Mentre Pechino soffoca per la sovraccapacità, gli incentivi governativi tagliano i prezzi in Oceania e le nuove scoperte nell’Artico ridanno vita all’industria del greggio statunitense. I fatti della Settimana di Marco Orioles
Nonostante la Cina controlli oltre l’80% della produzione mondiale di pannelli fotovoltaici, il settore sta attraversando una tempesta senza precedenti. Il problema non è la mancanza di tecnologia, ma un eccesso di successo: le fabbriche cinesi hanno una capacità produttiva (1.000 GW) che doppia la domanda mondiale. Parallelamente, il mercato interno è saturo; le reti elettriche non riescono a gestire l’energia prodotta, arrivando a sprecarne fino al 9% per mancanza di infrastrutture di trasporto e stoccaggio. Mentre la Cina soffre per l’incapacità di gestire l’energia prodotta, l’Australia sta dimostrando come risolvere il problema dell’intermittenza delle rinnovabili. Grazie a un massiccio piano di incentivi governativi (salito a 7,2 miliardi di dollari), il Paese è diventato il primo mercato al mondo per lo stoccaggio domestico. Una casa su 25 è ormai dotata di una batteria, permettendo alle famiglie di accumulare energia di giorno e usarla la sera. Sul fronte dei combustibili fossili, l’Alaska sta vivendo una nuova “corsa all’oro nero” che inverte un declino durato decenni. Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha impresso una accelerazione violenta alle trivellazioni nell’Artico, sbloccando autorizzazioni e incentivando le grandi major (Exxon, Shell, ConocoPhillips) a tornare nel North Slope. Il motore di questa rinascita è la formazione geologica Nanushuk, che si è rivelata molto più ricca del previsto. Progetti massicci come Pikka e Willow promettono di immettere centinaia di migliaia di barili al giorno sul mercato, garantendo la sopravvivenza dell’oleodotto TAPS e rafforzando la strategia di “dominio energetico” statunitense. Restano tuttavia accese le proteste di ambientalisti e comunità indigene per i rischi legati a uno degli ecosistemi più fragili del pianeta.
LA CRISI DEL SOLARE CINESE
Mentre la guerra tra America e Iran continua a scuotere i mercati energetici, verrebbe da pensare che le aziende cinesi del solare – che controllano oltre l’80% della produzione mondiale di pannelli – stiano gongolando. Invece no. Nonostante un piccolo rimbalzo delle esportazioni legato al conflitto, il settore è in piena crisi. Come sottolinea l’Economist, il nodo centrale è il mercato interno. Dopo anni di crescita esplosiva, la domanda domestica sta calando per la prima volta da decenni. Le reti elettriche cinesi sono sovraccariche: pannelli coprono tetti, colline e deserti, ma di giorno si butta via fino al 9% dell’energia prodotta perché non c’è modo di immagazzinarla o spostarla. Di notte, invece, si torna ancora al carbone. Risultato? Le nuove installazioni potrebbero crollare tra il 24% e il 43% nel 2026, trascinando per la prima volta in vent’anni anche la domanda globale. A complicare tutto c’è una sovraccapacità produttiva enorme. Le fabbriche cinesi possono sfornare più di 1.000 GW di pannelli all’anno, contro i 600 GW installati in tutto il mondo nel 2025. Da qui nascono guerre di prezzo spietate: tante aziende lavorano in perdita, i fallimenti si moltiplicano e i grandi gruppi hanno già tagliato un terzo del personale. Il governo, che per anni ha sostenuto il settore con sussidi, prestiti e terreni a basso costo, ora sta facendo marcia indietro, eliminando le tariffe garantite e in alcuni casi chiedendo la restituzione di incentivi passati. Nel frattempo la geopolitica stringe la morsa: Stati Uniti, Europa e India alzano dazi e barriere, preoccupati sia per la concorrenza sleale sia per possibili rischi di sicurezza. Qualche azienda prova a reagire spostando produzione all’estero o investendo su tecnologie più avanzate, come le celle solari a perovskite che promettono di aumentare l’efficienza di oltre il 30%. Ma il quadro resta pesante: oltre 40 società fallite o uscite dalla Borsa, prezzi ancora sotto i costi di produzione e titoli azionari lontanissimi dai picchi di qualche anno fa.
L’AUSTRALIA E LA RIVOLUZIONE SILENZIOSA DELLE BATTERIE
L’Australia sta portando avanti una vera rivoluzione nelle rinnovabili domestiche, scrive il Guardian. Era già leader mondiale nei pannelli solari – una su tre case ne è dotata – ma sono le batterie a segnare ora l’accelerazione decisiva. Quest’anno quasi il 60% della capacità di batterie domestiche installata nel mondo, esclusa la Cina, finirà proprio qui. Da luglio ne sono state collegate circa 415.000, una ogni 25 abitazioni. Anche sul fronte industriale il ritmo è impressionante: con soli 27 milioni di abitanti, l’Australia è terza al mondo per nuova capacità, dietro solo Cina e Stati Uniti. Ma il vero cambiamento sta nel modo in cui queste batterie stanno risolvendo uno dei limiti storici delle rinnovabili: l’intermittenza. Immagazzinano l’energia prodotta di giorno e la restituiscono la sera, proprio quando prima si dovevano accendere i costosi impianti a gas. Risultato: la generazione a gas è calata del 24% quest’estate e i prezzi dell’elettricità stanno scendendo. A spingere tutto è stato un generoso incentivo del governo di Albanese: 2,3 miliardi inizialmente, poi portati a 7,2 miliardi, che coprono circa il 30% del costo. L’obiettivo è arrivare a due milioni di batterie entro la fine del decennio. Oggi se ne installano più di mille al giorno. Non è tutto perfetto, ovviamente. I critici sottolineano che il beneficio va soprattutto alle famiglie più abbienti, mentre gli affittuari restano tagliati fuori. Inoltre l’Australia continua a essere un grande esportatore di carbone e gas e ha approvato decine di nuovi progetti fossili. Anche lo sviluppo di grandi parchi rinnovabili incontra ritardi e ostacoli. Eppure il cambiamento in atto è profondo. Le batterie stanno rendendo obsolete le vecchie critiche al solare. Le famiglie non sono più solo consumatrici, ma diventano produttrici e stoccatrici di energia. Persino AGL, storica azienda fortemente inquinante, sta sostituendo una centrale a carbone con una batteria da 500 MW. È una lezione importante: quando si decide di puntare davvero su una tecnologia con politiche chiare e incentivi adeguati, il sistema energetico può trasformarsi molto più velocemente di quanto immaginassimo.
LA RINASCITA DEL PETROLIO IN ALASKA
Dopo anni di declino apparentemente irreversibile, il settore petrolifero dell’Alaska sta vivendo una vera e propria rinascita. Come ricorda Bloomberg, solo quindici anni fa la produzione sul North Slope era crollata a 567.000 barili al giorno, un quarto del picco di due milioni degli anni Ottanta, e si temeva seriamente che il Trans Alaska Pipeline System (TAPS) potesse fermarsi per sempre: il flusso troppo basso rischiava di far raffreddare e solidificare il greggio dentro il condotto. Molti tecnici, tra cui John Kurz di BP, avevano lasciato lo Stato convinti che l’era d’oro fosse finita. Oggi Kurz è tornato, chiamato nel 2023 a guidare proprio Alyeska, la società che gestisce il TAPS. Il suo rientro è il simbolo del cambio di rotta. Due fattori hanno invertito la tendenza: grandi scoperte geologiche e un’amministrazione decisamente orientata allo sviluppo energetico. Subito dopo l’insediamento, Trump ha firmato ordini esecutivi per sbloccare risorse e semplificare le autorizzazioni, ridando fiducia agli investitori e trasformando l’Alaska in un pilastro della strategia di “dominio energetico” americano. L’attenzione si concentra soprattutto sulla vasta Riserva Nazionale Petrolifera (NPRA). A marzo si è tenuta un’asta federale record da quasi 164 milioni di dollari, con il ritorno in forze di major come ExxonMobil, Shell e ConocoPhillips. Il vero catalizzatore è la formazione Nanushuk: scoperta nel 2013 da Repsol, si è rivelata molto più grande del previsto. Il progetto Pikka di Santos-Repsol ha già iniziato a produrre e punta a 80.000 barili al giorno, mentre Willow di ConocoPhillips, con 600 milioni di barili recuperabili, entrerà in produzione nel 2029. Secondo lo US Geological Survey, solo nella NPRA ci sarebbero 8,7 miliardi di barili. I giacimenti alaskani sono grandi, con declino produttivo lento e quindi vita utile lunga. Nonostante il freddo estremo, le finestre operative limitate e i costi logistici, analisti come quelli di Wood Mackenzie sottolineano che poche aree al mondo combinano risorse note e potenziale inesplorato in modo così attraente. Non mancano le opposizioni. Ambientalisti e alcune comunità indigene denunciano il rischio per ecosistemi fragili, habitat di caribù, uccelli migratori e cetacei. Al contrario, molti residenti vedono nell’industria l’unica fonte concreta di entrate per scuole, infrastrutture e servizi. I repubblicani alaskani al Congresso stanno lavorando per rendere più stabili le politiche pro-sviluppo e dare certezza agli investitori. In sintesi, un mix di geologia favorevole, scelte politiche coraggiose e ritorno delle grandi compagnie sta ridando slancio a una regione che sembrava destinata all’abbandono.


