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Quattroruote

La battaglia simbolica sull’auto: l’editoriale di commiato di Gian Luca Pellegrini su Quattroruote

Gian Luca Pellegrini lascia la direzione di Quattroruote con un lungo editoriale che racconta il declino del dibattito critico sull’automobile

Il mondo dell’auto sta vivendo una fase di profonda trasformazione, quando non di crisi. E in un contesto radicalmente mutato, è inevitabile che cambi anche lo sguardo di chi l’auto l’ha sempre raccontata.

Con un lungo editoriale di commiato in apertura sul numero di settembre di Quattroruote, Gian Luca Pellegrini lascia la direzione del mensile di riferimento per gli appassionati di motori, affidandone il timone ad Alessandro Lago e assumendo le vesti del direttore editoriale.

Ma l’articolo non è solo la testimonianza di un passaggio di consegne, quanto un’analisi lucida di un contesto che ha visto il discorso sull’automobile declinare verso una visione “punitiva e moralista”, come scriveva lo stesso Pellegrini pochi mesi fa, in occasione dell’addio di De Meo al mondo dell’auto.

IL SUICIDIO EUROPEO SULL’AUTO

Pellegrini ripercorre anni di impegno critico nel raccontare l’impatto devastante che la virata green ha prodotto sulll’industria automobilistica. “Nei miei articoli, per anni, ho espresso riserve sempre più allarmate sulla transizione, sottolineando – voce rara di dissenso – che l’Europa stava andando incontro a un suicidio”, scrive il direttore uscente su Linkedin per presentare il suo editoriale, denunciando la scarsa capacità di comprendere “le implicazioni geopolitiche, industriali e commerciali del cambiamento”.

Pur mantenendo l’autonomia di giudizio del giornale — “non abbiamo idolatrato l’elettrico né difeso il termico come totem identitario” — l’autore lamenta come l’assenza di schieramento sia stata percepita come colpa in tempi di polarizzazione.

IL DIESELGATE COME PUNTO DI NON RITORNO

Nel pezzo si individua un punto di rottura preciso: il Dieselgate. Lo scandalo è descritto come il momento in cui “si è spezzato il patto tra impresa, regolatore e consumatore”. Parole quali 2decarbonizzazione, sostenibilità, elettrificazione” sono diventate “parole totemiche e impermeabili alla discussione”, secondo l’analisi, e l’industria europea ha accettato la traiettoria “con sorprendente passività”. Le conseguenze, ammonisce l’editoriale, si traducono oggi in una filiera in difficoltà e in prodotti pensati più per “adempiere a vincoli normativi” che per generare desiderio.

LA “MACCHINA” SIMBOLICA

Il racconto si fa anche autocritico rispetto al dibattito pubblico: la macchina “da oggetto complesso, è divenuta campo di battaglia simbolico”, con la dissoluzione dello spazio critico. Da un lato emergono “i nostalgici, che confondono la passione con il feticismo del passato”, dall’altro “gli zeloti dell’elettrificazione”. Quando “una tecnologia diventa religione, il conflitto non genera progresso, bensì schieramenti tribali”, osserva l’autore, chiamando in causa l’accelerazione della banalizzazione del dibattito da parte dei social media.

RICOSTRUIRE UNO SPAZIO CRITICO PER L’AUTO

Di fronte alla mutazione del mondo, l’autore non cambia la fedeltà al principio che “si comprende solo ciò che si ama”, e distingue amore da conservazione: “la passione, se autentica, non è mai conservazione, bensì apertura al possibile”. Il commiato non è, quindi, ritiro in difesa di posizioni acquisite, ma invito a ricostruire uno spazio critico perduto: “Affinché l’auto torni a essere oggetto pensato – non difeso, né celebrato, né crocifisso – occorre ricostruire lo spazio critico che la polarizzazione ha distrutto: uno spazio in cui la tecnica non venga idolatrata né demonizzata, ma interrogata”. La linea indicata è chiara: continuare a interrogare la macchina come occasione per riflettere “sulla modernità che ancora – nonostante tutto – ci attraversa”.

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