Fact checking e fake news

Il paradosso delle trivelle italiane

Lo stop in Italia beneficia i vicini croati e montenegrini. Mentre il comparto scende oggi in piazza a Ravenna alle 11 per dire no alla perdita di posti di lavoro

I Cinque Stelle hanno fatto una bandiera dello stop alle trivelle. E il Dl Semplificazioni che si appresta a essere votato dalla Camera, ha scatenato una bufera senza precedenti all’interno della maggioranza tra Lega e M5s, tra ambientalisti e petrolieri, tra governo e lavoratori del settore che sono scesi in piazza a difesa del loro posto di lavoro ma anche tra paesi visto che si fa un gran parlare della Croazia, il vicino contro cui il nostro paese sta perdendo proprio la partita delle trivellazioni.

LA CROAZIA IL “VICINO” SCOMODO CHE TRIVELLA PETROLIO IN MARE

Il Corriere della Sera, con un articolo a firma Michelangelo Borrillo, racconta del paradosso di come a pochi chilometri dalla costa pugliese si possono “ammirare” le grandi strutture, battenti bandiera croata, che proseguono le loro trivellazioni in mare alla ricerca del petrolio. “In fondo al mare non c’è confine che tenga – scrive Borrillo sul Corsera -. E quindi se i croati decidono, come hanno fatto, di accelerare nella ricerca ed estrazione del petrolio nel mar Adriatico, a pagare dazio sarà chi, in Italia, su quelle risorse faceva affidamento”. La Croazia come l’Italia aveva deciso lo stop alle perforazioni in mare nel 2015 ma il governo di allora, guidato da Zoran Milanovic, è caduto dopo breve tempo, riaprendo la questione.

ANCHE IL MONTENEGRO CI PENSA

Sulla stessa linea anche Jacopo Gilberto sul Sole 24 Ore che ricorda come la Croazia, “oltre ai piani di sfruttamento dell’Adriatico, ha lanciato mercoledì una nuova gara per cercare altri giacimenti. E c’è attenzione all’Adriatico anche in Montenegro, dove nei mesi scorsi erano in programma le prospezioni geologiche commissionate dall’Eni e dalla russa Novatek. Prospettive importanti per le imprese croate e per il polo della logistica petrolifera di Fiume, a scapito della dirimpettaia Ravenna, che rischia di perdere commesse – si legge sul quotidiano -. Non a caso insorgono contro le norme blocca-trivelle le imprese aderenti alla Confindustria Energia insieme con i sindacati, uniti nella poco frequente intesa di un comunicato congiunto. Protesta anche la Regione Emilia Romagna e si stanno organizzando i ‘caschi gialli’ per una manifestazione il 9 febbraio”.

L’EMILIA ROMAGNA CHIEDE RAVENNA “ZONA FRANCA” DALLO STOP ALLE TRIVELLAZIONI

E non è un caso che si sia aperto un Tavolo petrolchimico in Emilia-Romagna (che riunisce le forze socio-economiche ed istituzionali regionali, a cui si aggiungono le realtà territoriali di Ravenna e Ferrara) con il presidente della Regione, Stefano Bonaccini – presente oggi all’iniziativa di mobilitazione organizzata a Ravenna alle 11 – che ha chiesto al governo di lasciare l’offshore di Ravenna fuori dalla sospensiva alle trivellazioni decisa dall’esecutivo. Pena uno stato di crisi e la perdita di migliaia di posti di lavoro. Il comparto offshore, ha ricordato poi l’assessore alle Attività produttive, Palma Costi “non è composto solo da multinazionali, ma da centinaia di piccole e medie imprese che rischiano di chiudere. La Regione – ha concluso l’assessore – ha come obiettivo la sostenibilità che porta all’utilizzo esclusivo di fonti rinnovabili, come già dichiarato nel nuovo Piano energetico regionale. Ma, per perseguire gli obiettivi di decarbonizzazione, è strategico mantenere, ora, il ruolo chiave del gas naturale, in linea con quanto emerso dal vertice di Marrakesch del 4 novembre 2016. Il distretto di Ravenna è un crocevia avanzato di questa transizione e il gas metano ne è una componente essenziale”.

M5S: SOSPESI 25 PERMESSI IN EMILIA-ROMAGNA

Eppure i senatori pentastellati Gabriele Lanzi e Maria Laura Mantovani in una nota hanno ricordato che “venticinque tra permessi già rilasciati e nuove istanze di prospezione e ricerca sul territorio della Regione Emilia-Romagna verranno sospese dal dl Semplificazioni. Un risultato importante – hanno aggiunto – che pone un freno allo scempio del nostro territorio legato a combustibili fossili retaggio di un passato da lasciarci alle spalle”. Trattasi di Belgioioso, Bugia, Cadelbosco di Sopra, Codogno, Corte dei Signori, Fantozza, Grattasasso, Jolanda di Savoia, La Prospera, Podere Gallina, Ponte dei Grilli, Ponte del Diavolo, Portomaggiore San Marco, Torre del Moro. “Oltre questi, anche dieci nuove istanze per prospezione e ricerca sono state bloccate”, hanno aggiunto i senatori. Rammentando che “per ogni miliardo investito in energia rinnovabile si possono creare fino a 13mila posti di lavoro contro i 1000/2000 circa delle attività di estrazione”.

DI MAIO: IL PETROLIO DEGLI ITALIANI DEVE RIMANERE IN ITALIA, A RISERVA PER PERIODI CHE MAGARI NON ARRIVERANNO MAI DI CRISI

A ribadire con forza il concetto ci ha poi pensato il leader dei Cinque Stelle e ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio: “Solo il 7% del petrolio italiano resta in Italia, il resto se lo portavano via le multinazionali americane e francesi che lo vendevano a caro prezzo pur pagandolo pochissimo – ha detto il vicepresidente del Consiglio, intervistato a margine del suo incontro con gli studenti del liceo Imbiani di Pomigliano d’Arco -. Non è solo questione di ambientalismo ma anche di sovranità nazionale. Il petrolio degli italiani deve rimanere in Italia lì dov’è, a riserva per periodi che magari non arriveranno mai di crisi”.

DESCALZI: CRESCERE MINIMIZZANDO RISCHI E COINVOLGENDO COMUNITÀ

Di tutt’altro avviso l’ad di Eni, Claudio Descalzi, in un’intervista ad ‘Affari e Finanza‘ di Repubblica: “Sulle trivelle ed in generale io penso che la crescita debba essere fatta minimizzando rischi ed emissioni. Bisogna avere regole, essere rigorosi e trasparenti, facendo partecipare istituzioni e comunità. È giusto che ci sia un dibattito, si aprano le porte come abbiamo fatto in Val D’Agri e a Ravenna. Poi le soluzioni si trovano. Tenendo presente che il settore energetico impiega centinaia di migliaia di persone e produce eccellenze tecnologiche. Negli ultimi 10 anni, comunque, Eni in Italia ha perforato solo tre pozzi esplorativi, tra l’altro tutti e tre onshore”.

ZAGABRIA HA DATO IL VIA ALLE GARE PER LA RICERCA PETROLIFERA ONSHORE

Intanto il Governo di Zagabria, come accennato anche dal Sole 24 Ore, ha avviato una nuova serie di gare per affidare la ricerca di giacimenti, soprattutto nell’entroterra. Si tratta del secondo round di sette blocchi onshore tutti situati nel prolifico bacino pannonico. La superficie totale disponibile è di 14.272 km2. Le dimensioni dei blocchi disponibili variano da 1.361 a 2.634 km². Le licenze per la ricerca e la produzione di idrocarburi sono concesse per un periodo massimo di trent’anni. Il periodo di esplorazione è di cinque anni. “Il bacino pannonico della Croazia è ben noto e ha una lunga storia di produzione di petrolio e giacimenti di gas. Le analisi preliminari dei dati sismici e di altri dati disponibili confermano che la superficie disponibile contiene un significativo potenziale residuo”, avverte WorldOil. “Le riserve sono stimate in 12 miliardi di metri cubi di petrolio e in 17 miliardi di metri cubi di metano, in parte sotto i fondali dell’Adriatico e in parte sotto la terraferma balcanica. L’estrazione di metano, tipica soprattutto del mare, è superiore a un miliardo di metri cubi l’anno. La maggiore compagnia croata è l’Ina, che opera per esempio con le piattaforme adriatiche Ivana (condivisa con l’Eni) e Izabela (condivisa con la milanese Edison)”, scrive invece il Sole 24 Ore.

LA LETTERA DI PRODI DEL 2014

E pensare che nel maggio del 2014 a sollevare la questione per cui la Croazia avrebbe sfruttato le riserve di idrocarburi a danno dell’Italia era stato l’ex premier e ex presidente della Commissione Ue Romano Prodi con una lettera al Messaggero: “La gran parte di queste potenziali trivellazioni – scriveva Prodi – si trova lungo la linea di confine delle acque territoriali italiane, al di qua delle quali ogni attività di perforazione è bloccata”. Il nostro Paese, proseguiva Prodi, si trova in una situazione “paradossale”: è “al primo posto per riserve di petrolio in Europa, esclusi i grandi produttori del Mare del Nord (Norvegia e UK). Nel gas ci attestiamo in quarta posizione per riserve e solo in sesta per produzione”. “Abbiamo quindi risorse non sfruttate, unicamente come conseguenza della decisione di non utilizzarle”. Come dire: se ci fossero danni ambientali in Croazia li subiremmo comunque tramite le loro trivellazioni, ma non avremmo i profitti dell’estrazione che andrebbero alla sola Croazia.