutto marginale nel mix di generazione nazionale, sceso sotto al 3% della produzione netta nazionale. I grandi impianti a carbone della Penisola — da Brindisi Sud a Civitavecchia (Torvaldaliga Nord), fino a Monfalcone — hanno ingranato la marcia più bassa o hanno avviato il totale spegnimento.

Il Piano Nazionale Integrato per l’Energia e il Clima (PNIEC) ha fissato il phase-out definitivo entro il 2025 per l’Italia continentale, lasciando aperta solo la complessa parentesi della Sardegna, vincolata al completamento dei collegamenti strategici del Tyrrhenian Link.

IL NODO DELLE RINNOVABILI

L’uscita di scena del carbone italiano ha rivelato che il contributo delle fonti rinnovabili si è fermato al 41-47% della copertura elettrica nazionale grazie al record del fotovoltaico, ma il gas naturale garantisce ancora quasi la metà (~49,6%) della produzione elettrica nazionale. Un dato che suggerisce che la vera partita dei prossimi anni non si giocherà più sul semplice spegnimento degli ultimi impianti a carbone, ma sulla capacità di garantire la cosiddetta “flessibilità residua” per evitare di trasferire il peso della stabilità energetica interamente sul gas marginale e sulle importazioni dall’estero.

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