Per far decollare i suoi aerei la compagnia americana ha dovuto noleggiare una petroliera
Il sistema di approvvigionamento mondiale di jet fuel viaggia sul filo del rasoio e i serbatoio delle compagnie europee rischiano di svuotarsi presto. La conferma definitiva non arriva dagli aeroporti europei, ma da una delle compagnie aeree più pragmatiche del pianeta: la statunitense Southwest Airlines. Il gigante dell’aviazione americana si è dovuto improvvisare armatore per far volare i propri aerei.
LA MOSSA DI SOUTHWEST
In California i prezzi del cherosene sono sempre più alti e le riserve toccano i minimi storici. La rete di distribuzione tradizionale tentenna. Per non rischiare di vedere la propria flotta a terra Southwest ha fatto una cosa mai vista prima nella sua storia: ha noleggiato una nave petroliera per trasportare 47 milioni di litri di jet fuel attraverso il Canale di Panama.
JET FUEL, IL NOLEGGIO DELLA PETROLIERA
I manager della Southwest hanno fatto caricare a Houston, in Texas, circa 12,6 milioni di galloni (oltre 47 milioni di litri) di jet fuel. La nave ha fatto rotta verso sud, ha attraversato il Canale di Panama ed è risalita fino al porto di Los Angeles per consegnare “a domicilio” circa una settimana di autonomia d’emergenza per i propri aerei. Un’operazione costosissima, resa possibile da una deroga speciale del governo USA (Jones Act waiver).
Un messaggio chiaro inviato al mercato: piuttosto che restare a secco, il cherosene ce lo andiamo a prendere da soli a bordo di una nave. La domanda vera non è solo “perché sta succedendo?”, ma soprattutto: può capitare di nuovo, su scala molto più grande, in Italia e in tutta Europa?
JET FUEL, IL CASO ITALIA
Il campanello d’allarme è già suonato negli scali del Nord Italia — come Milano Linate, Bologna, Venezia e Treviso. A lanciare l’allerta è stato uno dei giganti mondiali della distribuzione di carburante avio, Air Bp, che si è trovata a fare i conti con un imprevisto logistico disarmante nella sua semplicità: una nave cisterna carica di jet fuel è arrivata in ritardo. Basta che una nave non rispetti le tempistiche nei porti di scarico per far saltare la catena d’approvvigionamento dei depositi aeroportuali.
I voli alla fine sono partiti regolarmente perché le compagnie si sono appoggiate ad altri fornitori presenti sugli scali e hanno applicato il cosiddetto tankering (ovvero caricare più carburante nell’aeroporto d’origine per non dover fare il pieno in quello di destinazione). Ma l’episodio ha mostrato quanto il sistema sia vulnerabile.
UE CON JET FUEL AL LIMITE
Se la singola nave in ritardo è la causa immediata, la causa profonda è un’altra: l’Europa non produce abbastanza carburante per i propri aerei. Infatti, oltre la metà del cherosene consumato nei cieli europei arriva via mare dal Medio Oriente e dall’Asia. In Italia consumiamo tra i 5 e i 6 milioni di tonnellate di jet fuel all’anno, e ne importiamo circa il 35%. Negli ultimi anni, le raffinerie europee hanno ridotto la capacità di lavorazione del greggio o si sono riconvertite. Il risultato è che se nello Stretto di Hormuz o nel Mar Rosso succede qualsiasi cosa che rallenta le rotte delle petroliere, l’Europa si ritrova con meno di 30 giorni di riserve d’emergenza di cherosene nei propri serbatoi strategici. È il margine più risicato tra tutte le grandi economie mondiali.
Nell’ipotesi in cui la carenza diventi sistemica, le autorità dell’aviazione europea hanno già sui tetti dei loro uffici un piano B: coordinare una tabella di marcia d’emergenza che garantisca la priorità ai collegamenti essenziali (isole, merci vitali, tratte intercontinentali) contingentando i voli a corto raggio.
IL PARADOSSO DELLA TRANSIZIONE
C’è un’ultima ironia in tutta questa storia. L’Unione Europea ha introdotto normative ambientali sempre più stringenti (come il regolamento ReFuelEU Aviation), che impongono la miscelazione graduale del cherosene con quote di carburanti sostenibili (SAF) per ridurre l’impronta ecologica del volo.
Ma mentre siamo proiettati verso il futuro della transizione ecologica, basta una nave cisterna bloccata in un canale o in ritardo su una rotta commerciale per fare tremare i tabelloni delle partenze di mezza Europa.

