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Il prezzo del petrolio può davvero raggiungere i 200 dollari al barile?

La Banca Mondiale non ha incluso la chiusura effettiva dello Stretto di Hormuz nelle sue proiezioni, ma alcuni analisti ritengono che ciò stia innescando un effetto domino che potrebbe spingere il petrolio a 150 dollari al barile, o anche di più

I recenti attacchi di Stati Uniti e Israele, e quelli precedenti dello scorso anno, dello stesso tenore, possono essere visti come un’estensione della guerra di fatto scatenata dall’Iran attraverso il suo alleato Hamas, con i sanguinosi attacchi del 7 ottobre 2023 contro Israele.

In ogni caso, scrive l’analista energetico Simon Watkins su Oilprice, ora in gioco vi sono dei fattori imprevedibili che minacciano di causare una prolungata instabilità in Medio Oriente per i prossimi anni, con conseguente aumento dei prezzi di petrolio, gas e benzina. Il nuovo leader iraniano ha incoraggiato una di queste minacce con il mantenimento del blocco di fatto dello Stretto di Hormuz, attraverso il quale transita fino a un terzo del petrolio mondiale e circa un quinto del GNL.

All’incirca nello stesso periodo, l’Iran ha dichiarato che “il mondo dovrebbe prepararsi a un prezzo del petrolio di 200 dollari al barile”, mentre le sue forze attaccavano navi mercantili. Ma uno scenario del genere è davvero possibile?

LA CHIUSURA DELLO STRETTO DI HORMUZ

Affrontare il problema principale – la chiusura effettiva dello Stretto di Hormuz – sembra impossibile in questa fase del conflitto, dati i parametri operativi entro i quali il presidente statunitense Donald Trump vuole che le sue forze armate operino. “Non vuole schierare uomini sul terreno intorno allo Stretto, che sarebbe l’unica opzione realistica per cercare di garantire il passaggio sicuro delle navi”, ha dichiarato la scorsa settimana una fonte di alto livello con sede a Washington che lavora a stretto contatto con il Dipartimento del Tesoro USA.

Senza ciò, ha aggiunto, il dispiegamento di navi della Marina per scortare le navi mercantili attraverso lo Stretto “sarebbe comunque soggetto a droni e missili lanciati da altre zone dell’Iran, oltre che alle motovedette del Corpo delle Guardie Rivoluzionarie Islamiche (IRGC), e ancor prima, la Marina statunitense dovrebbe sminare l’area”.

Allo stato attuale, l’amministrazione Trump ha detto di essere al lavoro su un piano per mettere in sicurezza lo Stretto, che prevede anche che la U.S. Development Finance Corporation fornisca un’assicurazione per le navi, ma non è ancora emersa alcuna proposta definitiva, né è stata definita una tempistica.

IL RILASCIO DI BARILI DALLE RISERVE STRATEGICHE DI PETROLIO

In assenza di un ripristino di questa fondamentale via di transito per le forniture globali di petrolio, l’onere ricadrà sempre più sull’aumento delle forniture al mercato provenienti da altre fonti. A tal fine, si stanno implementando diverse soluzioni, proprio come accadde subito dopo l’invasione russa dell’Ucraina, nel 2022. All’epoca il Brent superò i 120 dollari al barile, un livello a cui si è nuovamente avvicinato in seguito ai recenti attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran.

Nel 2022 una delle strategie più efficaci fu quella di liberare barili dalle riserve strategiche di petrolio dei paesi membri dell’Agenzia Internazionale dell’Energia. La scorsa settimana l’agenzia ha raccomandato il rilascio di 400 milioni di barili da queste riserve, una cifra che eclissa i cinque precedenti rilasci collettivi, il più consistente dei quali ammontava a 180 milioni di barili, suddivisi in due tranche nel 2022.

Il segretario all’Energia americano, Chris Wright, ha dichiarato che Trump ha autorizzato il rilascio di 172 milioni di barili dalle Riserve Strategiche di Petrolio USA a partire dalla prossima settimana. Il problema è che diversi Paesi membri dell’AIE non sono in grado di rendere disponibili le riserve in tempi brevi, e l’intera quota di greggio aggiuntivo disponibile potrebbe impiegare fino a 120 giorni per arrivare sul mercato.

L’ENERGIA PROVENIENTE DA PAESI SOGGETTI A SANZIONI

Un altro meccanismo per aumentare efficacemente l’offerta globale di petrolio consiste nel concedere deroghe temporanee ai Paesi per utilizzare l’energia proveniente da Paesi soggetti a sanzioni. Nel 2022, questa politica è stata applicata al petrolio del Venezuela, allora sanzionato, e si è chiuso un occhio anche sul petrolio dell’Iran, anch’esso sanzionato.

In seguito alla rimozione del presidente venezuelano Nicolas Maduro, avvenuta il 3 gennaio per mano degli Stati Uniti, il greggio venezuelano può essere utilizzato liberamente dagli Stati Uniti, sebbene i volumi restino bassi dopo anni di abbandono del settore petrolifero.

Ora, sarà la Russia a beneficiarne maggiormente, grazie a una deroga temporanea di 30 giorni (con scadenza l’11 aprile 2026) concessa dal Dipartimento del Tesoro statunitense per l’acquisto di petrolio russo soggetto a sanzioni, tra cui l’India.

Mosca ha inoltre manifestato la volontà di riprendere le esportazioni di gas e GNL verso i Paesi colpiti dal conflitto con l’Iran, inclusi quelli dipendenti dal GNL del Qatar. Detto questo, anche questi maggiori volumi provenienti dalla Russia non compenseranno le continue perdite di approvvigionamento dallo Stretto di Hormuz.

LE IMPLICAZIONI SUI PREZZI DEL PETROLIO IN BASE ALLE PERDITE DI FORNITURA

Data la continua altalena del conflitto, è impossibile sapere con precisione quanta fornitura di petrolio verrà persa in modo costante. Tuttavia, la Banca Mondiale ha quantificato, tempo fa, le implicazioni sui prezzi di vari livelli di perdita di fornitura di petrolio, spiegando che “una piccola interruzione” nella fornitura globale – una riduzione da 500.000 a 2 milioni di barili al giorno – porterebbe inizialmente a un aumento del prezzo del petrolio del 3-13%.

Prima dell’inizio degli ultimi attacchi statunitensi e israeliani contro l’Iran, il prezzo del Brent si aggirava intorno ai 73 dollari al barile; quindi, su questa base, a circa 75-82 dollari al barile. Una “interruzione media” – che comporti una perdita di fornitura da 3 a 5 milioni di barili al giorno – farebbe salire il prezzo del petrolio del 21-35%, quindi a circa 88-98 dollari al barile. Un “grave sconvolgimento” – caratterizzato da un calo dell’offerta di 6-8 milioni di barili al giorno (come quello registrato durante la crisi petrolifera del 1973) – farebbe salire il prezzo del petrolio del 56-75%, ovvero intorno ai 113-127 dollari al barile.

IL PREZZO DEL PETROLIO POTREBBE RAGGIUNGERE I 150 DOLLARI AL BARILE

La Banca Mondiale non ha specificamente incluso la chiusura effettiva dello Stretto di Hormuz nelle sue proiezioni, ma Vikas Dwivedi, stratega energetico globale di Macquarie Group con sede a Houston, ritiene che ciò stia innescando un effetto domino che potrebbe spingere il greggio a 150 dollari al barile o anche di più. Come ha dichiarato la scorsa settimana, “consideriamo il conflitto e la chiusura dello Stretto di Hormuz come un fattore impulsivo che influenza i prezzi, il che significa che la riduzione del transito sta generando questa dinamica e richiederà numerose risposte politiche, militari e logistiche per mitigare l’aumento dei prezzi, che a nostro avviso potrebbe raggiungere i 150 dollari al barile”.

IL PREZZO DEL GREGGIO E LE ELEZIONI DI MID-TERM NEGLI STATI UNITI

Il punto cruciale per Trump è il significato di queste cifre per l’economia statunitense e per le sue possibilità – e quelle del suo partito – alle elezioni di mid-term del 3 novembre e alle successive elezioni presidenziali. I dati storici evidenziano che ogni variazione di 10 dollari al barile del prezzo del petrolio si traduce in una variazione di circa 25-30 centesimi del prezzo di un gallone di benzina, e per ogni centesimo di aumento del prezzo medio al gallone di benzina, si perde più di un miliardo di dollari all’anno in spesa dei consumatori.

Politicamente parlando, dal 1896 il presidente americano in carica ha vinto la rielezione 11 volte su 11, se l’economia non era in recessione nei due anni precedenti le elezioni. Tuttavia, i presidenti USA in carica che hanno iniziato la campagna per la rielezione con l’economia in recessione hanno vinto solo una volta su 7. Lo stesso schema si applica in linea di massima anche alle possibilità di rielezione dei candidati del partito di qualsiasi presidente in carica nelle elezioni di metà mandato.

Trump potrebbe ancora candidarsi per un altro mandato presidenziale ma, anche se non lo facesse, il suo Partito Repubblicano vorrà ottimizzare le proprie possibilità di ricoprire la carica più alta, il che significa mantenere bassi i prezzi della benzina e, di conseguenza, del petrolio.

LE MOSSE DI DONALD TRUMP

Una cosa di cui Trump è sempre perfettamente consapevole – ha recentemente dichiarato una fonte di Washington a OilPrice – è che non vuole che gli Stati Uniti vengano trascinati in un conflitto lungo e senza speranza di vittoria come quello tra Russia e Ucraina. “Ha notoriamente promesso la ‘fine delle guerre infinite’, e questo gli ha garantito il consenso della sua base elettorale, a cui è fedele”, ha spiegato la fonte, aggiungendo che “può giustificare un conflitto di breve durata sostenendo che sia nell’interesse nazionale americano, ma sa che, se si protrae per più di qualche settimana, si troverà in difficoltà con quel blocco di elettori”.

“Trump – ha detto una fonte di alto livello del complesso di sicurezza dell’Unione Europea – ha delineato quattro obiettivi chiari per gli attacchi contro l’Iran all’inizio, e crediamo che nelle prossime 2-3 settimane dirà di averli sostanzialmente raggiunti tutti, Inoltre, monitorerà costantemente il programma nucleare, i missili e i gruppi alleati, e che reagirà di nuovo, se ravviserà un pericolo per gli Stati Uniti, ritirando le truppe”.

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