Servono fino a 22 miliardi di investimenti, ma i costi stanno scendendo e la filiera italiana può diventare protagonista tra porti, acciaio e produzione industriale. Lo studio dell’Università La Sapienza di Roma
L’eolico offshore galleggiante può generare migliaia di nuovi posti di lavoro e stimolare la crescita della filiera industriale nazionale. In particolare, è una leva di business importante per i settori della produzione di componenti e della logistica portuale. Serviranno circa 20 miliardi per raggiungere gli obiettivi nazionale ed europei. Tuttavia, nei prossimi anni i costi di installazione (CAPEX) caleranno progressivamente grazie alla maturazione tecnologica e alla creazione di hub energetici integrati nei porti italiani. È quanto emerge dallo studio di Davide Astiaso Garcia, Delegato alla Sostenibilità della Sapienza Università di Roma e segretario generale di ANEV, presentato nel corso del 4° Summit sull’Eolico Off-shore promosso dall’associazione, che analizza gli impatti derivanti dal raggiungimento dei target nazionali di energia rinnovabile attraverso l’eolico offshore galleggiante, gli ostacoli e i benefici alla diffusione di questa tecnologia.
INVESTIMENTI E BENEFICI DELL’EOLICO OFFSHORE GALLEGGIANTE
Il PNIEC fissa un obiettivo al 2030 di 2,1 GW di potenza aggiuntiva installata. Per superare il traguardo serviranno investimenti tra 10,2 e 12,4 miliardi di euro. Fondi che salgono fino a 18,4-22,4 miliardi di euro se l’Italia vuole raggiungere anche il target di FER II e RED II di 3,8 GW al 2033. Il report “Valutazione degli impatti economici, occupazionali e sociali derivanti dallo sviluppo dell’eolico offshore galleggiante in Italia” evidenzia quindi una significativa necessità di capitali. Al tempo stesso, però, in futuro diminuiranno sensibilmente i costi di investimento grazie alla maturità tecnologica. Nel breve termine si stima un CAPEX tra 4,85 e 5,91 M€/MW per un parco tipo da 0,5 GW. Costo che nel medio termine (2030-2035) dovrebbe scendere a circa 4,13 M€/MW.
La riduzione complessiva dei costi è stimata al 14,8%, trainata dal calo dei costi di produzione delle turbine (-22%) e delle fondazioni (-23%). Per quanto riguarda invece i costi operativi, per gestire una turbina da 15 MW gli OPEX oscillano tra 1,8 e 2,0 milioni di euro. Su un ciclo di vita di 25 anni, i costi operativi pesano per il 31-37% del CAPEX totale. Nel breve periodo, con un fattore di capacità del 30-35%, il costo livellato dell’energia (LCOE) varia tra 165 e 240 €/MWh.
L’IMPATTO OCCUPAZIONALE
Lo sviluppo dell’eolico offshore è un potente volano per l’occupazione, ma molto dipenderà dalle politiche industriali adottate. con una forte dipendenza dalle politiche industriali adottate. Lo studio stima tra 14,4 e 18,6 kFTE/GW migliaia di posti di lavoro equivalenti a tempo pieno per ogni GW installato per la sola fase di costruzione. Si prevede che il raggiungimento del target di 2,1 GW creerà 30.000 – 33.000 nuovi posti di lavoro, che saliranno fino a 54.000 – 60.000 in caso di installazione di 3,8 GW aggiuntivi da qui al 2033.
Per quanto riguarda la gestione e manutenzione, si prevede la creazione di circa 1 kFTE/anno per ogni GW, pari a 3.800 – 4.200 posti di lavoro annui per il target più ambizioso lungo tutta la vita utile dell’impianto. Il 43,5% degli impieghi nella fase di costruzione riguarda installazione e sviluppo, il 25,6% la produzione delle fondazioni e il 12,1% le turbine. Il 27% sono posti diretti, il 50% indiretti e il 23% indotti. L’88,4% dei posti di lavoro nel comparto della manutenzione, invece, è legato alla supply chain e ai servizi di supporto (logistica, portualità), mentre l’11,6% a tecnici e management. Benefici che le comunità locali stanno percependo sempre più. Infatti, l’86,9% delle persone intervistate per la ricerca è favorevole all’eolico offshore, citando stabilità energetica e potenziale industriale.
EOLICO OFFSHORE GALLEGGIANTE, PERCHE’ SERVE UN NUOVO MODELLO PRODUTTIVO
L’Italia può attivare immediatamente la filiera per la produzione di floater (fondazioni galleggianti) e sottostazioni elettriche. I settori più rilevanti coinvolti sono l’acciaio, la componentistica elettrica e la navalmeccanica.
Tuttavia, serve un cambio radicale di modello produttivo, secondo lo studio. Infatti, le imprese devono evolvere dallo scenario “cantiere” all'”Energy Hub. In altre parole, per sfruttare il potenziale del settore bisogna evolvere verso ecosistemi industriali permanenti e co-localizzati nei porti, superando i siti temporanei modulari. Secondo lo studio, l’impatto occupazionale aumenta drasticamente se l’Italia punta sulla produzione domestica (fino al 60% delle turbine e 90% degli altri componenti nello scenario “Domestic Production”) rispetto a una strategia basata sulle importazioni.

