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Come e perché la Cina sta tentando di controllare le rotte strategiche del petrolio in Medio Oriente

Cina Petrolio

Lo Stretto di Hormuz, in Oman, è un punto molto sensibile perché da qui passa un terzo delle forniture mondiali di petrolio greggio

L’Oman occupa una posizione geografica molto significativa nel mondo, di conseguenza ha un’importanza politica altrettanto importante per i due blocchi di potere globali: gli Stati Uniti e i loro alleati da un lato e l’asse Cina-Russia e i suoi alleati dall’altro. Il Sultanato dell’Oman ha infatti delle lunghe coste lungo il Golfo di Oman e lungo il Mar Arabico, lontano dallo Stretto di Hormuz, estremamente sensibile dal punto di vista politico poiché proprio qui passa almeno un terzo delle forniture mondiali di petrolio greggio.

Queste coste offrono un accesso in gran parte illimitato ai mercati dell’Asia meridionale, dell’Asia occidentale e dell’Africa orientale, oltre a quelli dei suoi vicini in Medio Oriente. Per questi motivi l’Oman è un nodo logistico terrestre e marittimo chiave nel progetto multigenerazionale di presa di potere della Cina, “One Belt, One Road” e, quindi, negli sforzi degli Stati Uniti per contrastare i progressi di Pechino in tal senso.

L’Oman per molto tempo ha cercato di mettere una superpotenza contro l’altra, ma con un’imminente visita a Mascate del presidente iraniano, Ebrahim Raisi, l’ultima spinta della Cina al dominio potrebbe essere vicina alla conclusione.

I RAPPORTI DIPLOMATICI TRA CINA, IRAN E OMAN

Al di là dell’interesse strategico della Cina per l’Oman, l’Iran ha degli affari urgenti da concludere con lo stesso Sultanato, affari che riguardano il gas naturale. L’amministratore delegato della National Iranian Gas Company (NIGC), Majid Chegeni, a marzo ha dichiarato che l’Iran era disposto e in grado di esportare gas naturale in Oman, per il quale esistono già delle infrastrutture, come avviene con il Pakistan e con l’Afghanistan. Tuttavia un tale accordo – come tutti gli accordi simili sul gas conclusi dall’Iran per le esportazioni di gas nella regione – si collega all’ambizione di Teheran di aumentare la sua influenza su quei Paesi, disposti a firmare accordi collegandoli contemporaneamente ad una rete elettrica regionale controllata dall’Iran. Questo, a sua volta, fa parte del tentativo in corso sull’asse Cina-Russia – attuato in Medio Oriente principalmente dall’Iran – di alimentare una vera rinascita in tutta la regione di un nuovo movimento “panarabico”.

L’altro lato di questa ultima spinta iraniana, guidata da Raisi, è finalizzare l’idea di terminare i collegamenti dei gasdotti tra i due Paesi. Ciò consentirà un forte aumento delle esportazioni di gas dall’Iran all’Oman e – molto più importante dal punto di vista dell’Iran – consentirà anche a Teheran di utilizzare almeno il 25% delle capacità di GNL dell’Oman per realizzare il suo obiettivo a lungo termine di diventare un esportatore di GNL leader a livello mondiale.

L’ACCORDO SUL GAS DEL 2013 TRA OMAN E IRAN

Questo piano sul gasdotto fa parte di un più ampio accordo di cooperazione stipulato tra Oman e Iran nel 2013 – esteso poi per l’applicazione nel 2014 e infine ratificato nell’agosto 2015 – incentrato sull’importazione da parte dell’Oman di almeno 10 miliardi di metri cubi di gas all’anno dall’Iran per 25 anni a partire dal 2017 (un volume pari a poco meno di 1 miliardo di piedi cubi al giorno, per un valore di circa 60 miliardi di dollari dell’epoca).

L’obiettivo è stato poi modificato a 43 miliardi di metri cubi/anno da importare per un periodo più breve (15 anni) e infine ad almeno 28 miliardi di metri cubi/anno per un periodo minimo di 15 anni.

Secondo una dichiarazione al momento della firma dell’accordo del 2014 sull’operazione dell’allora ad della National Iranian Gas Export Company, Mehran Amir-Moeini, la società iraniana stava già lavorando ai vari meccanismi contrattuali per le fasi chiave del progetto, inclusi gli impianti di ricezione del gas in Oman.
In particolare, la sezione terrestre del progetto comprenderebbe circa 200 chilometri di gasdotto da 56 pollici (da costruire in Iran), che andrà da Rudan al monte Mobarak, nella provincia meridionale di Hormozgan.

La sezione marittima includerebbe un tratto di 192 chilometri di gasdotto da 36 pollici lungo il letto del Mare di Oman, ad una profondità fino a 1.340 metri, dall’Iran al porto di Sohar, in Oman.

L’Iran non solo avvierà ulteriori fasi di sviluppo di North Pars, ma anche lo sviluppo di una serie di altri importanti giacimenti di gas, tra cui Golshan, Ferdowsi, Farzad A, Farzad B e Kish.

Non va dimenticato che il principale giacimento da cui il Qatar prende il gas per mantenere il suo status di esportatore numero uno di GNL al mondo è lo stesso giacimento da 9.700 chilometri quadrati da cui l’Iran attinge gran parte del proprio gas: vicino al lato del Qatar del campo da 6.000 chilometri quadrati c’è il North Dome, mentre sul lato iraniano di 3.700 chilometri quadrati c’è il South Pars (North Pars è stato trattato come un sito aggiuntivo).

IL RUOLO DELLA CINA SUL PETROLIO IN OMAN

La parte finale di questa spinta iraniana non ha a che fare direttamente con l’Iran, ma piuttosto con la Cina. Più specificamente, scaturisce dall’ambizione strategica di Pechino di controllare tutte le principali rotte di navigazione del petrolio greggio dal Medio Oriente all’Europa e all’Occidente, che evitano la più costosa e impegnativa rotta del Capo di Buona Speranza, intorno al Sudafrica.

Lo Stretto di Hormuz – che consente di spedire petrolio a qualsiasi Paese mediorientale voglia utilizzarlo – è già effettivamente controllato dalla Cina attraverso le sue relazioni con l’Iran, cementate nell’accordo onnicomprensivo da 25 anni concordato nel 2019. Lo stretto di Bab al-Mandab, attraverso il quale il petrolio greggio viene spedito verso il Canale di Suez, prima di spostarsi nel Mediterraneo e poi ad ovest, si trova tra lo Yemen, dove imperversano gli Houthi sostenuti dall’Iran, proprio come vuole la Cina, e Gibuti, su cui la Cina ha stabilito una stretta mortale.

Ci sono altre infrastrutture chiave sul petrolio greggio in e intorno al Medio Oriente, e la Cina sta già lavorando per assicurarsene il controllo (se non l’ha già fatto). In particolare, la rotta iraniana Guriyeh-Jask, alcune delle strutture costiere degli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita.

È opportuno notare che sia il principe ereditario saudita, Mohammed bin Salman, che il principe ereditario di Abu Dhabi, Mohammed bin Zayed Al Nahyan, recentemente si sono rifiutati di rispondere ad una telefonata urgente dal presidente degli Stati Uniti Biden sul tema degli alti prezzi del petrolio e il danno economico arrecato alle economie sviluppate.

La visita programmata in Oman dal presidente iraniano Raisi segue i recenti colloqui tra l’assistente del capo di stato maggiore per le operazioni e la pianificazione dell’Oman, Abdulaziz Abdullah al-Manthri, e il capo di stato maggiore delle forze armate iraniane, il generale Mohammad Bagheri. “I due Paesi (Iran e Oman, ndr) hanno condotto diverse esercitazioni navali congiunte negli ultimi anni, ma i recenti colloqui riguardavano l’ampliamento di questa cooperazione sia in termini di servizi armati coinvolti al di là della semplice marina, sia dell’ambito delle loro attività congiunte, al di là del contrabbando e della gestione delle minacce terroristiche”, ha detto una fonte iraniana che lavora a stretto contatto con il ministero del Petrolio.

Molto prima di questo, la Cina ha sfruttato le difficoltà finanziarie dell’Oman – esacerbate dalla Guerra dei prezzi del petrolio del 2014-2016 guidata dall’Arabia Saudita – per espandere il proprio punto d’appoggio nel Paese. Già rappresentando circa il 90% delle esportazioni di petrolio dell’Oman e la stragrande maggioranza delle sue esportazioni di prodotti petrolchimici, la Cina si è affrettata ad impegnare immediatamente altri 10 miliardi di dollari per investimenti nella raffineria di petrolio aggiuntiva dell’ammiraglia dell’Oman Duqm Refinery Project.

Sebbene ulteriori investimenti dalla Cina fossero teoricamente orientati al completamento della raffineria di Duqm, il denaro cinese è stato destinato anche alla costruzione di un parco industriale di 11,72 chilometri quadrati a Duqm, organizzato in tre settori: industria pesante, industria leggera e utilizzo misto. Questo ha consentito alla Cina di proteggere delle aree di terra profondamente strategiche in Oman.

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