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Il nucleare torna di moda, come si stanno muovendo i paesi d’Europa e Asia? Un girotondo

Nucleare Mondo

Il quadro globale degli investimenti nucleari in giro per il mondo. Fatti, numeri e scenari da uno studio Reuters

La crisi energetica divenuta sempre più grave con la guerra in Ucraina sta costringendo tanti paesi a rivedere le strategie di svolta verso le fonti più pulite.

In linea generale, l’approccio alla fonte nucleare resta difficile. Sia in Asia che in Europa.

A CHE PUNTO SONO GLI INVESTIMENTI NUCLEARI IN ASIA

Cominciando da lontano, dall’Asia, il girotondo di fatti messo in fila dalla Reuters fa emergere per esempio che in Giappone continua a pesare l’esperienza negativa vissuta a Fukushima undici anni fa. Da un lato l’umore popolare sta facendo sì i conti con l’emergenza attuale, eppure serve ancora tempo per incidere su questa via. Tokyo vuole riattivare ben nove reattori, oggi lavorano sette e tre sono in manutenzione.

A Seoul, invece, la via nucleare ha ripreso vigore a livello governativo. L’obiettivo è portare l’apporto di questa fonte almeno al 30% entro la fine del decennio in corso. Si parte comunque dal 27% del 2021 e ai ventiquattro reattori operanti se ne aggiungeranno altri quattro.

Per quanto riguarda il Dragone, invece, sappiamo che Pechino è terzo al mondo come potenza nucleare. Punta ai 70GW entro il 2025 con almeno sei nuovi reattori, se non otto.

Infine, toccando India, Filippine e Vietnam, possiamo rilevare che nel primo caso l’apporto del nucleare è molto basso. Al 3% per via di opposizioni interne ai progetti e mancanza di investimenti stranieri. Nel secondo caso, il governo attuale è ben predisposto a inserire il nucleare nel famoso mix energetico nazionale ma tutto è ancora da scrivere. Infine, in Vietnam il passaggio al nucleare è stato definito come inevitabile dal governo nazionale. Ma serve riscrivere da zero un piano dopo aver rimosso quello accantonato nel 2016 per i fatti di Fukushima.

LA SITUAZIONE IN EUROPA

Venendo, invece, al nostro continente non si può non partire dalla Francia. Che sul nucleare si è resa protagonista in questi mesi e ultime settimane (da ultimo, oggi) con la vicenda di Edf. I piani in merito di Macron sono molto ambiziosi e puntano alla realizzazione di nuovi impianti. La nazionalizzazione del gruppo porterà sviluppi ma allo stesso tempo servono mesi per vedere i primi effetti dell’operazione.

Nel 2023 arriverà la decisione finale per la centrale di Edf ma in Gran Bretagna. Nel sud dell’Inghilterra dovrebbe, infatti, prendere vita un impianto da oltre 3 GW (3,2 precisamente) ma il terremoto politico che ha scosso l’esecutivo Johnson costringe a posticipare ogni decisione definitiva.

Anche in Germania, al netto della presenza dei Verdi nella coalizione semaforo guidata da Scholz, il nucleare è un qualcosa di cui si dibatte quotidianamente. Si punta, in questo caso, a prolungare la vita di tre impianti per reagire a quella che nel caso di Berlino è la situazione più delicata rispetto alle forniture russe di gas.

Anche in Belgio si è parlato di estensione di vita degli impianti. Qui l’accordo con Engie è arrivato e ha portato a prolungare l’operatività a dieci anni. Mentre in Finlandia è stato rimosso un progetto nucleare che doveva essere gestito dalla russa Rosatom.

Tanti contesti e un solo riferimento: la crisi energetica aggravata dall’invasione di Putin all’Ucraina. L’orizzonte più ampio però continua a recitare la formula della transizione ecologica. Le energie rinnovabili dovranno imporsi e stabilizzarsi in un panorama che, però, ad oggi deve fare i conti con le ritorsioni di Mosca.

 

 

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