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climate change

Ecco quanto rischia di pagare l’Italia con il cambiamento climatico (e la contrazione del Pil)

Entro il 2050 i danni alle infrastrutture e al turismo potrebbero costare fino al 6% della ricchezza nazionale pari a 52 mld di euro: Deloitte lancia l’allerta sul Pil

L’Italia rischia di pagare un tributo pesantissimo al cambiamento climatico, con una contrazione del Prodotto Interno Lordo che potrebbe raggiungere il 6% entro il 2050. Secondo l’ultimo report di Deloitte, i danni diretti alle infrastrutture nazionali arriveranno a costare 5 miliardi di euro l’anno, mentre il tessuto delle piccole e medie imprese appare ancora drammaticamente impreparato: appena il 14% ha pianificato misure per garantire la continuità operativa di fronte a eventi meteorologici estremi. I dati provengono dal nuovo studio intitolato “Il rischio climatico in Italia.

Dagli scenari alle proposte di intervento”, curato da Deloitte in collaborazione con il Politecnico di Milano, l’Università Ca’ Foscari di Venezia, il team Climate della Florence School of Regulation e Ipsos-Doxa. L’analisi delinea un quadro in cui il rischio climatico cessa di essere un’ipotesi remota per trasformarsi in una variabile strutturale capace di condizionare la stabilità finanziaria e la competitività del sistema Paese.

UN CONTO SALATO PER INFRASTRUTTURE E TURISMO

Le proiezioni economiche contenute nel report indicano che l’impatto del riscaldamento globale accelererà progressivamente. Se entro il 2030 i danni diretti alle infrastrutture si attesteranno intorno ai 2 miliardi di euro annui, la cifra è destinata a salire a 5 miliardi nel 2050. Tuttavia, il calcolo si fa ancora più allarmante se si considerano gli effetti indiretti, come il blocco dei servizi o la crisi delle catene di fornitura: in questo caso, il costo complessivo per l’Italia oscillerà tra gli 11,5 e i 18 miliardi di euro l’anno. Il settore turistico, pilastro dell’economia nazionale, è tra i più esposti. In uno scenario di innalzamento delle temperature di 4°C, la domanda potrebbe crollare dell’8,9%, con perdite dirette per 52 miliardi di euro. Anche in un’ipotesi più contenuta di +2°C, il danno economico immediato per il comparto sarebbe comunque di circa 17 miliardi.

LA RICADUTA SUL PIL E SULLO SPAZIO FISCALE

La trasmissione del rischio climatico non si ferma all’economia reale, ma penetra profondamente in quella finanziaria. Il report stima una riduzione del Pil compresa tra l’1,6% e il 6% al 2050 rispetto a uno scenario senza shock climatici. Questa erosione della ricchezza nazionale avverrà in modo non lineare, alimentando un circolo vizioso che inciderà sul debito pubblico e aumenterà i costi di rifinanziamento dello Stato. Come sottolineato da Paolo D’Aprile, Sustainability Leader di Deloitte Central Mediterranean, “L’Italia, a causa della sua collocazione geografica nel Mediterraneo, è tra i Paesi europei in cui gli effetti del cambiamento climatico si manifestano più rapidamente”. Secondo D’Aprile, le temperature potrebbero superare la soglia critica dei 2°C rispetto ai livelli preindustriali già nel prossimo decennio, rendendo gli investimenti in adattamento non solo un obbligo normativo, ma “un’opportunità concreta per rafforzare la capacità di crescita e innovazione delle imprese e dei territori”.

IL RITARDO STRATEGICO DELLE PICCOLE E MEDIE IMPRESE

Nonostante la gravità degli scenari, l’indagine condotta da Ipsos-Doxa rivela una maturità ancora scarsa tra le Pmi italiane. Solo il 34% degli intervistati considera il clima un elemento centrale nella gestione dei rischi aziendali, e appena il 39% percepisce un’esposizione elevata nei prossimi dieci anni.

Questa mancanza di consapevolezza si traduce in un’assenza di difese concrete: solo il 10% delle Pmi ha introdotto interventi di adattamento strutturale per proteggere asset fisici e infrastrutture. Elio Santoro, General Manager di Deloitte Climate & Sustainability, osserva che, sebbene le grandi aziende stiano facendo passi avanti, le Pmi mostrano un percorso “ancora disomogeneo”. Santoro evidenzia come gli interventi attuali siano prevalentemente “non strutturali”, limitandosi spesso alla semplice sottoscrizione di polizze assicurative.

INVESTIMENTI A BREVE TERMINE E SCARSA DIGITALIZZAZIONE

L’approccio finanziario delle imprese riflette una visione poco lungimirante. L’83% delle Pmi orienta la propria strategia climatica su un arco temporale che non supera i cinque anni, con investimenti che nel 77% dei casi restano al di sotto dei 100.000 euro nel triennio. La voce di spesa principale è rappresentata dalle coperture assicurative (54%), mentre solo il 23% investe in modifiche infrastrutturali e il 20% in sistemi di monitoraggio. Un dato critico riguarda il rapporto con il sistema creditizio: solo il 18% delle imprese si sente pronto a rispondere ai nuovi standard richiesti da banche e assicurazioni sul rischio climatico fisico. Inoltre, l’adozione di tecnologie avanzate resta un miraggio per la maggior parte del campione: meno di un’impresa su cinque utilizza strumenti digitali o piattaforme avanzate per gestire le emergenze ambientali.

L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE COME LEVA DI RESILIENZA

Il report chiude con un appello alla digitalizzazione e all’uso delle nuove tecnologie per mitigare le perdite. L’intelligenza artificiale viene indicata come uno strumento indispensabile per analizzare l’esposizione ai rischi e massimizzare il ritorno degli investimenti. Secondo Paolo D’Aprile, l’IA può incrementare drasticamente la resilienza delle infrastrutture, ma richiede che sia le istituzioni pubbliche che i privati investano con decisione in strategie dati e monitoraggi continui. Senza questo salto tecnologico e una pianificazione di lungo periodo, l’economia italiana rischia di trovarsi senza difese di fronte a un clima che sta già riscrivendo le regole del mercato globale. Parola chiave SEO: Rischio climatico Pil Italia 2050 ta

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