Le audizioni alla Camera sul Ddl delega svelano un potenziale economico enorme per l’industria e l’occupazione, ma pesano le incognite su scorie, costi e la vulnerabilità dei piccoli reattori modulari in caso di guerra.
L’Italia si trova a un bivio energetico e industriale senza precedenti, con il Parlamento chiamato a decidere se riaprire definitivamente le porte all’energia atomica. Le audizioni tenutesi presso le Commissioni riunite Ambiente e Attività produttive della Camera hanno delineato una spaccatura profonda tra il mondo produttivo e quello scientifico-ambientalista. Da un lato, il comparto industriale identifica nei piccoli reattori modulari (SMR) lo strumento per abbattere bollette che pesano fino al 70% in più rispetto al periodo pre-Covid; dall’altro, esperti e giuristi avvertono sui rischi di vulnerabilità militare dei siti, sull’insostenibilità finanziaria e sulla violazione della volontà popolare espressa nei referendum. È quanto emerge dal lungo ciclo di interventi che hanno analizzato i progetti di legge delega per il nucleare sostenibile, un piano che potrebbe valere 50 miliardi di euro di valore aggiunto e 120.000 nuovi posti di lavoro entro il 2050.
COMPETITIVITÀ INDUSTRIALE E ABBATTIMENTO DEI COSTI
La necessità di un’energia affidabile e a prezzi stabili è la priorità assoluta per le imprese del terziario. Secondo quanto dichiarato da Giovanni Acampora di Confcommercio, l’energia è diventata un fattore decisivo per la tenuta del tessuto produttivo, considerando che le bollette elettriche sono cresciute del 29% e quelle del gas del 70% in pochi anni. “Gli SMR rappresentano una scelta pragmatica per restare competitivi rispetto ai partner europei che già utilizzano l’atomo”, ha spiegato Acampora, chiedendo trasparenza su tempi e costi. Sulla stessa linea si pone la prospettiva offerta da Nicola Monti, amministratore delegato di Edison, il quale sottolinea come la complementarità tra nucleare e rinnovabili sia l’unica via per ridurre la dipendenza dal gas e le emissioni dei settori più energivori. Per Monti, è essenziale un programma di politica industriale che garantisca un riferimento stabile per investimenti che durano sessant’anni, basato su un modello di mercato consortile che coinvolga direttamente le industrie del territorio.
SICUREZZA NAZIONALE E RISCHIO BELLICO
Una nota di forte preoccupazione è arrivata da Giovanno Ghirga, membro del comitato scientifico di ISDE Italia – Medici per l’Ambiente. La riflessione portata all’attenzione dei parlamentari sposta l’asse sulla sicurezza nazionale nel contesto dei conflitti contemporanei. “Le centrali nucleari e i reattori di piccola taglia possono diventare bersagli in caso di guerra, come dimostra la drammatica situazione in Ucraina”, ha ammonito Ghirga. Un eventuale attacco a queste strutture sensibili potrebbe causare il rilascio di enormi quantità di radionuclidi, costringendo a evacuazioni di massa che nemmeno l’AIEA esclude per le nuove tecnologie. Questa vulnerabilità climatica e bellica richiederebbe, secondo ISDE, di eliminare i fattori di rischio piuttosto che aggiungerne di nuovi, specialmente in un’epoca segnata da tensioni geopolitiche crescenti e investimenti massicci negli armamenti.
LA STRUTTURA DEL DDL E L’AUTORITÀ DI SICUREZZA
Il quadro normativo proposto ha ricevuto un parere tecnico favorevole da Marco Ricotti, presidente del CIRTEN, che ha giudicato il testo ben strutturato, pur indicando come priorità assoluta il potenziamento dell’Autorità per la sicurezza nucleare. Ricotti ha segnalato la necessità di investire sulle risorse umane: “Le matricole sono quadruplicate in sei anni, ma mancano docenti a causa dei pensionamenti”. Questa urgenza di rafforzare l’ispettorato (ISIN) e valorizzare le competenze tecniche è stata condivisa anche da Fabio Presot di Westinghouse, che vede nell’atomo una base stabile per lo sviluppo dei territori. Tuttavia, Stefano Monti dell’AIN ha criticato i fondi stanziati per il triennio 2027-2029 — circa 20 milioni annui — definendoli insufficienti per ricostituire le infrastrutture di base del Paese e consolidare una supply chain capace di competere sui mercati internazionali.
DUBBI SULLA CONVENIENZA E VINCOLI REFERENDARI
Non mancano però le voci che considerano il nucleare una scelta fuori tempo massimo. È la fotografia scattata da Gianni Silvestrini, direttore scientifico del Kyoto Club, il quale osserva che il nucleare arriverà in Italia troppo tardi per essere utile. “Mentre l’eolico e il solare corrono a velocità impressionante e sono sempre più economici, il nucleare è fermo ai livelli di generazione del 2005”, ha ricordato Silvestrini. Anche Antonello Ciervo dei Giuristi Democratici ha sollevato un’eccezione di natura giuridica, ricordando che il legislatore è vincolato dagli esiti dei referendum del 1987 e del 2011. Secondo Ciervo, non è ancora avvenuto quel mutamento del quadro politico e tecnologico necessario per superare la volontà popolare, anche vista l’incapacità storica di individuare un sito per le scorie nazionali.
RISCHI FINANZIARI E GESTIONE DELLE SCORIE
La sostenibilità economica dell’intero programma resta un’incognita pesante. Alessandro Gianni di Greenpeace ha citato il caso della Polonia, dove i costi sono già fuori controllo e i tempi slittati, ricordando che l’industria nucleare americana continua a chiedere sussidi statali per coprire i rischi. Anche Giovan Battista Zorzoli di Coordinamento FREE ha definito gli SMR “una minestra riscaldata”, spiegando che l’assenza di economie di scala rende questi piccoli impianti meno convenienti dei grandi reattori. Infine, Angelo Tartaglia del Politecnico di Torino ha posto l’accento sul problema dei rifiuti: “La nocività dei residui della fissione si misura in secoli o millenni, mentre la politica ragiona su decenni”. Questa eredità radioattiva imporrebbe un monitoraggio eterno alle generazioni future, indipendentemente dai cambi di regime o dai conflitti, rendendo il deposito geologico profondo una necessità tanto urgente quanto complessa da realizzare.

