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Energia, il populismo mette a rischio il settore

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Partendo da uno studio dell’Istituto Legatum, il Financial Times avverte che il settore energia dovrebbe correre ai ripari comprendendo il contesto in cui operano le imprese e l’impatto delle loro decisioni sulle comunità

 

Il populismo è in ascesa in tutta Europa. Lo spostamento delle opinioni dall’analisi razionale a quella più demagogica è stato evidente nel 2016 con il referendum sulla Brexit e poi con le elezioni presidenziali negli Stati Uniti e la vittoria di Donald Trump.

Secondo uno studio dell’Istituto Legatum, un think tank internazionale con sede a Londra che si occupa di affrontare le grandi sfide della nostra generazione e cogliere le opportunità per garantire che l’eredità trasmessa alle prossime generazioni aumenti la prosperità umana, il fenomeno è forte. L’intero lavoro riguarda il Regno Unito, ma vi sono segnali evidenti – dalle elezioni tedesche alla pericolosa situazione in Polonia e Ungheria, ai movimenti di casa nostra – che la marea populista scorre in molti paesi del mondo sviluppato. Per le imprese abituate a un mondo basato su certezze e Stato di diritto, si tratta di un argomento decisamente scomodo. Specialmente in settori delicati come quello dell’energia, che possono facilmente essere presi di mira dai populisti.

Lo studio dell’Istituto Legatum individua un cambiamento di opinione soprattutto nei confronti dell’economia di mercato aperta che non si osservava da decenni. Innanzitutto il settore privato è visto con disprezzo e considerato come uno sfruttatore sia dai lavoratori sia dai consumatori. Le tre parole più associate a questo settore sono egoista, corrotto e avido. Il “profitto” viene percepito come una parola “sporca”, quasi come la parola “globale”. I cittadini vogliono controlli sulle retribuzioni più alte e tasse più elevate per le società. Il desiderio di rinazionalizzare l’approvvigionamento idrico, le ferrovie e le imprese energetiche è forte e non limitato a sinistra: il 76% degli intervistati è favorevole a questo percorso per le ferrovie, il 77% per le attività elettriche.

Secondo il noto commentatore del settore energetico del Financial Times, Nick Butler, “naturalmente, il comportamento di alcune parti del settore privato ha creato e rafforzato questi atteggiamenti. Ridicoli premi retributivi per il top management, imbarazzanti anche per i destinatari; la sistematica minimizzazione dei pagamenti delle imposte da parte di aziende di grande successo; l’abuso di potere delle imprese nei negoziati con il governo su questioni come i contratti per nuovi impianti nucleari sono solo alcuni dei più evidenti esempi recenti di ciò che è andato storto. Questi esempi possono essere delle eccezioni, ma anche essere considerati facilmente come la regola. La reazione dell’opinione pubblica può essere male informata e mal indirizzata, ma non può essere ignorata. Se le imprese non riescono a comprendere il problema, rischiano di essere superate da un’ondata che i politici populisti cavalcheranno volentieri”.

La domanda dunque è: che cosa può fare la maggior parte delle imprese per dimostrare che non sono avide o sfruttatrici?

“Il settore dell’energia è un punto di partenza ragionevole – spiega Butler su FT –. Il settore è pieno di imprese di grandi dimensioni, globali, altamente redditizie (almeno in termini assoluti), molto ben retribuite, con capitale ad alta intensità di manodopera. Poiché il numero di imprese impegnate in una determinata attività è esiguo, vi è un sospetto inevitabile di collusione e oligopolio” soprattutto per quanto riguarda i prezzi dell’energia.

Secondo il columnist del Financial Times sono necessarie due fasi: “Primo, le imprese devono accettare di far parte della società e di operare con piacere al servizio di coloro che servono. Coloro che ignorano questa realtà e credono di poter semplicemente massimizzare i propri profitti a spese della comunità in generale rischiano di essere gravemente colpiti. Molte aziende accettano per metà questa linea di pensiero. Stabiliscono standard di cura e comportamenti ma nel nuovo clima dovranno andare oltre. Coloro che definiscono gli incrementi di produttività, ad esempio, in termini di riduzione dei posti di lavoro dovranno cominciare ad assumersi la responsabilità dei posti di lavoro che andranno perduti. Lo sviluppo delle filiere e l’impegno attivo a sostegno di tutta la comunità in cui operano, è destinato a diventare la nuova e più concreta definizione di dialogo, ora piuttosto stanco e vuoto intorno al concetto di ‘responsabilità sociale d’ impresa’”. La seconda fase riguarda la governance. “In tutti i recenti casi di dissesto aziendale l’elemento mancante è stato il ruolo dei consigli di amministrazione. Ryanair, Bell Pottinger, Volkswagen e tutti gli altri hanno ben pagato gli amministratori non esecutivi, ma non hanno fatto nulla per impedire alle loro imprese di entrare in difficoltà. Il problema non riguarda solo queste imprese. Nella maggior parte di loro i direttori non hanno contatti di alcun tipo con consumatori o dipendenti e in molti casi solo contatti minimi con gli azionisti. Il sistema di governance tradizionale si è rotto. Per ripristinare la fiducia e contrastare l’ondata di populismo è necessario fare qualcosa di meglio”.

energiaNel settore dell’energia, scrive Butler, “i consigli di amministrazione dovrebbero includere membri realmente indipendenti che comprendano il contesto in cui operano le imprese e l’impatto delle loro decisioni. Alcune aziende hanno applicato questo approccio, creando gruppi indipendenti di cittadini locali e specialisti per consigliare le operazioni in aree particolarmente sensibili. Tale approccio dovrebbe essere esteso ora all’intera gamma delle operazioni aziendali. Tali gruppi dovrebbero fungere da fonte di consulenza – avvertimento contro rischi che altrimenti non potrebbero essere notati – e da fonte di sostegno contro attacchi irrazionali. Molte aziende, ne sono sicuro, sperano semplicemente di poter tacere, cercare di evitare errori e visibilità, e di essere in preda al populismo. È troppo compiacente. Il populismo è molto pericoloso e richiede una risposta sistematica e organizzata”.