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materie prime critiche

Ecco il piano nascosto del Governo sulle materie prime critiche anti-Cina

Tutti i dettagli del piano del Governo per contrastare lo strapotere del Dragone sulle materie prime critiche

Il Governo lavora da un anno a fari spenti per contrastare il dominio incontrastato di Pechino sulle materie prime critiche. Una strategia che vede al centro Eni, incaricata da Giorgia Meloni di investire sui minerali fondamentali per la transizione energetica, secondo il Corriere della Sera. La stessa premier ha lanciato l’allarme al tavolo della Nato, cercando di scuotere gli alleati prima che l’assedio del Dragone all’industria occidentale sia completo.

MATERIE PRIME CRITICHE, IL RUOLO DI ENI

L’Occidente si sta consegnando al monopolio industriale della Cina. Se le guerre di domani non si vinceranno solo con i carri armati, ma con i microchip e le terre rare, allora l’Italia rischia di trovarsi già sconfitta in partenza. Sono le promesse da cui parte la controffensiva silenziosa italiana contro la Cina iniziata un anno fa dal Governo, quando la premier ha chiamato Claudio Descalzi, ad di Eni. La richiesta era semplice: investire massicciamente nelle materie critiche, minerali rari centrali per la transizione energetica.

Da allora, i motori del colosso energetico hanno girato silenziosamente ma a pieno regime, secondo il Corriere della Sera. Infatti, oltre 300 milioni di dollari sono già stati messi sul piatto attraverso due joint venture coperte da stretto riserbo, una con una multinazionale canadese e l’altra con una cilena, secondo il giornale. L’obiettivo delle operazioni è blindare le forniture di litio e grafite. Una goccia nel mare, se paragonata alla capacità estrattiva di Pechino, ma comunque un primo passo rispetto all’immobilismo di Bruxelles.

I REPORT CHE PREOCCUPANO L’ITALIA

La decisione di Meloni di spingere sulle materie prime critiche non nasce da un timore irrazionale, ma si fonda sui report riservati sempre più preoccupanti recapitati tutti i giorni sulla scrivania della premier. La situazione è talmente infuocata che Meloni ha deciso di presentare nella riunione della Nato ad Ankara grafici e tabelle con cifre e percentuali che dimostrando come la Cina stia stringendo sempre più il cappio intorno al collo dell’Occidente.

I dati mostrati ai partner d’oltreoceano e del Vecchio Continente mostrano infatti che la Cina domina la produzione di sei delle dodici materie prime che la Nato stessa definisce “defence-critical”. Complessivamente, il primato di Pechino nella raffinazione delle terre rare tocca l’88%. Se si guarda al gallio, alla grafite o al tungsteno, Pechino supera il 70% del mercato mondiale. In altre parole, se Xi Jinping decidesse di chiudere i rubinetti dell’esportazione, le fabbriche d’armi occidentali si fermerebbero nel giro di qualche settimana.

Ma l’allarme di Palazzo Chigi riguarda anche i semiconduttori, dove l’Occidente dipende dal fragile asse Seul-Taipei per i chip avanzati di Nvidia e Micron, mentre Pechino corre al 24% della quota globale. Il Dragone controlla anche il 22% dei fertilizzanti globali, mettendo a rischio l’autonomia agricola delle democrazie liberali.

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