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Gli attacchi Houthi gettano nel panico i mercati energetici. Il diesel vola, il governo pensa alle accise mobili

I recenti attacchi dei ribelli Houthi a due mercantili sauditi hanno fatto salire il prezzo del petrolio fino a 100 dollari al barile. Conseguenze anche sul prezzo del gas, che ieri ha toccato i 62 euro al megawattora

Gli attacchi dei ribelli Houthi nel Mar Rosso – che stanno esacerbando la già delicatissima crisi geopolitica in Medio Oriente – stanno avendo ripercussioni sui principali mercati energetici. Primo fra tutti quello del petrolio, il cui prezzo negli ultimi giorni è risalito fino a 100 dollari al barile.

GLI ATTACCHI DEGLI HOUTHI NEL MAR ROSSO

I ribelli sciiti Houthi stanno cercando di impedire il passaggio delle petroliere all’uscita dal Mar Rosso, attraverso lo stretto di Bab el Mandeb, di fatto lo stesso blocco che gli iraniani stanno imponendo a Hormuz sul Golfo Persico. Mercoledì notte gli Houthi hanno colpito due mercantili sauditi, facendo salire il prezzo del petrolio fino a 100 dollari al barile. Gli attacchi hanno inoltre comportato che almeno 7 petroliere cambiassero rotta e che la Germania decidesse di ritirare le navi militari dalla zona.

Secondo gli analisti, gli assalti potrebbero provocare una reazione da parte dell’Arabia Saudita, che in questi mesi ha utilizzato il Mar Rosso come via alternativa per l’esportazione. Gli Houthi affermano di voler fermare le petroliere (di qualunque sia nazionalità o bandiera) che siano passate dai porti sauditi. Lo scontro tra Riyadh e i ribelli va avanti dal 2015, e si è intensificato ancora una volta con la crisi regionale.

LA CHIUSURA DELLA ROTTA ALTERNATIVA DI BAB EL-MANDEB

Come scrive Federico Fubini sul Corriere della Sera, non era imprevedibile che l’Iran, attraverso la milizia yemenita degli Houthi, avrebbe ripreso a cercare di chiudere lo stretto di Bab el-Mandeb (che collega l’Asia con Suez attraverso il Mar Rosso). È infatti già successo, e poi è già stato annunciato di nuovo. Dalla fine 2023 fino al 2025 inoltrato gli Houthi, spinti dall’Iran, avevano preso di mira alcune navi dai promontori della penisola araba sulle acque di Bad el-Mandeb; da allora il traffico in quello stretto è crollato e non si è mai ripreso oltre il 40% dei livelli di prima, perché molti mercantili fra l’Asia e l’Europa preferiscono circumnavigare l’Africa, malgrado le due settimane di mare in più.

La chiusura della rotta alternativa di Bab el-Mandeb era nell’aria almeno da due settimane: da quando l’ex presidente russo Dmitry Medvedev ne aveva parlato rientrando verso Mosca dai funerali dell’ayatollah Ali Khamenei. All’uomo di Vladimir Putin lo avevano senz’altro detto esponenti dei vertici della Repubblica islamica a Teheran.

GLI EFFETTI SUI PREZZI DEL PETROLIO E DEL GAS

“Ora – spiega Giovanni Staunovo di Ubs – la ventata di panico nei prezzi del petrolio riflette i timori che il quadro peggiori ulteriormente”. In teoria, il greggio saudita potrebbe ancora viaggiare da Yanbu sul Mar Rosso verso nord attraverso il Mediterraneo, Gibilterra e il resto del mondo. Il problema, però, non è solo che il viaggio costa molto di più, è soprattutto che l’Iran e gli Houthi ora possono bombardare il porto saudita di Yanbu e le stazioni di pompaggio di tutto l’oleodotto dal Golfo al Mar Rosso, benché il tubo in sé corra tutto sottoterra per 1.200 chilometri. Lo hanno già fatto prima della tregua di metà giugno e minacciano di tornare a farlo in ogni momento.

L’aumento del Brent del 43% da inizio mese, a 100 dollari a barile, non è dunque affatto irrazionale, e non lo è neanche il fatto che il prezzo europeo del gas al TTF di Amsterdam negli ultimi due giorni abbia superato i picchi recenti toccati nella prima fase della guerra del Golfo, toccando ieri i 62 euro a megawattora.

IL PREZZO DEL DIESEL È SCHIZZATO

Come spiega Il Sole 24 Ore, il gasolio ormai a un passo dai picchi massimi di sempre toccati nel marzo del 2022 promette di infiammare ancora il dibattito politico. Il bilancio pubblico, però, ha le armi spuntate: sia quelle domestiche, sia quelle comunitarie.

Nelle rilevazioni di ieri, il Mimit ha indicato un prezzo medio del diesel nella rete stradale di 2,141 euro al litro. Le serie storiche pubbliche complete sono quelle del ministero dell’Ambiente, che registra le medie settimanali ogni lunedì: il valore più alto è indicato alla casella del 14 marzo 2022, a poco più di due settimane dall’ingresso dei tank russi in Ucraina: 2,154 euro al litro, 1,3 centesimi in più rispetto ai dati di ieri.

Il Governo ha già dedicato quasi 2 miliardi per ridurre i prezzi dei carburanti dal 18 marzo al 3 luglio, prima che le speranze di un raffreddamento a Hormuz e dintorni fossero travolte dal ritorno di una crisi ora raddoppiata a Suez.

PRO E CONTRO DELLE ACCISE MOBILI

Al momento l’unica carta sul tavolo appare quella delle accise mobili, che però ha un duplice problema, di tempi e di potenza. Il meccanismo – che poggia sull’extragettito Iva generato dagli stessi rincari al distributore – è depotenziato dal fatto che a giugno l’attenuazione delle tensioni e l’effetto calmiere degli sconti ha alleggerito drasticamente le risorse utilizzabili. Se ne potrà riparlare dopo la prima settimana di agosto, quando saranno contabilizzati gli incassi di luglio, e lo stesso ministro dell’Economia Giorgetti ha confermato mercoledì che la cosa “sarà valutata”.

L’esperienza, però, insegna che le accise mobili, da sole, non fanno miracoli. Per questa ragione, al Ministero dell’Economia si studia da tempo un sistema per incentivare le aziende a riconoscere come fringe benefit gli aiuti ai loro dipendenti che hanno redditi medio bassi e devono utilizzare l’auto per lavoro, ma il dossier non ha ancora assunto la forma di un provvedimento.

Né un aiuto può venire dalla quota di “flessibilità” europea per l’energia perché, per utilizzare l’extradeficit occorre uno scostamento di bilancio, in calendario non prima dell’autunno. E, in ogni caso, quel disavanzo non potrà essere impiegato per sconti alle accise o bonus carburanti, essendo vincolato a investimenti (ancora da definire) per ridurre la dipendenza da combustibili fossili. In questo quadro, un’eventuale attivazione della clausola quest’anno sarebbe irrilevante.

TABARELLI: “TEMO DOVREMO RIAPRIRE LE CENTRALI A CARBONE”

Sull’attuale situazione energetica è intervenuto anche il presidente di Nomisma Energia, Davide Tabarelli, che in un’intervista a Repubblica ha spiegato: “persino gli amministratori delegati delle grandi società petrolifere sono disorientati da quello che sta accadendo. Siamo cresciuti con schemi interpretativi della realtà che non funzionano più: non avremmo mai pensato che Hormuz potesse chiudere. E non ci rendiamo conto che questa è una guerra che dura dal 1979, da quando gli integralisti hanno preso il potere in Iran”.

Sul caro carburanti, dopo aver detto che “anziché preoccuparci perché la benzina arriva a 2 euro, dovremmo ringraziare perché non è ancora arrivata a 3 euro”, Tabarelli spiega che, “nonostante i passi in avanti, l’Italia resta il Paese UE meno autonomo per l’energia: le bollette sono già ai massimi dal 2023 e avremo ancora aggiustamenti al rialzo. Bisogna lavorare già per il prossimo inverno, facendo crescere le scorte. Spero non ce ne sarà bisogno, ma temo che più avanti dovremo anche riaprire le due centrali elettriche a carbone di Civitavecchia e Brindisi”.

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