Mentre Pechino batte ogni record sulle rinnovabili ma non abbandona il carbone, in Europa le vendite di auto elettriche e ibride a basso costo trainano il mercato. Intanto, negli USA, il Michigan fa causa alle “Big Oil” per il caro-bollette. I fatti della settimana di Marco Orioles.
Il 2025 si chiude con un bilancio a due facce per la transizione energetica globale. Da un lato, la Cina continua la sua inarrestabile corsa verso le rinnovabili, installando una capacità record di 315 GW di solare e 119 GW di eolico, ma allo stesso tempo mette in rete ben 78 GW di nuove centrali a carbone. Dall’altro, in Europa, il mercato dell’auto cresce per il terzo anno consecutivo, spinto soprattutto dai modelli elettrici e ibridi più accessibili, segno che la domanda di mobilità sostenibile è in aumento. A completare il quadro, una notizia dagli Stati Uniti: lo Stato del Michigan ha avviato una causa antitrust contro i giganti del petrolio, accusandoli di aver tenuto artificialmente alti i prezzi dell’energia.
CINA 2025: RINNOVABILI DA RECORD, MA 78 GW DI NUOVO CARBONE
Nel 2025 la Cina ha continuato a macinare record nelle rinnovabili: ha installato 315 GW di solare e 119 GW di eolico, numeri impressionanti che da soli hanno coperto tutto l’aumento della domanda elettrica dell’anno. Per la prima volta da tanto tempo la quota del carbone nella produzione totale di elettricità è scesa di circa l’1%. Peccato che, come sottolinea l’Associated Press, nello stesso anno Pechino abbia messo in rete 78 GW di nuova capacità a carbone, più del triplo rispetto alla media degli ultimi dieci anni. Parliamo di oltre 50 unità grandi (da 1 GW in su). Nel solo 2025 la Cina ha commissionato più carbone di quanto ne abbia realizzato l’India in tutto il decennio precedente. Le ragioni di questa corsa al carbone sono diverse e tutte piuttosto concrete. La Cina è ancora in una fase di sviluppo in cui consuma quantità enormi di energia per far girare fabbriche, sostenere l’espansione dell’intelligenza artificiale e accompagnare centinaia di milioni di persone verso uno stile di vita da classe media: più condizionatori, elettrodomestici, città che si illuminano. Poi c’è il ricordo delle crisi del 2021-2022: blackout, fabbriche ferme, siccità che ha colpito l’idroelettrico. Da lì è partita la paura di restare senza luce e la decisione politica di non rischiare più. Una volta rilasciate le autorizzazioni, i progetti vanno avanti quasi per inerzia. Nel 2025 ne sono entrati in funzione tanti che erano stati approvati proprio in quel biennio. Il governo dice che il carbone serve da “ancora” per bilanciare le rinnovabili, che dipendono da sole e vento. Senza una base stabile, spiegano, il sistema rischia di traballare. Però molti analisti temono che realizzare così tanto carbone finisca per creare una dipendenza lunga: impianti nuovi che dovranno girare per decenni, pressione politica ed economica per tenerli accesi, meno spazio per spingere davvero sulle fonti pulite. Il rischio grosso è che tutte queste nuove centrali finiscano per fare da carico base invece che da semplice riserva. Se così fosse, le emissioni del settore elettrico potrebbero non scendere come servirebbe nei prossimi anni. Il rapporto di CREA e Global Energy Monitor chiede quindi due cose chiare: accelerare la chiusura delle centrali più vecchie e inefficienti e mettere nero su bianco, già nel prossimo piano quinquennale, che arriva a marzo, che le emissioni del comparto elettrico non devono crescere tra il 2025 e il 2030. Insomma: la Cina sta correndo su due binari opposti. Da una parte il boom di solare ed eolico più veloce del pianeta, dall’altra un ritorno massiccio al carbone che lascia in molti il dubbio se la curva delle emissioni riuscirà davvero a piegarsi abbastanza in fretta.
AUTO IN EUROPA 2025: VENDITE IN CRESCITA GRAZIE A ELETTRICHE E IBRIDE ACCESSIBILI
Nel 2025 le vendite di auto nuove in Europa sono salite per il terzo anno consecutivo, toccando 13,3 milioni di immatricolazioni: un aumento del 2,4% rispetto all’anno precedente. Lo riferisce Bloomberg, che parla di un bel segnale per un settore che ha passato anni durissimi, anche se il livello resta ancora circa il 15% sotto i numeri pre-pandemia. A spingere davvero è stata la crescita delle elettriche e delle ibride più abbordabili. Le full electric sono schizzate del 30%, arrivando a pesare quasi un’auto su cinque vendute. Merito soprattutto di modelli sotto i 25.000 euro, come la nuova Citroën ë-C3 di Stellantis e diverse proposte cinesi, con BYD in testa. Però tanti automobilisti continuano a preferire le ibride plug-in, che hanno fatto il balzo più forte di tutte: +33% in un anno. L’inizio del 2025 era stato incerto, con le tariffe di Trump e la paura di una nuova crisi che avevano fatto tirare il freno a mano. Da primavera in poi la domanda è ripartita alla grande: sei mesi consecutivi di crescita, con dicembre che ha chiuso a +7,6%, grazie soprattutto a Germania e Paesi Bassi, mentre Francia e Spagna hanno arrancato. Volkswagen e Porsche, dopo aver puntato tutto sull’elettrico, hanno fatto un passo indietro e ora stanno puntando di più sugli ibridi, proprio perché le colonnine di ricarica restano poche e lontane in tante zone d’Europa. Intanto l’Unione Europea sta pensando di allentare un po’ le regole sulle emissioni che dal 2035 avrebbero praticamente chiuso la porta a benzina e diesel nuovi. Un’iniezione di fiducia arriverà dalla Germania: a gennaio 2026 sono partiti 3 miliardi di incentivi per le elettriche, aperti a tutti i marchi, cinesi compresi. BYD ha triplicato le vendite in Europa e sta tallonando Tesla, che invece ha perso il 27% nello stesso periodo. Gli analisti si aspettano un altro anno in crescita nel 2026, grazie agli incentivi e a tanti modelli nuovi in arrivo. Soprattutto i costruttori cinesi sembrano destinati a guadagnare ancora terreno, in particolare nel Regno Unito.
MICHIGAN CONTRO LE BIG OIL: CAUSA ANTITRUST PER BOLLETTE TROPPO CARE
Il Michigan ha escogitato una causa che potrebbe fare rumore. Come racconta il New York Times, ha denunciato in tribunale federale quattro giganti del petrolio – ExxonMobil, Chevron, Shell e BP – insieme all’American Petroleum Institute, accusandoli di essersi messi d’accordo per tenere alti i prezzi dell’energia. Il punto forte della causa non è il solito discorso sui danni del clima, ma qualcosa di più basico: le bollette che schizzano, la benzina che pesa sul portafoglio e la mancanza di alternative decenti per muoversi o riscaldare casa. L’attorney general Dana Nessel l’ha detto senza giri di parole: “Non è l’inflazione che fa salire tutto, è la cupidigia di queste aziende che hanno pensato prima ai loro profitti che alla concorrenza e al risparmio delle famiglie”. In pratica si asserisce che questi colossi avrebbero fatto di tutto per rallentare le rinnovabili – eolico, solare, auto elettriche – e per tenere nascosti i rischi del riscaldamento globale, così da non perdere il controllo del mercato. Risultato: meno scelta, prezzi più alti, consumatori turlipinati. È una mossa strategica dal punto di vista politico. In un momento in cui tutti si lamentano del costo della vita, puntare su “l’energia costa troppo” colpisce dritto allo stomaco, soprattutto in uno Stato come il Michigan, che non è né tutto rosso né tutto blu. Finora le cause contro le compagnie petrolifere erano quasi tutte sul clima puro: risarcimenti per inondazioni, ondate di calore, erosione delle coste. Questa invece usa la legge antitrust, cioè quella contro i cartelli, e va dritta in tribunale federale. È una strada poco battuta e per questo più rischiosa, ma anche potenzialmente più resistente ad alcuni ostacoli che hanno fermato le altre. L’industria ovviamente si è infuriata. Exxon parla di “assurdità legale”, l’API dice che è una campagna ideologica contro chi fa funzionare il Paese e che certe decisioni le deve prendere il Congresso, non i giudici sparsi per gli Stati Uniti. Intanto l’amministrazione Trump ci aveva provato a bloccare tutto in partenza, facendo causa preventiva al Michigan e alle Hawaii. Un giudice federale ha detto no . Gli esperti sono scettici: dimostrare un vero e proprio accordo illecito tra colossi che fanno scelte di business simili non è semplice. Però il cambio di prospettiva – meno “salviamo il pianeta”, più “aiutateci con le bollette” – potrebbe far breccia in modo diverso, soprattutto davanti a una giuria di cittadini normali. Se funziona, potrebbe incoraggiare altri Stati a copiare l’approccio. Se fallisce, finirà nel mucchio delle cause climatiche che da anni girano a vuoto tra tribunali statali e federali. Nel frattempo, le famiglie del Michigan continuano a guardare la cifra in fondo alla bolletta e a chiedersi perché debba costare così tanto.

