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La crisi energetica sta portando a un rinascimento del nucleare?

Nucleare

La crisi energetica globale sta costringendo i paesi a ripensare la loro posizione sul nucleare, in particolare l’Occidente. Negli Usa l’Inflation Reduction Act dell’amministrazione Biden sta dando un nuovo slancio al settore

È l’alba di una nuova era nucleare? In tutto il mondo, anche da parte di gruppi ambientalisti, si cominciano a sentire voci diverse rispetto al passato, di una nuova spinta al nucleare come soluzione per decarbonizzare la produzione globale di energia.

L’INVERSIONE DI TENDENZA DELL’OCCIDENTE

Anche paesi anti-nuclearisti ormai convinti, soprattutto dopo la tragedia di Fukushima, come Germania e Giappone, si legge sul Financial Times, hanno prolungato la vita delle centrali nucleari esistenti, contravvenendo ai loro precedenti impegni di uno stop completo.

In altri paesi, invece, come Russia e Cina, il nucleare non ha mai smesso di essere considerato una tecnologia chiave.

FUKUSHIMA, THREE MILE ISLAND E CHERNOBYL HANNO PESATO SULL’OPINIONE PUBBLICA

Per decenni, disastri nucleari come Fukushima, Three Mile Island e Chernobyl hanno pesato sulla coscienza pubblica, che ha rifiutato apertamente un reattore nucleare non solo nelle proprie immediate vicinanze ma anche nel proprio paese.

IL NUCLEARE HA SALVATO DELLE VITE?

Eppure, i disastri in questo settore sono stati molto rari ed è stato calcolato che nel complesso l’energia nucleare salva effettivamente vite umane, prevenendo milioni di morti che sarebbero altrimenti attribuite all’inquinamento atmosferico. Basta leggere lo studio condotto dallo scienziato della NASA Dr. Pushker Kharecha e dal Dr. James Hansen (il principale scienziato del clima negli Stati Uniti) che hanno stimato prudentemente che l’energia nucleare abbia salvato 1,8 milioni di vite, che altrimenti sarebbero andate perdute a causa dell’inquinamento da combustibili fossili e cause associate, dal 1971.

IL PROBLEMA DELLE SCORIE

Ma anche con il rischio relativamente basso di disastro nucleare, c’è ancora il vero problema delle scorie nucleari, che sono estremamente costose da smaltire, rimanendo pericolose per migliaia di anni. Ma con l’imminente destino posto dal catastrofico cambiamento climatico e la sempre crescente urgenza di affrontarlo, l’energia nucleare sembra solo il male minore dei due. È efficiente, affidabile e totalmente priva di emissioni, ed è una tecnologia collaudata con infrastrutture e catene di approvvigionamento già presenti in tutto il mondo.

LA SITUAZIONE NEGLI USA

Gli Stati Uniti rimangono il più grande produttore mondiale di energia nucleare, ma l’industria è in declino da decenni: la flotta nucleare del paese si sta assottigliando e il costo del mantenimento delle scorie nucleari grava pesantemente sui contribuenti. Ma per la prima volta da anni, il futuro dell’industria nucleare sembra un po’ più luminoso negli Usa proprio per via della decarbonizzazione. Malgrado l’opinione pubblica sia ancora divisa, sta lentamente cambiando parer a favore dell’energia nucleare, appoggiata anche dalla Silicon Valley, come sottolinea un articolo della Cnbc.

IL RUOLO DELL’INFLATION REDUCTION ACT

In questo quadro, l’Inflation Reduction Act dell’amministrazione Biden sta assicurando inoltre uno slancio, fornendo un credito d’imposta sulla produzione per i reattori esistenti, incentivando lo sviluppo nucleare avanzato e fornendo finanziamenti per il dosaggio avanzato dell’uranio a basso arricchimento per aiutare a costruire catene di approvvigionamento nazionali.

COME VA IL NUCLEARE NEL REGNO UNITO

Anche nel Regno Unito vi è una crescente ondata di sostegno all’energia nucleare, anche ai più alti livelli di governance. Subito dopo l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, l’allora primo ministro Boris Johnson disse ai suoi elettori che la risposta all’abbandono dell’import energetico russo era investire nelle centrali nucleari del paese.

“Il piano di Johnson era quello di offrire un’ancora di salvezza a un settore in dismissione promettendo di costruire 24 GW di capacità di energia nucleare nei prossimi tre decenni, rispetto ai 5,88 GW attuali”, secondo un articolo dal Financial Times. Il piano non solo avrebbe alleviato la dipendenza del Regno Unito dal Cremlino, ma rivitalizzato anche il profilo della nazione come leader globale dell’industria nucleare.

Dopo l’addio Boris Johnson il suo sostituto, l’attuale premier Rishi Sunak ha continuato a mostrare entusiasmo per aumentare la capacità di produzione di energia nucleare nel Regno Unito. Dopo appena un mese in carica, Sunak ha siglato un accordo da 679 milioni di sterline (circa 840 milioni di dollari) con l’utility statale francese EDF per costruire una centrale nucleare da 3,2 GW sulla costa del Suffolk. Una volta terminato questo impianto dovrebbe avere una capacità di generazione di elettricità sufficiente per alimentare sei milioni di abitazioni.

E L’ITALIA?

Anche in Italia il dibattito è aperto: il governo Meloni si è detto favorevole a una ripresa del settore, anche se realisticamente se si partisse oggi, ci vorrebbero 15-20 anni per vedere i primi reattore in funzione. Sempre che non intervenga un nuovo referendum come quello del 2011 che bloccò la rinascita del settore. Un settore che era ripartito nel 2008, sotto il governo Berlusconi e che aveva visto un accordo siglato da Enel ed Edf per far partecipare i tecnici italiani alla realizzazione del terzo reattore di Flamanville e che a oggi non è ancora entrato in funzione. Per questo si guarda, verosimilmente, alla quarta generazione, ai micro reattori portatili (un pallino dell’ex ministro Roberto Cingolani) e alla fusione che ultimamente ha dato importanti novità.

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