Scenari

Come la Cina prova a dire addio al carbone

Inquinamento, prezzi bassi della materia prima e sostegno alle rinnovabili sono la chiave per una svolta della Cina che intanto sta per creare una società nazionale per i gasdotti in grado di assicurare ai produttori un miglior accesso alle infrastrutture

 

Ogni anno la Cina brucia oltre la metà delle forniture mondiali di carbone. Pechino però, da un po’ di tempo, sta seriamente pensando di trasformare il paese in un gigante spinto dal gas. I più alti funzionari cinesi invocano da anni questo passaggio per gli innegabili vantaggi ambientali dovuti a una combustione più pulita: ma finora sono sempre stati ostacolati dai prezzi elevati della materia prima, da una domanda di energia in rapida crescita e dall’intransigenza burocratica.

smog-cina La situazione, tuttavia, sta cambiando: dal 2015 i prezzi del gas in Asia sono diminuiti di due terzi e i politici cinesi sono sempre più sotto pressione per via del malcontento della classe media nei confronti dell’inquinamento atmosferico. Secondo una recente ricerca dell’Università di Chicago, i cittadini cinesi vivono in media tre anni in meno di quanto sarebbe possibile se l’aria fosse pulita.

E la causa è dovuta in gran parte al carbone. Una grossa mano alla transizione energetica potrebbe arrivare dal confronto dei prezzi delle due fonti: attualmente il gas naturale liquefatto è ai livelli più bassi da oltre un decennio sui mercati asiatici (circa 5-6 dollari per milione di unità termiche britanniche o mmBtu) mentre i prezzi del carbone stanno crescendo e sono vicini ai livelli del 2012 a circa 90 dollari a tonnellata metrica dopo essere scesi fino a 50 dollari nel 2016. Di conseguenza, si legge sul Wall Street Journal, “il risultato è che gli extra-costi per l’acquisto di Gnl invece di carbone in Asia è attualmente intorno a 2-3 dollari per mmBtu.

Il livello più basso dall’inizio del secolo”. Mentre “la rapida espansione delle esportazioni di gas australiane e statunitensi e la determinazione della Cina a mantenere sotto controllo l’approvvigionamento di carbone, fanno sì che il prezzo possa rimanere basso per lungo tempo. Se anche lo spread tra le due fonti dovesse aumentare, inoltre, “per la politica industriale cinese ormai” il carbone “non è più un fattore chiave per produrre energia. I funzionari cinesi vogliono frenare gli investimenti nei settori ad alto consumo energetico come l’acciaio e l’alluminio per combattere l’inquinamento e far fronte ai problemi di indebitamento delle imprese siderurgiche statali”.

Il gas è una fonte più pulita del carbone in grado di aiutare anche le rinnovabili

Il gas, infatti, può contribuire a ridurre l’inquinamento nel paese grazie alle emissioni più contenute rispetto al carbone ed essere utilizzato anche per rendere più efficienti gli impianti eolici e solari, in forte espansione in Cina. Gran parte dell’enorme produzione cinese di energia rinnovabile viene sprecata perché oltre a essere intermittente, è difficile da integrare con una rete elettrica progettata per il carbone. Le turbine a gas, invece, che possono essere accese o spente molto rapidamente rispetto a una centrale a carbone, costituiscono un complemento ideale quando il vento smette di soffiare o il cielo è nuvoloso.

gas CinaIl gas, inoltre, è più adatto al territorio cinese che si presenta per larghi tratti molto sismico, adattandosi meglio rispetto, ad esempio, alle centrali nucleari. Naturalmente le implicazioni di questa transizione in atto potrebbero essere enormi viste le potenzialità da un lato degli Stati Uniti che stanno emergendo a livello mondiale come i principali produttori ed esportatori di Gnl e dall’altro della Russia che da anni sta negoziando con la Cina per vendere più gas.

“Altri grandi vincitori potrebbero essere gli importatori cinesi di Gnl come Cnooc e Sinopec, che potrebbero sfruttare il prezzo basso del gas per rinegoziare i contratti esistenti o battere sul prezzo la concorrenza del principale operatore nazionale cinese la China National Petroleum, che trasporta gas pompandolo dal Turkmenistan con notevole dispendio di risorse – osserva il WSJ –. I distributori di gas delle città, come le aziende energetiche ENN, che riforniscono principalmente l’industria e i residenti, potrebbero invece trarre benefici se mostreranno i muscoli in un settore elettrico alimentato a gas in rapida crescita”.

In arrivo una società nazionale per gestire i gasdotti

Il gas naturale ha comunque cominciato a farsi largo nel mix energetico cinese raggiungendo lo scorso anno il 4% della capacità di generazione totale contro il 57% del carbone. Ma un ulteriore colpo di scure a quest’ultima fonte è già stato pianificato dalla Commissione nazionale per lo sviluppo e le riforme (Ndrc) che sta lavorando con le compagnie petrolifere statali come le già citate China National Petroleum Corp (Cnpc), Sinopec Group e China National Offshore Oil Co (Cnooc) alla proposta di creare una società nazionale per i gasdotti in grado di consentire ai produttori un miglior accesso alle infrastrutture e un incremento dell’utilizzo della risorsa energetica. Secondo fonti raccolte da Reuters, la Ndrc dopo aver contattato le compagnie per disegnare la nuova società, sta compiendo una serie di incontri per esaminare quali asset includere nel nuovo veicolo societario e per decidere chi saranno i principali stakeholder e come sarà gestita.

CinaIl piano, presentato per la prima volta circa cinque anni fa, fa parte delle riforme proposte da Pechino per rendere più efficiente il settore. Negli ultimi due anni, il programma ha visto una serie di piccoli passi in avanti, tra cui la riduzione dei costi di trasporto e una serie di incentivi a investire negli stoccaggi di gas. Cnpc controlla quasi l’80% dei principali gasdotti del paese, mentre Sinopec detiene la seconda quota di partecipazione. China National Offshore Oil Co è invece il principale operatore di terminali di ricezione per il gas naturale liquefatto. “Una società nazionale attiva nel settore dei gasdotti consentirà certamente un accesso migliore e più equo ai produttori di gas a monte, mentre l’attuale assetto dei gasdotti in mano a società statali è soggetto a soddisfare per lo più le esigenze delle capogruppo”, ha dichiarato Lin Boqiang, ricercatore senior in materia di energia presso la Xiamen University.

Lin ha tuttavia messo in guardia sul progetto che secondo il suo parere risulta complesso e dispendioso in termini di tempo, poiché comporta una massiccia ristrutturazione di tutte le attività per un valore di decine di miliardi di dollari.

La nuova società dovrebbe comunque supervisionare le infrastrutture come il gasdotto est-ovest gestito da Cnpc e Sinopec che collega i giacimenti di gas nella provincia sudoccidentale del Sichuan alla costa orientale. In ogni caso sia la Cnpc sia la Sinopec hanno già ceduto parte delle loro attività nel settore. Sinopec ha annunciato i piani di vendita un anno fa per la sua metà del gasdotto est-ovest, otto mesi dopo una ristrutturazione simile ma su larga scala della rivale Cnpc.