Dopo il blitz americano in Venezuela le borse del petrolio non si attendono scossoni. L’Opec ribadisce “l’impegno per la stabilità dei prezzi”
Le major del settore petrolifero guardano con attenzione al nuovo scenario venezuelano. Soprattutto Chevron, ConocoPhillips ed Exxon, vittime degli espropri di un regime verso cui vantano crediti miliardari. Eni spera negli Usa per recuperare i 2,3 miliardi dal Venezuela.
FATTORE TEMPO
Servirà tempo per capire se il nuovo Venezuela sotto protettorato americano troverà la stabilità. Come riporta Repubblica, altro tempo servirà anche per portare il tesoro di idrocarburi sepolto nel suo sottosuolo sui mercati globali. Occorreranno inoltre miliardi per riattivare impianti rovinati da anni di abbandono o costruirne di nuovi.
L’OPEC LASCIA INVERIATA LA PRODUZIONE
L’Opec, il cartello dei produttori da cui il Venezuela sotto sanzioni è escluso, sembra indifferente. Ieri ha deciso di lasciare invariata la produzione e ha ribadito «l’impegno per la stabilità dei prezzi». Il gruppo ha dovuto fare i conti con il calo di oltre il 18% dei prezzi registrato nel 2025. Ribasso dovuto all’abbondante offerta sul mercato tale da pregiudicare anche l’andamento delle quotazioni. Da domani mattina emergeranno sulle quotazioni del greggio gli effetti del post-Venezuela e delle mire americane sul petrolio locale. Gli analisti si attendono un impatto limitato di circa 1 o 2 dollari al massimo, considerando che la produzione è oggi ridotta al lumicino.
L’ENI SPERA NEGLI USA
Cautela anche per le major del settore petrolifero o almeno quelle che non battono bandiera americana. L’italiana Eni è tra le poche società ad essere rimasta in questi anni operativa in Venezuela. Ma dallo scorso marzo, con le sanzioni di Trump, non può più ricevere i pagamenti in natura, cioè in petrolio, con cui era stata retribuita negli anni precedenti. Al 30 giugno i crediti verso la compagnia di Stato Petróleos de Venezuela (Pdvsa) ammontavano a 2,3 miliardi di dollari. «Il focus di Eni nel Paese è attualmente legato al recupero dei crediti relativi alle forniture di gas destinate al mercato domestico», dice la società, con la legittima speranza che a breve Washington possa togliere le sanzioni.
LE PRIVILEGIATE MAJOR AMERICANE
Gli Stati Uniti sono sempre stati il mercato “naturale” degli idrocarburi del Venezuela. E se ora riporteranno stabilmente il Paese nella loro sfera di influenza le aziende americane avranno il posto d’onore al banchetto. Prima di tutto Chevron, la più presente a Caracas, poi ConocoPhillips ed Exxon, vittime degli espropri di un regime verso cui vantano crediti miliardari. Se le sanzioni verranno eliminate, gli attuali limitati flussi di greggio potrebbero tornare a dirigersi verso le raffinerie americane. Molto più difficile sarà riportare la produzione a quei 3 milioni di barili che furono, o superarli.
PREVISIONI SU PRODUZIONE E PREZZI DEL PETROLIO
Il Venezuela produceva fino a 3,5 milioni di barili al giorno (bpd) di greggio negli anni ’70, oltre il 7% della produzione petrolifera mondiale. Nel 2010 la produzione è scesa sotto i 2 milioni di barili al giorno per raggiungere una media di circa 1,1 milioni di barili al giorno lo scorso anno, l’1% della produzione globale. Secondo quanto riporta Reuters, gli analisti di JPMorgan hanno affermato che, con una transizione politica il Venezuela potrebbe aumentare la produzione di petrolio a 1,3-1,4 milioni di barili al giorno entro due anni. E potenzialmente raggiungere i 2,5 milioni di barili al giorno nel prossimo decennio. “Vediamo rischi ambigui ma modesti per i prezzi del petrolio nel breve termine da parte del Venezuela, a seconda dell’evoluzione della politica sanzionatoria statunitense”, hanno aggiunto. Le previsioni di Goldman sul prezzo del petrolio per il 2026 sono rimaste invariate mentre si prevede che la produzione petrolifera del Venezuela nel 2026 rimarrà invariata a 900.000 barili al giorno.



