La cordata italiana è pronta a dividersi l’Ilva, ma solo la parte “ricca”. Tutti i dettagli del piano approvato da Federacciai
Federacciai spalanca le porte alla cordata italiana che vuole l’ex Ilva. Il Consiglio di Presidenza dell’associazione ha dato mandato al Presidente Gozzi di trasmettere agli enti competenti una manifestazione di interesse per il rilancio degli impianti non interessati dal blocco dell’area a caldo deciso dalla Corte d’Appello di Milano. La nota dell’associazione sottolinea esplicitamente che alle aziende che hanno già dato disponibilità potrebbero aggregarsi altri operatori nei prossimi giorni, estendendo la cordata a una più ampia compagine di “Sistema Italia” sostenuta da Confindustria e Federmeccanica. Prima, però, il Governo dovrà garantire l’esistenza di “condizioni abilitanti”. Tutti i dettagli del piano degli imprenditori italiani.
ILVA, COSA SUCCEDE ORA?
Il Presidente Gozzi avvierà un confronto diretto con l’esecutivo per definire i paletti dell’operazione. Tra le “condizioni abilitanti” potrebbero rientrare richieste di garanzie e garanzia di tutela legale per i manager, sostegno finanziario o partnership con lo Stato e un Piano chiaro per la decarbonizzazione e la transizione ecologica del sito.
ILVA, LA REAZIONE A CATENA DEL BLOCCO ALL’AREA A CALDO
La chiusura dell’area a caldo dell’Ilva entro ottobre imposta dalla Corte d’Appello ha provocato una reazione a catena. La prima è la discesa in campo di una cordata di imprese italiane per acquisire l’area a freddo dell’acciaieria. Secondo i rumors tra gli interessati ad acquisire l’ex Ilva ci sarebbero Duferco, Arvedi, Marcegaglia, Acciaierie del Veneto ed altri gruppi del Nord Italia. Al tempo stesso, la decisione dei giudici ha innescato “una bomba sociale, produttiva e occupazionale che dobbiamo assolutamente disinnescare”, ha sottolineato il ministro delle imprese e del Made in Italy, Adolfo Urso, nell’intervista pubblicata oggi su Il Mattino.
“Dobbiamo elaborare un piano straordinario per Taranto” per risolvere il problema della chiusura dell’area a caldo, secondo il ministro. Il problema è che bonificare l’altoforno dall’amianto e ridurre le sue emissioni inquinanti sarebbe un’operazione lunga e complessa. Per questa ragione, secondo il Manifesto, la cordata italiana starebbe trattando con il Mimit affinché lo Stato contribuisca alla spesa per sostituire l’altoforno attuale con due forni elettrici ad arco da 3 milioni di tonnellate annue ciascuno, che costerebbe circa 1,5 miliardi di euro. Una delle opzioni sul tavolo sarebbe attingere in parti dai fondi Invitalia. “Il ruolo dello Stato non può essere solo regolatorio; deve intervenire sulle frontiere delle nuove tecnologie”, ha detto Urso in un’intervista rilasciata a Milano Finanza. Ma durante la riunione di giovedì sera non si è arrivati a dama.
IL NODO DEI COSTI
Il nodo principale dell’Ilva riguarda la situazione debitoria di Acciaierie d’Italia, secondo Alberto Pratesi, ex manager di Arcelor e già presidente dell’Associazione Italiana Coil Coating. Il manager esprime forti dubbi sulla partecipazione di imprese italiane nella corsa all’acciaieria. Infatti, secondo Pratesi, i circa 10 miliardi di finanziamenti pubblici concessi ad Acciaierie d’Italia dovrebbero essere restituiti dall’acquirente. Un debito che si aggiungerebbe ai costi di investimento.
ILVA, IL PIANO B
I legali dei commissari dell’Ilva proveranno anche la strada del ricorso contro il decreto della Corte d’Appello di Milano. Un piano per aggirare la chiusura imposta entro ottobre ed evitare di dover mettere nuovamente mano alla gara per l’Ilva, in sospeso da due anni.

