Scenari

Gli ultimi subbugli energetici in Libia e non solo

Libia

Libia, Gnl, 5G al centro del Taccuino estero di Marco Orioles per Energia Oltre

CROLLA LA PRODUZIONE DI LNG USA

Abbinato a temperature relativamente miti, il Coronavirus ha spazzato via anche il record USA di produzione di LNG, crollata di oltre la metà secondo i dati di IHS Markit riportati da Axios.

Se infatti a marzo le consegne quotidiane di gas naturale agli impianti che liquefanno il gas avevano toccato il record di 9,8 miliardi di mc, quel numero a marzo è sceso impietosamente a 4.

Il mercato del gas naturale in verità, sottolinea Axios, non è stato colpito in profondità come quello del petrolio visto che si tratta di una materia che continuiamo a usare per l’elettricità e il riscaldamento durante i lockdown.

Ciononostante gli analisti concordano nel prevedere un declino di questo mercato dopo anni di boom: secondo Rystad Energy, la produzione globale quest’anno chiuderà con un -2,6% rispetto all’anno scorso.

Tutto questo, naturalmente, rappresenta un grosso problema per una nazione come l’America che non solo aveva appena cominciato a vantarsi della propria leadership nel settore, ma aveva avviato una dinamica di investimenti nel settore che una flessione sostenuta potrebbe mettere a repentaglio.

Sono numerose infatti le aziende che hanno voluto sfruttare il boom del LNG americano per entrare nel settore costruendo impianti costosissimi in cui liquefare il gas naturale e poi da lì esportarlo in tutto il mondo: una dozzina di esse sta ancora attendendo l’approvazione del governo o è sul punto di aprire i battenti.

Ma i problemi per questa industria non derivano solo dal coronavirus, ma dalle stesse politiche dell’amministrazione Trump, che hanno finito per alienare agli Usa le simpatie del principale acquirente di LNG americano, la Cina.

E c’è poi il problema che ha tolto il sonno ai produttori mondiali di petrolio, ossia un eccesso di produzione di energia in senso lato che satura il mercato innescando una spirale di prezzi in calo che non depone a favore di nuovi investimenti.

Ecco perché Axios, in conclusione, si chiede se grandi aziende dell’Oil & Gas come Shell non finiranno per disinvestire da questo settore per puntare sulle energie rinnovabili.

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Almeno 100 milioni di manutenzione per far ripartire l’industria petrolifera in Libia

La Guerra in Libia si è spostata a pochi chilometri da dove si trova la posta più grande: i giacimenti del cosiddetto crescente petrolifero.

Chiunque avrà la meglio tra il GNA di Tripoli e il LNA di Haftar (e relativi alleati), si troverà tuttavia una bella gatta da pelare quando si ritroverà a mettere mano a quei pozzi per tentare di sfruttarne il prezioso prodotto.

Come evidenzia un articolo di Bloomberg, anni e anni di mancata manutenzione hanno corroso le pipeline e danneggiato severamente i tank, cosa che renderà assai difficile riavviare la produzione in tempo breve e comunque non prima di interventi lunghi e complessi i cui costi la National Oil Corporation (Noc), l’ente petrolifero di stato libico, ha stimato in più di 100 milioni di dollari.

Sono soldi di cui la NOC, affamata da quasi un anno e mezzo di stop alla produzione voluto da Haftar, semplicemente non dispone, e che sono destinati a lievitare e non di poco man mano che le operazioni militari proseguono.

“Molti campi petroliferi”, ha detto a Bloomberg  Mohammad Darwazah, analista di Medley Global Advisors, “richiedono una urgente manutenzione, e i danni subiti dai depositi nei terminali orientali non sono stati riparati”.

“Più aspettiamo, più grande sarà il danno e i costi”, ha spiegato a Bloomberg il presidente della Noc Mustafa Sanalla. “È una tragedia per il popolo della Libia che i giochi politici abbiano consentito di creare un simile danno alle infrastrutture critiche del nostro paese”.

La principale preoccupazione in casa NOC è la corrosione delle pipeline e delle altre strutture dovute al mancato intervento degli operatori della NOC. A causa di questo il mese scorso nel campo di Shahara è letteralmente collassato un tank. E Harouge Oil Operation, joint venture tra la NOC e la canadese Suncor Energy, ha stimato in ottanta le esfiltrazioni dalle pipeline dei propri impianti tra il mese di gennaio e maggio.

E non è tutto. “A causa del blocco dell’export”, ha spiegato Sanalla”, il petrolio ha dovuto rimanere nelle pipeline, il che ha implicazioni ambientali e altre che non sarà facile affrontare nel futuro”.

Inoltre, la chiusura prolungata degli impianti ha creato problemi di pressione che ritarderanno di molto la ripartenza a pieno regime dei pozzi. Per intendersi, proprio per motivi di bassa pressione sarà difficile che Shahahra riprenda a pompare in tempo breve i 300 mila barili al giorno che era abituata a sfornare; perché ciò succeda ci vorranno, secondo la NOC, almeno tre mesi.

Ecco, dunque, la stima di 100 milioni di dollari per poter fare gli interventi necessari a rimettere in sesto gli impianti e ripartire a tutto gas con la produzione. Peccato, come si sottolineava prima, che le casse della NOC siano vuote.

Come spiega Bill Farren Price, direttore di RS Energy Group Canada, la combinazione nefasta di assenza di fondi e di danni ingenti alle infrastrutture “renderà più grande questa volta la sfida di far ripartire” la produzione in Libia.

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L’esclusione di Huawei dalla realizzazione delle reti 5g nel mondo – solo nell’ultima settimana sono stati due i paesi a compiere questo passo rendendo felice Washington: Belgio e Singapore – rappresenta al tempo stesso un problema e un’opportunità per il settore.

Il problema è presto detto, stando a Sylvain Chevallier, analista di telecomunicazioni di BearingPoint: “La gran parte delle reti commerciali vendute nel mondo viene dalle Tre Grandi”, vale a dire Huawei, Nokia ed Ericsson. “Ma un mondo di sole tre (scelte) non è buono per gli operatori, e se quel numero scende a due la situazione peggiora ulteriormente”.

Le parole di Chevallier lasciano intuire anche quale sia l’opportunità in questione: più perde spazio Huawei, più se ne apre non solo per le altre “Tre Grandi”, ma anche per competitor rimasti finora ai margini della corsa.

Di questo almeno è convinto il Japan Times, che in un articolo uscito nel fine settimana ha indicato anche i nomi delle società che potrebbero avvantaggiarsi da questa situazione: la coreana Samsung e la giapponese Nec.

Per ambedue le società la sfida è tutta in salita. Anni di supremazia delle Big Three hanno fatto accumulare loro non poco ritardo nella competizione per la realizzazione delle reti più adeguate alle necessità delle telco.

Samsung in particolare non è mai riuscita a recuperare la leadership che ricopriva al tempo del 3G, venendo surclassata dalle tre grandi quando lo standard è divenuto il 4G.

Ultimamente tuttavia la società ha fatto passi in avanti focalizzando i propri sforzi sul mercato nordamericano e su quello dell’Asia-Pacifico. Per questo motivo, sostiene Daryl Schoolar, esperto di tecnologie mobili della società Omdia, molte telco guarderanno con interesse alla “presenza globale” che Samsung sta gradualmente sviluppando contratto dopo contratto.

Da questo specifico punto di vista, Nec parte invece svantaggiata, non potendo disporre del medesimo numero di partnership della rivale coreana. Ma quella sviluppata in patria con l’operatore Rakuten sembra, a detta del Japan Tines, riportare Nec sui giusti binari.

Dopo aver cooperato nello sviluppo di una rete 4G, Nec e Rakuten stanno ora sviluppando insieme il loro sistema 5G. E in questa joint venture, Nec può portare il valore aggiunto del suo know how e degli investimenti fatti in campi come i cavi sottomarini e le reti in fibra ottiche sviluppate con la sua affiliata Netcracker.

Netcracker tra l’altro, osserva  Stephane Teral, analista di LightCounting, può vantare “una forte presenza tra gli operatori europei”, cosa che per Nec costituisce un oggettivo vantaggio.

Nec peraltro non sta concentrando i suoi sforzi solo nella partnership con Rakuten. Lo scorso giovedì ne ha annunciata una nuova di zecca con un altro operatore di spicco, NTT, per realizzare un’altra rete 5G.

La partita del 5G non è dunque chiusa, scrive il Japan Times ricordando come il governo britannico abbia chiesto proprio a Nec e Samsung di organizzare delle dimostrazioni del funzionamento dei loro apparati in vista della realizzazione del 5G nazionale.

E la Gran Bretagna potrebbe rappresentare solo la testa di ponte di una offensiva europea in grande stile per le due società, che due anni fa hanno formato un team di marketing congiunto con l’obiettivo di vendere i propri prodotti 5G nei mercati europei ed asiatici.