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Cosa cambia sul fronte auto elettriche e Inflation Reduction Act dopo l’incontro Biden – Macron

Biden Macron

Sul tavolo dei due presidenti anche le misure protezionistiche americane che avvantaggiano chi assembla auto elettriche negli USA, con materiali critici della medesima provenienza. Biden parla di “imperfezioni correggibili”, ma intanto sempre più case estere per non perdere i sussidi di Washington stanno iniziando a trasferire negli States i propri impianti

Non hanno parlato solo di trovare un modo per uscire dal conflitto ucraino voluto dalla Russia di Vladimir Putin, il presidente USA e Joe Biden e l’omologo francese Emmanuel Macron, perché c’è un’altra lotta, carsica e che non si combatte con le armi, sul fronte economico che attende una risoluzione. È quella, disputata tra USA ed Europa, scoppiata dopo l’emanazione a Washington dell’Inflation Reduction Act voluto da Biden, un corposo pacchetto di aiuti a sostegno dell’economia americana che contiene, tra le pieghe, diverse norme che rendono meno favorevoli ai paesi partner le esportazioni negli USA costringendoli ad aprire filiali sul territorio. Si tratta di una normativa dal forte settore protezionistico che investe tutti i settori ma in particolar modo l’automotive e che gli Stati Uniti hanno escogitato per scudarsi dalla baldanza cinese, rischiando però di danneggiare anzitutto gli Stati che hanno un forte rapporto commerciale con gli States: Ue, Corea del Sud e Giappone su tutti.

 

L’incontro tra Emmanuel Macron e Joe Biden era particolarmente atteso dagli industriali del Vecchio continente ricevuti qualche settimana fa in tutta fretta dall’Eliseo. In quella occasione, Macron ha chiesto loro di avere pazienza e di non correre ad aprire stabilimenti negli USA, impegnandosi a discutere la questione in due sedi: alla Casa Bianca e a Bruxelles.

Del resto nel Vecchio continente è stato soprattutto il presidente francese a spronare le autorità dell’Unione a reagire e a introdurre un “European Buy Act” in risposta alla legge di Biden, per sussidiare la produzione europea. “Dobbiamo svegliarci”, aveva difatti detto Macron in un’intervista rilasciata a Les Echos nei giorni del Salone dell’auto di Parigi. “L’Europa deve preparare una risposta forte e agire molto rapidamente. Gli americani stanno comprando americano e stanno portando avanti una strategia di aiuti pubblici molto aggressiva. I cinesi stanno chiudendo il mercato. Non possiamo essere l’unico spazio – il più virtuoso dal punto di vista climatico – a ritenere che non ci possano essere delle preferenze europee”.

Il Salone dell’auto di Parigi ha ben fotografato la desertificazione europea – tante, difatti, le defezioni di case storiche – e al tempo stesso immortala l’arrembaggio in atto cinese: diversi i marchi made in China che si preparano a debuttare nel Vecchio continente. Per questo Macron parla della necessità di intavolare “un forte sostegno all’industria automobilistica”, sulla falsariga delle recenti misure introdotte negli Stati Uniti e dunque di stampo protezionistico (ne abbiamo parlato qui) “un’occasione”, dice l’inquilino dell’Eliseo “per rilanciare” l’industria dell’auto e raggiungere gli “obiettivi climatici”.

I PIANI FRANCESI MESSI A RISCHIO DALLA CINA

La medesima agitazione traspare dalle dichiarazioni del ministro all’Economia Bruno Le Maire che, in merito alle politiche protezionistiche USA e alle mosse aggressive cinesi, fissa un’agenda: “O si riesce a far cambiare loro idea o non c’è ragione perché la Francia e l’Europa non facciano altrettanto. Per il bene dell’ambiente e dell’economia”. “Non possiamo perdere neppure un giorno, perché ogni giorno perso è un mercato perso, e i mercati persi sono quelli più difficili da riconquistare”, ha concluso con termini perentori il ministro.

La Francia, ora che la Germania ha le gomme sgonfie per via della Russia che le ha chiuso i rubinetti del gas (per questo VW sta già pensando di riallocare la produttività in altri Paesi) intende sfornare 1 milione di elettriche nel 2027 e 2 milioni entro il 2030, grazie a politiche di sostegno della domanda, come l’aumento da 6 mila a 7 mila euro del bonus ecologico, “per la metà delle famiglie, le più modeste” e un leasing a 100 euro al mese, già annunciato da Macron: “stiamo lavorando ai dettagli tecnici di questo provvedimento, soprattutto per definire i tempi”).

I TIMORI DI BERLINO

Anche Berlino è convinta che si debba fare qualcosa, ma non vuole eccedere col protezionismo per via dei forti legami intessuti negli anni, soprattutto nell’automotive, con la Cina. Martedì i ministri dell’Economia di Parigi e Berlino, Bruno Le Maire e Robert Habeck, hanno emesso un comunicato congiunto per chiedere “una politica industriale dell’Unione europea che consenta alle nostre aziende di prosperare nella competizione globale, soprattutto grazie alla leadership tecnologica”. “Vogliamo coordinare strettamente un approccio europeo alle sfide come l’Inflation Reduction Act degli Stati Uniti”, si legge.

Stando alle fonti di POLITICO, la Commissione europea sta lavorando a un schema di emergenza per fornire denaro alle industrie chiave che si occupano di tecnologie avanzate.

COSA HANNO DECISO BIDEN E MACRON

Veniamo quindi all’incontro tra Biden e Macron delle ultime ore. Per quanto riguarda la parte dell’Inflation Reduction Act USA che, con riferimento alle auto elettriche, sposta gli incentivi fino a 7.500 dollari, sotto forma di credito d’imposta, solo a favore dei produttori che assemblano le vetture in Nord America e con materiali e i “minerali critici” delle batterie della medesima provenienza, Biden ha ancora una volta tranquillizzato gli europei parlando di “imperfezioni correggibili”, promettendo dunque che intende rivedere l’impianto della norma prima che entri in funzione, ovvero il prossimo primo gennaio.

Tuttavia, il tempo per agire è ormai poco e Biden ripete che gli USA passeranno un tratto di penna su quella norma varata tra agosto e settembre da mesi. Inizia a serpeggiare il sospetto che le modifiche non arriveranno o saranno poste in essere dopo che gli industriali europei e asiatici, per non perdere i sussidi, avranno varato piani miliardari per aprire negli States le proprie filiere produttive.

I PIANI A STELLE E STRICE DELLE COREANE

Se gli industriali europei attendono che il legislatore comunitario si desti dal proprio torpore, quelli asiatici hanno già iniziato a potenziare le proprie filiere USA. Secondo il piano riportato dalla stampa coreana, mentre l’attuale inquilino della Casa Bianca rispondeva alle vibranti proteste giunte da Seul con una lettera di proprio pugno indirizzata all’omologo sudcoreano Yoon Suk-yeol (che ritiene, e non a torto, che le nuove norme USA danneggino i marchi del suo Paese) esprimendo la volontà di proseguire i colloqui con la Corea del Sud per rivedere l’impianto normativo secondo le istanze di Seul, due dei marchi principali del Paese asiatico, vero e proprio gigante quando si parla di batterie e mobilità elettrica, ovvero Hyundai Motor Co e LG Energy Solution Ltd starebbero valutando, dice Reuters, la possibilità di costruire due impianti di batterie in joint venture negli Stati Uniti.

L’agenzia di stampa, riportando media locali, sostiene che gli impianti verrebbero costruiti in Georgia e avrebbero ciascuno una capacità annua di circa 35 gigawattora (GWh), sufficiente ad alimentare circa 1 milione di veicoli elettrici (EV). Un giornale sudcoreano ha riportato venerdì che Hyundai Motor e SK On, l’unità di batterie del gruppo energetico SK Innovation Co Ltd, hanno pianificato di investire circa 1,87 miliardi di dollari per costruire una nuova fabbrica in joint venture in Georgia.

Tutte le nuove fabbriche sarebbero dunque situate vicino al nuovo impianto EV di Hyundai Motor Group a Savannah, in Georgia, appunto, dove il Gruppo prevede di iniziare la produzione commerciale nella prima metà del 2025 con una capacità annua di 300.000 unità. L’inaugurazione è avvenuta lo scorso 25 ottobre e fa parte dell’”impegno di 10 miliardi di dollari entro il 2025 per promuovere la mobilità futura negli Stati Uniti, compresa la produzione di veicoli elettrici”, ha dichiarato l’azienda.

In parte, il piano di Hyunday di impiantare una filiera della mobilità elettrica negli USA è stato accelerato e in parte potenziato, dal momento che l’U.S. Inflation Reduction Act richiederà, a partire dal prossimo primo gennaio, che almeno il 40% del valore monetario dei minerali critici per le batterie provenga dagli Stati Uniti o da un partner americano di libero scambio per poter beneficiare dei crediti fiscali statunitensi. Tale quota salirà all’80% nel 2027.

COSA FANNO I GIAPPONESI

Parallelamente, si stanno muovendo anche i giapponesi di Honda Motor che, sempre con i sudcoreani di LG Energy Solution Ltd, hanno dichiarato che lavoreranno gomito a gomito a un nuovo impianto di batterie agli ioni di litio per veicoli elettrici negli Stati Uniti. Prima di costruire l’impianto, le due società dovrebbero costituire una joint venture. L’inizio della costruzione è previsto per l’inizio del 2023 e la produzione di massa per la fine del 2025. L’investimento per la joint venture nippo-coreana sarà di 4,4 miliardi di dollari, cifra analoga a quella messa sul piatto da Panasonic per costruire l’impianto che farà batterie per Tesla.

L’obiettivo di Honda e LG è aprire una gigafactory dalla capacità produttiva annuale di circa 40 GWh, con le batterie fornite esclusivamente agli impianti Honda in Nord America per alimentare i modelli EV di Honda e Acura. L’ubicazione dell’impianto non è ancora stata definita, ma il quotidiano economico Nikkei ha riferito che le due aziende stanno valutando l’Ohio, dove si trova lo stabilimento principale della Honda.

All’inizio di quest’anno, Honda aveva fissato l’obiettivo di lanciare 30 modelli di veicoli elettrici a livello globale e di produrre circa 2 milioni di veicoli elettrici all’anno entro il 2030. Le due aziende hanno dichiarato che la combinazione di una forte produzione locale di veicoli elettrici e la fornitura tempestiva di batterie le metterà “nella posizione migliore per puntare al mercato nordamericano dei veicoli elettrici in rapida crescita”. Insomma, che gli USA interverranno sull’Inflation Reduction Act almeno gli asiatici sembrano credere assai poco…

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