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crisi energetica Medio Oriente 2026

Medio Oriente in fiamme: chiuse raffinerie saudite e giacimenti Israele e Kurdistan. Allarme prezzi in Ue e Italia

Il prezzo del petrolio balza del 10% mentre lo Stretto di Hormuz resta paralizzato dai conflitti. L’Europa teme una nuova ondata inflattiva e rincari record per le bollette energetiche.

L’escalation bellica in Medio Oriente ha travolto i mercati energetici globali, portando alla chiusura forzata di infrastrutture critiche in Arabia Saudita, Israele e Kurdistan iracheno. Gli attacchi condotti con droni e le reciproche rappresaglie tra le forze israelo-statunitensi e l’Iran hanno spinto il prezzo del greggio Brent oltre gli 82 dollari al barile, con un balzo del 10%, mentre lo Stretto di Hormuz — arteria vitale per il 20% del petrolio mondiale — risulta quasi interamente bloccato. La notizia, riportata in prima battuta dall’agenzia Reuters e confermata da fonti istituzionali e operatori di settore, delinea uno scenario di crisi che minaccia la stabilità economica europea e la sicurezza degli approvvigionamenti.

ESCALATION MILITARE E PARALISI DELLE INFRASTRUTTURE CRITICHE

Il cuore della produzione petrolifera saudita è stato colpito direttamente: Saudi Aramco ha dovuto chiudere a scopo precauzionale la raffineria di Ras Tanura, la più grande del Paese con una capacità di 550.000 barili al giorno. Secondo quanto riferito dal Ministero della Difesa saudita ad Al Arabiya TV, due droni sono stati intercettati sopra l’impianto, ma la caduta dei detriti ha innescato un incendio, fortunatamente senza causare vittime.

Parallelamente, nel Kurdistan iracheno, aziende come DNO, Gulf Keystone Petroleum, Dana Gas e HKN Energy hanno interrotto la produzione nei propri giacimenti per timore di nuovi attacchi, bloccando un flusso che a febbraio ammontava a 200.000 barili giornalieri diretti verso la Turchia. Anche Israele ha subito contraccolpi immediati: su ordine del governo, Chevron ha sospeso le attività nel gigantesco giacimento di gas Leviathan, fondamentale per l’accordo di esportazione da 35 miliardi di dollari con l’Egitto, mentre Energean ha fermato la nave di produzione che serve i siti minori. In Iran, esplosioni sono state segnalate sull’isola di Kharg, snodo dove transita il 90% dell’export di greggio di Teheran, sebbene l’entità dei danni rimanga ancora incerta.

MERCATI ENERGETICI SOTTO ASSEDIO: IL BALZO DI PETROLIO E GAS

La reazione dei mercati finanziari è stata immediata e violenta. Oltre all’impennata del greggio, i prezzi del gas naturale sul mercato olandese (TTF) sono volati del 19%, raggiungendo i 38 euro per megawattora. In Italia, l’analisi del Codacons evidenzia una situazione ancora più critica, con i futures sul gas in rialzo del 25% verso i 40 euro/MWh. Torbjorn Soltvedt, analista di Verisk Maplecroft, ha spiegato che “l’attacco a Ras Tanura segna una escalation significativa, mettendo nel mirino le infrastrutture del Golfo”.

Questo scenario sposta l’attenzione sullo Stretto di Hormuz, dove domenica gli attacchi alle navi hanno causato la morte di un marittimo e costretto oltre 200 imbarcazioni, tra petroliere e gasiere, a gettare l’ancora per evitare rischi. La quasi totale chiusura di questo passaggio, fondamentale per il greggio di Arabia Saudita, Emirati, Iraq e Kuwait, oltre che per il GNL del Qatar, sta ridisegnando le rotte globali.

L’EUROPA AL BIVIO TRA INFLAZIONE E STAGNAZIONE ECONOMICA

L’Europa, che dopo l’invasione dell’Ucraina ha aumentato la sua dipendenza dal Golfo, osserva con estrema preoccupazione. L’interruzione delle rotte commerciali attraverso il Canale di Suez ha già spinto le compagnie di navigazione a dirottare le navi verso il Capo di Buona Speranza, circumnavigando l’Africa con conseguente aumento dei costi di trasporto e delle merci. Gli economisti avvertono che se il conflitto dovesse durare diverse settimane, l’inflazione nella zona euro potrebbe salire di un intero punto percentuale, frenando una crescita già modesta (stimata all’1,2% per il 2026).

Le banche centrali, tra cui la BCE e la Bank of England, potrebbero essere costrette a rivedere i piani di taglio dei tassi di interesse. Tuttavia, UniCredit suggerisce che, grazie all’abbondanza dell’offerta globale, il prezzo del petrolio potrebbe stabilizzarsi attorno agli 80 dollari, a meno di ulteriori danni strutturali che potrebbero spingerlo verso la soglia psicologica dei 100 dollari.

LA REAZIONE DELLE ISTITUZIONI EUROPEE E LA SICUREZZA DEGLI APPROVVIGIONAMENTI

Nonostante la tensione, la Commissione Europea tenta di mantenere la calma. In un’e-mail visionata da Reuters e inviata ai governi dell’Unione, Bruxelles ha dichiarato: “In questa fase, non prevediamo un impatto immediato sulla sicurezza dell’approvvigionamento petrolifero”. La Commissione ha comunque chiesto ai Paesi membri di condividere le proprie valutazioni e sta valutando la convocazione di una riunione virtuale del gruppo di coordinamento petrolifero entro la fine della settimana.

L’obiettivo è monitorare una situazione in cui oltre il 20% del petrolio mondiale è attualmente ostaggio del conflitto. La durata dell’operazione sarà determinante: se per il presidente statunitense Donald Trump l’intervento contro l’Iran potrebbe concludersi in quattro settimane, un prolungamento del blocco per diversi mesi avrebbe effetti ben più profondi sulla produzione potenziale delle economie europee.

L’IMPATTO SULLE FAMIGLIE ITALIANE E L’ALLARME DEL CODACONS

In Italia, i riflessi della guerra si avvertono già alla pompa di benzina. Il Codacons ha segnalato rincari immediati: il prezzo medio della benzina self è salito a 1,681 euro al litro, mentre il gasolio ha toccato quota 1,736 euro. “Il rischio è una nuova stangata per le famiglie”, avverte l’associazione dei consumatori, sottolineando come l’aumento del 9,7% del Brent rispetto ai giorni scorsi non sia stato ancora interamente trasferito sui listini. Oltre ai carburanti, la preoccupazione riguarda le bollette di luce e gas, poiché i rialzi del mercato TTF si riflettono rapidamente sulle tariffe. La crisi della logistica nello Stretto di Hormuz minaccia inoltre di far lievitare i prezzi al dettaglio di una vasta gamma di prodotti trasportati, creando una pressione inflattiva che colpirebbe i consumatori in un momento in cui i consumi energetici stagionali sono ancora elevati.

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