A sostenere il mercato del petrolio contribuiscono scorte strategiche, minori consumi in Asia e nuove produzioni fuori dal Medio Oriente. Intanto, per l’Italia diventano sempre più importanti Azerbaijan e Libia
La chiusura dello Stretto di Hormuz continua a mettere sotto pressione il mercato petrolifero mondiale: l’Italia segue con attenzione la crisi, ma può contare su una struttura delle importazioni più diversificata rispetto al passato. In questo contesto, Davide Tabarelli, fondatore e presidente di Nomisma Energia, spiega su Il Sole 24 Ore perché il mercato non abbia reagito con un’esplosione dei prezzi nonostante la perdita di circa 20 milioni di barili al giorno.
PERCHE IL PETROLIO RESTA SOTTO I 200 DOLLARI
Il dato che colpisce maggiormente, osserva Tabarelli, è che dopo 96 giorni di chiusura dello Stretto di Hormuz il mercato petrolifero non abbia reagito con l’impennata che molti analisti consideravano inevitabile. A fine febbraio il Brent quotava 72 dollari al barile, ha sfiorato i 120 dollari a inizio maggio e oggi oscilla attorno ai 93 dollari, ben lontano dai 150-200 dollari che venivano dati per probabili in caso di blocco prolungato del principale corridoio energetico mondiale. Ad evitare il panico, continua l’economista, hanno contribuito soprattutto il ricorso alle scorte accumulate negli anni precedenti e il rilascio delle riserve strategiche. Dei circa 4 milioni di barili al giorno immessi sul mercato attraverso le diverse forme di stoccaggio, una quota rilevante proviene dai 400 milioni di barili rilasciati dai Paesi dell’AIE a partire da martedì 11 marzo. Un intervento che ha consentito di compensare almeno in parte l’assenza di circa 20 milioni di barili al giorno rispetto a un’offerta mondiale stimata in 105 milioni.
LA CINA RIDUCE I CONSUMI
A sostenere l’equilibrio del mercato è stata anche la frenata della domanda. La Cina sta utilizzando le ingenti scorte accumulate negli ultimi tre anni e registra una riduzione dei consumi pari a circa 1,5 milioni di barili al giorno. Complessivamente la contrazione della domanda mondiale è già nell’ordine di 2,5 milioni di barili al giorno. I settori che hanno ridotto maggiormente i consumi sono la petrolchimica e il trasporto aereo, prima in Cina e successivamente nel resto dell’Asia. Un andamento che, secondo l’analisi di Tabarelli, potrebbe manifestarsi anche in Europa qualora la chiusura di Hormuz dovesse prolungarsi nei prossimi mesi.
L’ITALIA E LE NUOVE ROTTE DEL GREGGIO
Per l’Italia la crisi si inserisce in un contesto di crescente diversificazione delle forniture. Azerbaijan e Libia si contendono attualmente il ruolo di principali fornitori di petrolio del Paese, mentre aumentano i flussi provenienti da altre aree produttive. Tabarelli individua infatti nell’abbondanza di greggio disponibile fuori dal Medio Oriente una delle principali ragioni della tenuta dei prezzi. Nell’analisi cita la crescita delle produzioni provenienti dalla Russia, dalle ex repubbliche sovietiche, dall’Africa, dal Centro e Sud America e soprattutto dagli Stati Uniti, oggi primo esportatore mondiale con circa 5 milioni di barili al giorno. In questo quadro, l’Azerbaijan assume un peso crescente anche sul mercato italiano dopo l’acquisto di IP, il secondo operatore nazionale dopo Eni.


