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L’Fmi avverte l’Europa: stop ai sussidi energetici a pioggia, distorcono il mercato e pesano sui bilanci

Secondo il Fondo Monetario Internazionale, compensare eccessivamente i rincari di gas e petrolio frena il calo della domanda e mette a rischio la stabilità fiscale dei Paesi membri.

Il Fondo Monetario Internazionale ha lanciato un severo monito ai governi dell’Unione Europea, esortandoli a non proteggere in modo indiscriminato imprese e consumatori dall’attuale impennata dei prezzi dell’energia. In una fase segnata da una profonda instabilità geopolitica, l’istituto di Washington sottolinea come interventi di sostegno troppo ampi rischino di distorcere i segnali di prezzo necessari a indurre una riduzione dei consumi, aggravando al contempo in modo insostenibile i conti pubblici.

La notizia, riportata dall’agenzia Reuters, giunge mentre la Commissione Europea valuta di concedere maggiore flessibilità alla spesa pubblica per attutire l’impatto dei rincari su settori critici come quello dei fertilizzanti e dei carburanti.

CONTESTO GEOPOLITICO E CRISI DI APPROVVIGIONAMENTO

L’attuale vulnerabilità del continente europeo è figlia della sua cronica dipendenza dalle importazioni di idrocarburi, una debolezza esplosa con violenza in seguito alla chiusura dello Stretto di Hormuz. La paralisi di questa vitale arteria marittima, scatenata dagli attacchi incrociati che vedono coinvolti Stati Uniti, Israele e Iran, ha colpito duramente le rotte globali di petrolio e gas naturale.

Di fronte ai danni subiti dalle infrastrutture energetiche in Medio Oriente, i mercati hanno reagito con rincari vertiginosi che hanno spinto le cancellerie europee a studiare nuove misure di compensazione finanziaria per evitare uno shock sociale ed economico. Tuttavia, per l’Fmi, la risposta non può risiedere in un intervento pubblico illimitato.

IL SEGNALE DI PREZZO COME VOLANO DI EFFICIENZA

Il capo del dipartimento europeo del Fondo, Alfred Kammer, ha spiegato in un colloquio con Reuters che i prezzi elevati svolgono una funzione economica fondamentale: agiscono come correttore della domanda, contribuendo a riportare in equilibrio un mercato dove l’offerta è scarsa. “Molte delle misure attualmente in discussione indeboliscono questo segnale”, ha avvertito Kammer.

Secondo l’analisi del Fondo, se il costo dell’energia viene artificialmente calmierato per tutti, viene meno l’incentivo per i consumatori e le industrie a implementare misure di efficienza e risparmio, prolungando di fatto la durata della crisi e rendendo più difficile il riequilibrio tra disponibilità e fabbisogno.

UN SUPPORTO MIRATO PER CONTENERE I COSTI FISCALI

La critica dell’Fmi si concentra sulla mancanza di selettività degli aiuti. Kammer suggerisce che, qualora i governi decidano di intervenire, dovrebbero farlo esclusivamente a vantaggio delle famiglie più povere e vulnerabili.

Gli interventi su larga scala, infatti, tendono paradossalmente a favorire i redditi più alti, che dispongono di capacità di consumo energetico superiori. “Raccomandiamo trasferimenti una tantum alle fasce fragili”, ha precisato il dirigente, portando l’esempio dello shock energetico legato alla Russia: in quel frangente, il costo fiscale medio in Europa è stato del 2,5% del Pil, ma circa l’80% delle risorse non è stato destinato a obiettivi mirati. Secondo i calcoli del Fondo, se il sostegno fosse stato circoscritto al 40% della popolazione con redditi più bassi, l’impatto sui bilanci statali sarebbe stato limitato allo 0,9% del Pil.

LA DISCIPLINA DI BILANCIO DI FRONTE ALLE SFIDE DEL 2040

Un altro nodo centrale riguarda la durata dei provvedimenti. L’Fmi insiste sulla necessità che ogni misura di mitigazione abbia una data di scadenza certa e ravvicinata, rilevando con preoccupazione che alcuni Paesi mantengono ancora in vigore sussidi temporanei risalenti alla crisi precedente. La disciplina fiscale è considerata oggi più che mai cruciale, poiché l’Europa deve già far fronte a imponenti pressioni di spesa strutturali legate alla difesa, all’invecchiamento demografico, alla sanità e al sistema pensionistico.

Si tratta di oneri che, secondo le stime dell’istituto, potrebbero arrivare a pesare per il 5% del Pil complessivo entro il 2040, riducendo drasticamente i margini di manovra per gestire emergenze energetiche esterne attraverso il debito pubblico.

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