Il Governo scomputa le spese per la transizione dal deficit grazie all’accordo raggiunto con Bruxelles. In arrivo 14 miliardi di euro nel biennio per proteggere famiglie e imprese dal caro bollette.
Il Presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, ha blindato l’intesa con i leader della maggioranza — Matteo Salvini, Antonio Tajani e Maurizio Lupi — per attivare la “National Escape Clause” (clausola di salvaguardia nazionale) sul fronte energetico. Durante un vertice a Palazzo Chigi nel pomeriggio, i vertici del centrodestra hanno espresso in una nota piena sintonia sulla necessità di sfruttare i margini di manovra concessi dall’Unione Europea per concentrare, nel prossimo biennio, una maggiore capacità di spesa destinata al contrasto del caro energia.
VERTICE A PALAZZO CHIGI E STRATEGIA ENERGETICA
L’incontro tra Meloni e i suoi vicepremier ha sancito l’avvio di un percorso che permetterà all’Italia di deviare temporaneamente dal sentiero di rientro del debito per finanziare misure strutturali. La decisione di accedere a questa flessibilità non sarà però un assegno in bianco: Palazzo Chigi ha ribadito che ogni passaggio relativo a difesa, sicurezza ed energia avverrà nel pieno rispetto delle prerogative del Parlamento, seguendo un iter di approvazione trasparente.
L’obiettivo è chiaro: dare risposte immediate ai cittadini senza rinunciare agli obiettivi di lungo termine. “Oggi abbiamo la priorità delle spese energetiche, di dare risposte ai bisogni dei cittadini”, aveva dichiarato Meloni già a margine del vertice di Cipro, anticipando una linea che ora diventa operativa.
LA NATIONAL ESCAPE CLAUSE: UNO SCUDO CONTRO LE CRISI
Per comprendere la portata di questa manovra è necessario analizzare la natura della National Escape Clause (NEC). Si tratta di uno strumento tecnico previsto dal Patto di Stabilità e Crescita che consente ai Paesi membri di concordare con la Commissione Europea una deroga temporanea alle rigide regole fiscali. Tale deviazione è ammessa solo in presenza di circostanze eccezionali al di fuori del controllo dello Stato o per eventi che impattano in modo significativo sulle finanze pubbliche.
Finora, la clausola era stata invocata principalmente per far fronte alle spese militari legate al conflitto in Ucraina, con surplus annuali concessi a numerosi Paesi, tra cui Germania, Polonia e Grecia. L’Italia, pur essendo stata tra i promotori di questa flessibilità, aveva finora evitato di richiederla per la difesa, preferendo puntare tutto sul dossier energetico.
IL BRACCIO DI FERRO DIPLOMATICO CON BRUXELLES
Il via libera ottenuto il 3 giugno 2026 non è stato privo di ostacoli. Inizialmente, la Commissione Europea si era mostrata gelida di fronte alle richieste italiane. Il portavoce responsabile per l’Economia, Balazs Ujvari, aveva ricordato che nel bilancio UE restano ancora circa 95 miliardi di euro non utilizzati per il settore energetico tra NextGen EU e Fondi di Coesione, suggerendo implicitamente a Roma di spendere i fondi già stanziati prima di chiedere nuove deroghe.
Anche l’Ecofin di fine maggio aveva visto il Commissario Valdis Dombrovskis frenare sugli entusiasmi del Ministro Giancarlo Giorgetti, raccomandando misure mirate e dall’impatto fiscale limitato. Tuttavia, il pressing costante della premier Meloni ha portato a un compromesso giudicato soddisfacente dal Governo.
I LIMITI DELLA FLESSIBILITÀ E L’IMPEGNO PER LA TRANSIZIONE
La flessibilità concessa all’Italia non è però illimitata. Bruxelles ha stabilito che gli Stati membri possono attivare la clausola per l’energia solo se i fondi vengono impiegati per accelerare la transizione verso fonti pulite. Il tetto massimo di spesa aggiuntiva è fissato allo 0,3% del PIL annuo per il periodo 2026-2028, con un limite cumulato complessivo dello 0,6%.
Per l’economia italiana, queste percentuali si traducono in una capacità di investimento di circa 14 miliardi di euro totali, con un picco di 6,7 miliardi spendibili in un singolo anno. Questa dote finanziaria servirà a tamponare lo shock dei prezzi e a finanziare infrastrutture climatiche, scomputando tali cifre dal calcolo del deficit nazionale.
L’OMBRA DEL DEBITO E GLI AVVERTIMENTI DEI MERCATI
Nonostante l’ottimismo della maggioranza, la strada resta in salita a causa delle condizioni strutturali del Paese. L’Italia è attualmente sotto procedura per disavanzi eccessivi, con un rapporto debito/PIL che nel 2025 ha toccato il 137% e che non accenna a diminuire. Il rischio, evidenziato dal Fondo Monetario Internazionale e dalla presidente della BCE Christine Lagarde, è che scomputare le spese energetiche possa tradursi in un aumento della massa del debito senza generare una crescita economica sufficiente a ripagarlo.
Rodrigo Valdes, responsabile degli affari fiscali del FMI, ha messo in guardia contro la tentazione di ricorrere a strumenti che pesino ulteriormente sulle finanze pubbliche. Una preoccupazione condivisa dai mercati finanziari: un uso improprio della flessibilità potrebbe minare la fiducia degli investitori, con ripercussioni dirette sullo spread e sul lungo percorso di risanamento intrapreso dal Paese.

