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Ilva, tutti chiedono una correzione al decreto. Ecco cosa non convince Confindustria e sindacati

Nelle audizioni Confindustria, Federacciai e sindacati hanno chiesto correttivi urgenti al decreto sull’Ilva. Sul tavolo anche i crediti arretrati, la decarbonizzazione e il futuro dell’area a caldo

Il decreto sull’ex Ilva prova a tenere in piedi lo stabilimento, ma per imprese e sindacati il rischio è che una parte importante dell’indotto resti senza tutele. Sotto accusa c’è soprattutto la soglia del 50% del fatturato derivante da Acciaierie d’Italia, un requisito che, secondo Confindustria Taranto, finirebbe per escludere quasi tutte le aziende interessate. A complicare il quadro ci sono oltre 12,5 milioni di euro di crediti ancora da incassare, le richieste di maggiori garanzie per i lavoratori e l’incertezza sulla riconversione produttiva. Il nodo, insomma, non è soltanto come tenere in vita l’acciaieria, ma come evitare che la crisi travolga anche il sistema di imprese che le ruota attorno.

CONFINDUSTRIA: OK AL DECRETO, MA SERVONO MODIFICHE

L’impianto del decreto è “abbastanza soddisfacente”, ma bisogna mettere mano alle regole sulla CIGS per l’indotto e sbloccare i crediti, ha detto Salvatore Toma, presidente di Confindustria Taranto, nel corso delle audizioni odierne al Senato. Toma punta il dito dritto contro la clausola d’accesso alla cassa d’integrazione speciale per le aziende dell’indotto: pretendere che abbiano un fatturato derivante da Acciaierie d’Italia superiore al 50% significa, nei fatti, escludere il 99% delle aziende. Per questa ragione, bisognerebbe eliminare o abbassare moltissimo la percentuale, secondo il numero 1 degli industriali di Taranto.
La seconda grana riguarda i crediti pregressi mai incassati dalle imprese per il lavoro già fatto. Carlo Maria Martino, presidente di Confapi Puglia ha ricordato che le piccole e medie imprese avanzano ancora oltre 12,5 milioni di euro non saldati. Il presidente della Camera di Commercio di Brindisi-Taranto, Vincenzo Cesareo, ha avvertito che spogliare la città dell’area a caldo farà crollare un “fragile castello di carta” che sostiene 10.000 addetti.

I PROGETTI PER L’ILVA NON MANCANO

C’è la fila per i terreni dell’Ilva. Per questa ragione, bisogna subito svincolarli, secondo il numero uno degli industriali tarantini. “Abbiamo ogni giorno richieste di nuovi insediamenti ma non abbiamo aree da assegnare. Abbiamo girato 20-25 progetti su rinnovabili, idrogeno e sostenibilità al Mimit”.

FEDERACCIAI: DECRETO CONSENTE SOPRAVVIVENZA TECNICA AREA A CALDO

Per i giganti dell’acciaio la proposta del Governo è “complessivamente positiva” e “organica”, capace di tenere insieme il sostegno alla forza lavoro e le prospettive di conversione. Ma il vero perno del ragionamento del presidente di Federacciai, Antonio Gozzi, si concentra sulla sopravvivenza tecnica dell’area a caldo.

Secondo Gozzi, infatti, il provvedimento consente di “mantenere in riscaldo i cowper fino alla pubblicazione della sentenza della Cassazione e non oltre il 15 dicembre”. Un margine d’ossigeno cruciale in attesa della sentenza della Corte di Cassazione, “molto importante per capire cosa succederà nei prossimi mesi”.

USB: “SERVONO RISARCIMENTI PER 14 ANNI DI VIOLENZA PSICOLOGICA”

L’affondo più duro porta la firma di Francesco Rizzo (USB), che ha dato un giudizio impietoso sul decreto sull’Ilva: lo sbarramento del 50% del fatturato rischia di tagliare fuori 2.300 lavoratori dell’indotto su 4.200 totali, portando dritti al “licenziamento collettivo” in realtà come la Pellegrini. Rizzo non usa mezzi termini per definire lo stato dell’arte dell’acciaieria. Parlare di “strategicità” dell’Ilva di fronte a una potenziale cessione ancora del tutto ipotetica è “un insulto”, secondo Rizzo.

Secondo il dirigente sindacale “siamo in una fase di emergenza totale”, risultato di anni di mala gestione e di politiche sbagliate. Rizzo ricorda che è “dovuta intervenire la Procura per svelare la vendita delle quote di CO2 poi finite nelle tasche di ArcelorMittal”, poiché nessuno ha ascoltato le denunce fatte dal sindacato 4 anni fa.

Una situazione che rischia di ripetersi in futuro, secondo Rizzo, se la strategia è “continuare a dare fondi pubblici ai privati sapendo che non faranno cosa promettono”: investire in decarbonizzazione. “Abbiamo usato i soldi per le bonifiche per mandare avanti l’attività produttiva, serve un fondo straordinario perché abbiamo 2.000 tonnellate di amianto”, ha sottolineato.

LE RICHIESTE DI UGL, FIOM-CIGL E CISL

Giovanni Antonio Spera, Segretario generale di UGL Metalmeccanici, ha chiesto che la soglia del 50% venga ritoccata al ribasso per evitare che una marea di aziende resti a secco. Al tempo stesso, il segretario generale ha avanzato la proposta di allungare la CIGS fino a fine anno e prevedere scivoli per l’uscita anticipata dal lavoro.

Il coordinatore nazionale siderurgia per la Fiom-Cgil, Loris Scarpa, ha denunciaTO l’inefficacia di un provvedimento che “copre solo un terzo dei lavoratori, un migliaio su cinquemila”. Per la Fiom, la soglia del 50% va sostituita con la certificazione fornita dall’amministrazione straordinaria dal 2023 al 2026. Altrimenti, “l’unica prospettiva disegnata è un futuro di sola cassa integrazione, mentre bonifiche e decarbonizzazione restano prive di coperture economiche”.

Giorgio Graziani, Segretario Confederale della CISL, invece, ha richiamato l’attenzione sulle tante aziende di trasporti, smaltimento rifiuti e servizi ambientali rimaste imbrigliate nel blocco dei pagamenti.

UIL e UILM: CRISI STRUTTURALE, TEMPI LUNGHI PER LA VENDITA

Per Guglielmo Gambardella e Giovanni D’Anna (UILM e UIL), il limite del provvedimento sta nel non affrontare il nodo della re-industrializzazione e della decarbonizzazione. “Il processo di cessione avrà tempi lunghissimi e i lavoratori rischiano di subire questa situazione per anni”, ha avvertito Gambardella, chiedendo prepensionamenti e risarcimenti per chi ha lavorato nell’area a caldo.

D’Anna ha rimarcato il vuoto nei confronti del sindacato: il decreto elimina l’esame congiunto sui dettagli ammortizzatori e lascia troppe ombre su come si declinerà la CIGS per settori specifici come i marittimi, esigendo clausole sociali ferree per il riassorbimento del bacino ex Ilva.

 

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