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Crisi economica 2026

Guerra in Iran e inflazione al 3%: l’economia italiana rischia il blackout. Basterà il PNRR a salvarci?

Il conflitto in Medio Oriente gela i consumi e congela i prestiti delle banche: l’allarme shock di Confindustria dipinge un Paese appeso a un solo, fragilissimo filo.

Lo scenario economico globale e nazionale sta subendo un brusco deterioramento a causa del perdurare della guerra in Iran, che ha innescato una spirale di inflazione, calo della fiducia e rallentamento degli investimenti. Secondo l’ultimo rapporto “Congiuntura Flash” pubblicato dal Centro Studi di Confindustria, a cura del Senior Economist Ciro Rapacciuolo, il mancato ripristino del transito nello Stretto di Hormuz mantiene il prezzo del petrolio su livelli critici, erodendo il potere d’acquisto delle famiglie e minacciando la tenuta dei servizi.

In questo contesto di incertezza, l’economia italiana appare sospesa: mentre i consumi frenano e il canale del credito rischia il blocco, l’unico reale motore della produzione industriale rimane l’attuazione degli investimenti legati al PNRR.

LO SHOCK PETROLIFERO E LA CHIUSURA DI HORMUZ

Il mercato energetico risente pesantemente del conflitto nel Golfo, con il transito delle navi che rimane ai minimi storici. Questa situazione mantiene elevato il prezzo del petrolio Brent, che a maggio si è attestato a 105 dollari al barile, segnando un ulteriore incremento rispetto ai 103 dollari di aprile.

Lo studio di Confindustria evidenzia una dinamica peculiare: a differenza di quanto accaduto con la crisi in Ucraina, questo shock impatta in modo più contenuto sul gas naturale. A maggio, infatti, il prezzo del gas è rimasto a 46 euro/mWh, un valore inferiore al picco di 53 euro toccato a marzo, ma comunque significativamente più alto rispetto ai 28 euro registrati alla fine del 2025.

L’INFLAZIONE CORRE E LA BCE SI PREPARA AL RIALZO DEI TASSI

In Italia, il balzo dei prezzi al consumo previsto dagli analisti si è manifestato con forza in aprile, portando l’inflazione al +2,7%, un salto notevole rispetto al +1,5% di febbraio. I prezzi dei beni energetici sono i principali responsabili, con una crescita del 9,2% su base annua, mentre l’inflazione “core” mostra per ora un rallentamento al +1,7%.

Il fenomeno è ancora più marcato nel resto d’Europa, dove l’inflazione è salita al 3,0% (partendo dal precedente 1,9%), e negli Stati Uniti, che hanno toccato il 3,8%. Sul fronte monetario, sebbene i tassi sovrani in Europa abbiano mostrato una stabilizzazione a maggio — con l’Italia al 3,81% e uno spread di +79 punti base — i mercati scommettono con decisione su un intervento della BCE. L’aspettativa è che a giugno la Banca Centrale Europea dia inizio a un rialzo dei tassi ufficiali, attualmente fermi al 2,00%.

INVESTIMENTI PRIVATI IN BILICO E IL NODO DEL CREDITO

Nonostante gli investimenti, inclusi quelli nel comparto dei fabbricati non residenziali, siano ancora sostenuti in questo avvio di 2026 dal traino del PNRR, i segnali di indebolimento si fanno evidenti. I dati congiunturali riferiti ai due mesi di guerra mostrano che nel primo trimestre dell’anno le richieste di credito da parte delle imprese per finanziare nuovi progetti sono calate.

Questo fenomeno è attribuibile allo scenario avverso, nonostante il tasso pagato finora non abbia subito rincari, restando al 3,38% a marzo. Ad aprile si è registrata un’ulteriore flessione della fiducia per le imprese che producono beni strumentali, suggerendo una possibile frenata imminente.

CONSUMI SOTTO PRESSIONE E IL CALO DELLA FIDUCIA DELLE FAMIGLIE

Il mercato del lavoro ha mostrato una crescita marginale degli occupati nel primo trimestre (+0,1%), un incremento troppo contenuto per sostenere il reddito reale, che resta sotto scacco a causa dell’aumento dei prezzi. Sebbene a marzo le vendite al dettaglio siano cresciute dello 0,8%, grazie al contributo di alimentari e non, e nonostante la vivacità delle immatricolazioni auto in aprile, le prospettive restano cupe. La fiducia delle famiglie ha continuato a scendere, preannunciando un imminente stop ai consumi. A differenza della crisi del 2022, i cittadini non possono più contare sul cuscinetto dell’extra-risparmio accumulato in precedenza per attutire il colpo.

L’INDUSTRIA TRA IL RECUPERO DI MARZO E LE INCERTEZZE DI APRILE

A marzo la produzione industriale italiana ha messo a segno un recupero del +0,7%. A trainare sono stati i beni strumentali (+2,1%), spinti proprio dai progetti del PNRR, e i beni intermedi (+0,3%), per i quali le aziende stanno effettuando scorte precauzionali. Questo rimbalzo ha permesso di limitare il calo del primo trimestre al -0,2%. Tuttavia, le rilevazioni di aprile dipingono un quadro peggiore: l’indice PMI segnala una domanda in indebolimento, confermata dalla diminuzione degli ordini. Questo fattore, unito alle preoccupazioni per la guerra irrisolta, ha provocato un netto peggioramento della fiducia e delle attese di produzione.

I SERVIZI IN AREA RECESSIVA E LE DIFFICOLTÀ DEL TURISMO

Il comparto dei servizi rischia un brusco arresto. La spesa dei turisti stranieri in Italia, che a febbraio mostrava una crescita tendenziale del +14%, è ora minacciata dal prolungarsi del conflitto nel Golfo. In aprile, l’indice S&P Global PMI dei servizi è risalito a 49,8 (da 48,8), ma rimane sotto la soglia dei 50 punti, indicando una fase recessiva e una domanda debole. Anche in questo settore la fiducia delle imprese è calata, risentendo in particolare della riduzione degli ordini nei comparti del turismo e dei trasporti.

LA RESILIENZA DELLE ESPORTAZIONI VERSO CINA E SVIZZERA

Un segnale di tenuta arriva dall’export. Nei primi tre mesi del 2026, le vendite all’estero sono cresciute del 4,0% in valore rispetto all’ultimo trimestre del 2025, con incrementi sia verso i paesi UE (+3,2%) che extra-UE (+4,8%). A marzo, nonostante l’inizio del conflitto iraniano abbia causato un crollo delle vendite in Medio Oriente (-52,5% tendenziale, dopo il +15,2% precedente), il dato complessivo si è consolidato. Questo è stato possibile grazie alla forte crescita registrata verso la Svizzera (+84,6%), la Cina (+23,9%) e i principali partner europei, che hanno compensato le perdite nell’area del Golfo.

SCENARIO INTERNAZIONALE: EUROZONA AL PALO E CINA IN CORSA

Nell’Area Euro la situazione appare critica: a marzo la produzione industriale è crollata in Germania (-1,2%), mentre i recuperi in Francia (+1,0%) e Spagna (+2,4%) non sono bastati a invertire una dinamica trimestrale media negativa. Ad aprile, i PMI dei servizi di tutta l’Eurozona sono scivolati in zona recessiva, con l’incertezza in costante aumento. Anche l’economia degli Stati Uniti mostra segni di cedimento.

Sebbene la produzione industriale sia cresciuta dello 0,7% in aprile, gli indici manifatturieri sono discordanti (crolla Chicago, restano espansivi PMI e ISM). Tuttavia, la frenata del mercato del lavoro, unita al balzo dell’inflazione, ha ridotto drasticamente la fiducia dei consumatori americani tra aprile e maggio. In controtendenza si muove la Cina, il cui PIL nel primo trimestre è cresciuto del +5,0%. La produzione industriale cinese ha accelerato al +6,1%, trainata dal manifatturiero high-tech, e l’export ha segnato un balzo del +14,7%, con un netto recupero delle vendite verso gli USA.

IL RUOLO CRUCIALE E LE SFIDE FINALI DEL PNRR ITALIANO

In questo scenario di crisi, il PNRR si conferma il pilastro fondamentale per la tenuta del PIL italiano. Lo stato di avanzamento finanziario è elevato: le procedure attivate coprono 191 miliardi di euro (98% della dotazione), mentre gli impegni finanziari raggiungono i 174,5 miliardi (90%). A questi si dovrebbero aggiungere circa 12 miliardi relativi a misure in strumenti finanziari non ancora impegnati. La spesa effettiva a febbraio 2026 ammonta a 113,5 miliardi (58%), di cui 9 miliardi erogati dall’inizio dell’anno, sebbene il monitoraggio sconti ritardi nei caricamenti sulla piattaforma REGIS. Il CSC stima per l’intero 2026 una spesa di 35 miliardi. Le risorse non utilizzate verranno accantonate e, dopo il 30 giugno, potranno essere riallocate su nuovi interventi o riprogrammazioni.

L’Italia si posiziona tra i migliori paesi UE per l’avanzamento del Piano: al 29 aprile 2026 sono stati raggiunti 416 traguardi e obiettivi su 575 (oltre il 72%, contro una media UE del 50%). Con l’incasso della nona rata, le risorse totali salirebbero a 166 miliardi, l’85% della dotazione. Tuttavia, il 2026 rappresenta la fase più delicata: entro il 31 agosto andranno completati i 159 obiettivi della decima rata (28,4 miliardi) per presentare la richiesta di pagamento entro il 30 settembre. La sfida è complessa, poiché riguarda investimenti infrastrutturali con tempi lunghi e criticità operative; circa il 70% delle risorse impegnate è infatti associato a progetti ancora in corso. Sebbene la Commissione UE abbia rafforzato il monitoraggio e inizino a emergere riduzioni nelle tempistiche attuative, resta aperta la valutazione sugli impatti strutturali effettivi del Piano in termini di produttività e riduzione dei divari.

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