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Competitività europea a rischio: la Bce lancia l’appello per una vera Unione dell’energia

Uno studio dell’Eurotower evidenzia come un approccio coordinato tra Stati possa raddoppiare la resa dell’eolico e aumentare del 42% quella del solare.

L’Europa si trova a un bivio strategico tra la necessità di garantire la propria sicurezza energetica e l’urgenza di preservare la competitività del proprio tessuto industriale. Un nuovo rapporto pubblicato dalla Banca Centrale Europea (Bce), all’interno della collana Occasional Paper Series (No 388) e curato dagli esperti Charlotte Grynberg, Francesca Vinci e Alessandro De Sanctis, avverte che l’attuale frammentazione dei mercati energetici nazionali e l’eccessiva dipendenza dalle importazioni di combustibili fossili rappresentano una minaccia diretta alla crescita economica dell’area euro. Secondo lo studio, solo il completamento di una vera Unione dell’energia europea potrà stabilizzare i prezzi e permettere alle imprese del Vecchio Continente di competere alla pari con colossi come Stati Uniti e Cina.

VULNERABILITÀ STRUTTURALE E DIPENDENZA DAI COMBUSTIBILI FOSSILI

L’industria europea poggia su fondamenta energetiche ancora troppo fragili. Nonostante trent’anni di progressivo allontanamento dal carbone e dal petrolio, nel 2024 l’elettricità e il gas naturale coprono ancora circa il 65% del consumo energetico industriale. Tuttavia, questa media nasconde forti eterogeneità: se in Lussemburgo queste fonti soddisfano l’87% del fabbisogno, in paesi come Cipro la quota scende al 22%. La vulnerabilità dell’Unione è emersa drammaticamente con l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 e si è ripresentata con il conflitto in Medio Oriente nel 2026, che ha portato alla chiusura dello Stretto di Hormuz.

Attraverso questo passaggio transita il 20% della fornitura globale di petrolio e gas naturale liquefatto (Gnl), e ogni sua interruzione espone l’Europa a shock esterni che alimentano l’inflazione e pesano sulle decisioni di politica monetaria. Attualmente, il tasso di dipendenza dalle importazioni energetiche dell’UE ha raggiunto il 67,2%, mentre gli Stati Uniti sono diventati esportatori netti grazie alla rivoluzione dello shale gas.

IL DIVARIO DI PREZZI E LA PERDITA DI COMPETITIVITÀ INTERNAZIONALE

Il costo dell’energia incide tipicamente tra l’1% e il 10% dei costi operativi totali nel manifatturiero, ma per i settori più energivori, come la produzione di alluminio o ferroleghe, questa voce può superare il 38% dei costi di produzione. Le imprese europee si trovano in una posizione di svantaggio strutturale: pagano prezzi dell’energia elettrica e del gas sensibilmente più alti rispetto ai competitor internazionali.

Si stima che i concorrenti extra-UE beneficino di costi energetici inferiori di almeno il 20% rispetto alle aziende europee, traducendosi in costi totali di produzione più bassi di almeno il 10%. Questa disparità ha innescato un effetto sostituzione, portando a una riduzione della produzione interna a favore delle importazioni. Inoltre, all’interno della stessa Unione, i prezzi sono estremamente volatili e divergenti: nella seconda metà del 2024, un’impresa media in frena pagava l’elettricità tre volte più di una finlandese, mentre il gas in Svezia costava 2,5 volte quello bulgaro.

I VANTAGGI DI UN COORDINAMENTO EUROPEO SULLE RINNOVABILI

Il rapporto della Bce sottolinea che la transizione verde non è solo un obiettivo climatico, ma una leva economica imprescindibile. Passare dai fossili all’elettricità rinnovabile permette di abbattere le emissioni e, nel lungo periodo, di ridurre i costi grazie al calo dei prezzi delle tecnologie pulite. Se l’Europa adottasse un approccio coordinato, installando impianti solari ed eolici nelle aree geograficamente più produttive (basandosi sui “capacity factors” regionali NUTS2), i guadagni in termini di efficienza sarebbero massicci.

Un coordinamento a livello UE potrebbe aumentare l’output medio del 42% per il solare e del 110% per l’eolico rispetto a uno scenario di scarsa cooperazione tra Stati membri. Ad esempio, posizionare il solare nel Sud Europa garantisce rese molto più elevate rispetto al Nord, mentre l’eolico beneficia di una maggiore eterogeneità dei venti attraverso il continente, che se sfruttata adeguatamente ridurrebbe la volatilità dell’offerta complessiva.

LE CINQUE PRIORITÀ POLITICHE PER L’INTEGRAZIONE DEL MERCATO

Per trasformare l’energia in un “bene pubblico strategico”, gli autori identificano cinque pilastri d’azione. Primo, è necessario potenziare le infrastrutture transfrontaliere: l’aggiunta di 88 GW di capacità di interconnessione e 56 GW di stoccaggio entro il 2030 ridurrebbe i costi del sistema elettrico di 8 miliardi di euro l’anno con un investimento di soli 5 miliardi. Secondo, serve colmare il deficit di finanziamento pubblico, stimato in 54 miliardi di euro annui dopo la scadenza del NextGenerationEU nel 2026, promuovendo una capacità fiscale comune e approfondendo l’Unione dei mercati dei capitali.

Terzo, occorre investire in flessibilità tramite la digitalizzazione delle reti e lo stoccaggio (batterie e pompaggio idroelettrico) per gestire l’intermittenza delle rinnovabili. Quarto, è urgente armonizzare la tassazione energetica, che oggi varia drasticamente (dal 16% medio fino a quote superiori al 35% o addirittura negative), creando disparità competitive. Infine, l’UE deve attuare una politica industriale coesa per la “clean tech” per competere con il dominio cinese in settori chiave come batterie e pompe di calore.

DIGITALIZZAZIONE E INNOVAZIONE TECNOLOGICA NELLA TRASMISSIONE

Un ruolo cruciale nella nuova architettura energetica sarà svolto dalle tecnologie di trasmissione avanzate, come il trasporto di energia in corrente continua ad alta tensione (Hvdc). Questa tecnologia permette di trasportare l’elettricità su lunghe distanze (oltre i 600-700 km) con perdite energetiche dimezzate rispetto ai sistemi tradizionali in corrente alternata (Ac), passando da una dispersione del 7% a una del 3-4% per ogni 1.000 km.

L’adozione di queste reti “smart” e digitalizzate consentirebbe monitoraggi in tempo reale e una risposta dinamica della domanda, incentivando i consumatori a modulare i consumi in base ai segnali di prezzo o alla disponibilità di energia green. Solo attraverso l’integrazione di questi strumenti tecnici e un regime di permessi armonizzato a livello europeo (con autorizzazioni massime di due anni), l’Europa potrà superare i colli di bottiglia strutturali e costruire un mercato unico dell’energia resiliente e autonomo.

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