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Ex Ilva Taranto

Ex Ilva al bivio: il governo tiene accesi gli altiforni aspettando la Cassazione, ma esplode la protesta operaia

Arrivate a Taranto le prime navi di bramme mentre i lavoratori occupano la Prefettura a Genova; gara prorogata al 9 novembre in attesa del verdetto della Cassazione sulla chiusura dell’area a caldo.

La vertenza dell’ex Ilva giunge a un passaggio critico tra aule parlamentari, tribunali e piazze in rivolta. Nel corso del Question Time alla Camera dei deputati, il ministro delle Imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, ha illustrato il piano di emergenza predisposto dall’esecutivo: uno stanziamento di 41 milioni di euro a favore dell’amministrazione straordinaria per mantenere in riscaldo gli impianti e l’importazione di semilavorati dall’estero per scongiurare il blocco delle linee produttive a valle, in attesa che la Corte di Cassazione si pronunci il prossimo 20 ottobre sulla chiusura dell’area a caldo ordinata dalla magistratura milanese.

Nelle stesse ore, tuttavia, la tensione sociale è esplosa negli stabilimenti: a Genova gli operai in sciopero hanno fatto irruzione nella Prefettura occupandola, mentre a Taranto i sindacati dei metalmeccanici hanno confermato il blocco stradale e annunciato il trasferimento della protesta a Bari, giudicando del tutto insufficiente il decreto legge varato dal Consiglio dei ministri.

IL PIANO DEL GOVERNO PER GLI ALTIFORNI E L’ATTESA DELLA CASSAZIONE

La linea d’azione del governo risponde alla necessità di gestire gli effetti operativi scaturiti dalle pronunce giudiziarie. Rispondendo in Aula a Montecitorio, il ministro Urso ha chiarito la posizione della gestione commissariale: “I Commissari non potevano che eseguire una sentenza della magistratura, ove non l’avessero fatto avrebbero subito le conseguenze della non applicazione della sentenza che obbliga la chiusura dell’area a caldo e non solo degli altiforni”.

Per evitare che tale adempimento determini la fine irreversibile degli impianti prima che si esprima l’ultimo grado di giudizio, l’esecutivo è intervenuto con un provvedimento d’urgenza. “Per evitare che questa decisione pregiudicasse del tutto la sopravvivenza degli altoforni anche nel caso in cui la Corte dei Cassazione che ha deciso di riunirsi il 20 di ottobre, smentisse clamorosamente quanto ripetutamente ordinato dalla Corte di Appello, abbiamo nel decreto di ieri dato ulteriori risorse, 41 milioni di euro, all’amministrazione straordinaria nell’ambito del piano concordato con la Commissione europea per mantenere in riscaldo gli altoforni”, ha spiegato il titolare del MIMIT.

Urso ha inoltre sottolineato l’eccezionalità della fase transitoria alla luce degli orientamenti emersi: la decisione della Suprema Corte potrebbe ribaltare il verdetto d’appello, “da quello che si rileva dalla relazione del procuratore generale che smentisce le radici di tutto quello che è alla base della sentenza della Corte d’Appello, mai visto una cosa simile, noi abbiamo, col decreto di ieri, deciso di mantenere a caldo l’area calda, o meglio, in questo caso soprattutto gli altoforni”.

BRAMME E COILS DALL’ESTERO PER SALVARE TARANTO, GENOVA E NOVI LIGURE

Allo stesso tempo, al mantenimento termico degli impianti primari, il piano ministeriale punta ad alimentare artificialmente la produzione degli stabilimenti attraverso il mercato internazionale dei semilavorati. Le indicazioni impartite ai commissari straordinari mirano ad assicurare le forniture indispensabili per i siti industriali del gruppo: “Abbiamo dato indicazione ai commissari di reperire sul mercato internazionale sia le bramme necessarie per i laminatoi di Taranto, e le prime due navi sono già sbarcate per consentire comunque ai laminatoi di lavorare il prodotto in una partnership con soggetti terzi e di fare altrettanto per quanto riguarda i coils per gli stabilimenti di Genova e Novi Ligure”.

L’approvvigionamento richiederà comunque tempi tecnici di attuazione: “Ci vuole del tempo perché l’ordine dei coils, come per le bramme, occorre farlo sul mercato internazionale, dovranno farlo i partner industriali dell’amministrazione straordinaria, la merce arriverà nei prossimi mesi e si potrà garantire così una continuità produttiva degli stabilimenti a valle, sia per Taranto con i laminatoi, sia per Genova e Novi Ligure in attesa dell’assegnazione ai proponenti la cui gara è stata prorogata fino al 9 di novembre per sapere quale sarà la sentenza della Cassazione”, ha concluso il ministro.

LA GARA PROROGATA AL 9 NOVEMBRE E IL NODO DEGLI STABILIMENTI DEL NORD

Il rinvio al 9 novembre per il deposito delle offerte vincolanti è legato direttamente all’esito atteso dalla Cassazione, ma apre anche il fronte della configurazione industriale del gruppo. Urso ha fatto chiarezza sulle manifestazioni di interesse arrivate per i complessi aziendali, smentendo l’esistenza di offerte autonome per il blocco settentrionale: “Per quanto riguarda la possibilità che l’area nord sia separata dall’area di Taranto questo era già previsto nell’aggiornamento della gara in corso ove vi era la possibilità di fare proposte, come quelle che hanno fatto alcuni attori con le loro manifestazioni di interesse e che ora si devono tramutare in proposte vincolanti, per l’intero complesso produttivo, altri invece hanno chiesto singoli stabilimenti, ma nessuno ha fatto una proposta, come poteva fare, per gli interi stabilimenti del nord”.

Il ministro ha ricordato i passaggi negoziali pregressi: “Io stesso, quando riunii Federacciai, parlo ormai di più di un anno fa, per presentare le modalità di gara, in qualche misura feci comprendere che questo era possibile e lo feci anche quando mi recai a Genova incontrando tutti gli attori. Ma allo stato attuale nessuno ha fatto una proposta per l’area nord separata di quella di Taranto. In teoria lo può ancora fare negli ultimi giorni di questa fase negoziale prima che si chiuda il 9 di novembre il deposito delle proposte vincolanti da parte degli attori che hanno fatto manifestazioni di interesse perché secondo le procedure di questa gara chiunque lo può fare anche all’ultimo momento. Ma allo stato nessuno lo ha fatto”.

LA MELONI AL SENATO: DALL’ADDIO AD ARCELORMITTAL ALLA TRANSIZIONE ECOLOGICA

Sulla complessa vertenza dell’acciaio è intervenuta anche la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, replicando nell’Aula del Senato alle contestazioni sollevate dalla senatrice di Italia Viva Annamaria Furlan durante le comunicazioni in vista del Consiglio europeo. Il capo del governo ha rivendicato i passi compiuti per mutare l’assetto societario dell’azienda: “Ci siamo assunti la responsabilità di estromettere il socio di maggioranza Arcelor Mittal e sorvolo sui patti parasociali secretati che erano stati sottoscritti, abbiamo nominato la nuova terna di amministratori per superare i problemi gravi che venivano segnalati dalle organizzazioni sindacali che erano reali. Abbiamo lavorato incessantemente per il rilancio della più importante acciaieria d’Europa cercando nuovi acquirenti che fossero affidabili”.

Meloni ha quindi denunciato gli intralci incontrati dall’esecutivo lungo il percorso di risanamento: “Abbiamo trovato sul nostro percorso diversi ostacoli, alcuni di caratteri ideologico penso all’opposizione dell’amministrazione di Taranto alla nave rigassificatrice, ostacoli giudiziari fino al recente decreto della corte d’appello di Milano che ha ordinato lo spegnimento degli impianti a caldo. Nonostante gli amministratori stessero puntualmente dando attuazione alle numerose rigorose prescrizioni ambientali e sanitarie che erano state imposte dall’Aia nel 2025. Sorvolo sulla coerenza logica di questi provvedimenti giudiziari, mi basta ricordare la critica serrata a cui li ha sottoposti pochi giorni fa la procura generale della Corte di Cassazione”.

Ribadendo la volontà di preservare il dialogo con le controparti sociali, le associazioni di categoria e gli enti territoriali, Meloni ha tracciato l’orizzonte industriale per Taranto, incentrato su forni elettrici e decarbonizzazione: “Il nostro obiettivo è dare continuità alla produzione dell’acciaio in Italia, non cedere alle interdizioni, al tempo stesso garantire l’occupazione di chi finora ha lavorato in Ilva in una cornice di pieno rispetto dell’ambiente, della salute dei cittadini. Seguiamo l’andamento della gara in corso e abbiamo approvato un nuovo decreto che assicura strumenti di sostegno al reddito, per la prima volta occupandosi anche dell’indotto”.

TENSIONE A GENOVA: GLI OPERAI OCCUPANO LA PREFETTURA

Mentre a Roma venivano esposte le misure governative, a Genova la mobilitazione sindacale ha registrato una brusca impennata. Un gruppo di lavoratori dello stabilimento di Cornigliano ha occupato la sede della Prefettura, facendo irruzione all’interno dell’edificio a partire dal presidio di protesta che andava avanti da tre giorni in largo Eros Lanfranco. Alla base dell’azione c’è l’assenza di garanzie formali e vincolanti da parte dell’esecutivo sul futuro produttivo e occupazionale dell’impianto ligure.

Alcune decine di operai si sono posizionati nell’atrio d’ingresso e al secondo piano dell’edificio prefettizio, facendo risuonare i caschi di protezione e intonando a gran voce lo slogan “l’Ilva di Genova non si chiude”. Dalle testimonianze raccolte sul posto è emersa l’intenzione dei manifestanti di mantenere l’occupazione a oltranza e trascorrere la notte all’interno della struttura per dare un segnale estremo alle istituzioni.

SCIOPERO A TARANTO E ASSEMBLEA A BARI: I SINDACATI CHIEDONO PALAZZO CHIGI

Nel capoluogo ionico prosegue la mobilitazione congiunta delle tute blu: Fim, Fiom, Uilm e Usb hanno confermato lo sciopero e il blocco della viabilità sulle strade statali attorno a Taranto, annunciando che manterranno “una presenza costante fino a quando non arriveranno risposte concrete da parte del Governo” e invocando “un’assunzione di responsabilità politica immediata”. Nel mirino delle organizzazioni dei lavoratori c’è l’ultimo provvedimento legislativo: “Nel decreto approvato dal Consiglio dei ministri nella serata di martedì 13 ottobre, pur contenendo la richiesta avanzata della Cigs in deroga per i lavoratori dell’appalto, necessaria quest’ultima per scongiurare i licenziamenti collettivi, mancano le risposte in merito alle misure straordinarie”.

Per le quattro sigle sindacali, “è evidente che nulla è cambiato e nulla cambia rispetto alle iniziative che abbiamo messo in campo in questi giorni. Il decreto approvato dal Governo non soddisfa in pieno le misure che abbiamo chiesto con chiarezza. Per questo la mobilitazione continua, perché pretendiamo strumenti straordinari per i lavoratori, così come resta centrale il tema dell’intervento pubblico e della transizione del processo di decarbonizzazione”. La protesta è destinata a estendersi a livello regionale: per giovedì 15 ottobre è proclamata la quarta giornata consecutiva di sciopero, con il corteo che si sposterà da Taranto verso Bari tramite pullman organizzati in partenza alle ore 7:15, per presidiare la sede della presidenza della Regione Puglia. All’incontro fissato con il presidente Antonio Decaro, i sindacati intendono chiedere “di condividere un documento unitario, nel quale le istituzioni si facciano garanti del percorso che abbiamo tracciato nella piattaforma rivendicativa presentata al Governo. È indispensabile che la Regione Puglia, insieme a Comune e Provincia, assuma un ruolo attivo e politico, non solo di ascolto. Serve un impegno chiaro, scritto, condiviso per percorrerlo insieme”.

I rappresentanti dei metalmeccanici pretendono inoltre una convocazione d’urgenza presso la presidenza del Consiglio: “In questa condizione servono maggiori chiarimenti attraverso una convocazione urgente a Palazzo Chigi. Non possiamo accettare che la vertenza venga gestita con decreti che ignorano completamente le questioni fondamentali: la tutela dei lavoratori, la sicurezza degli impianti, la transizione ecologica e il ruolo pubblico nella governance industriale”. L’appello si chiude con la richiesta di un “fronte istituzionale unito, capace di sostenere la piattaforma sindacale e di garantire che la vertenza ex Ilva non venga nuovamente relegata ai margini dell’agenda politica nazionale. Domani non sarà solo un incontro. Sarà un passaggio decisivo per capire se le istituzioni intendono davvero assumersi la responsabilità di questa vertenza o se dovremo continuare da soli a difendere il futuro industriale e sociale di Taranto e del Mezzogiorno”. Ex Ilva, vertenza altiforni, Taranto, Adolfo Urso, decreto ex Ilva, chiusura area a caldo, Cassazione sciopero metalmeccanici, Taranto Bari, occupazione prefettura, Genova Cornigliano

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