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Onu, 5G, Air Force. Come si muovono gli Stati Uniti di Trump

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Tutti i principali dossier fra economia e geopolitica degli Stati Uniti di Trump. Il taccuino di Orioles

L’Oms, la scalata al potere globale della Cina e la controffensiva Usa

Lungi dal rappresentare solamente la volontà degli Usa di punire un’istituzione che non ha affrontato la crisi globale del Covid-19 all’altezza dei suoi requisiti, l’offensiva della Casa Bianca contro l’Organizzazione Mondiale della Sanità e il suo direttore generale Tedros Adhanom Ghebreyesus è solo l’ultimo capitolo dello scontro tra America e Cina per il potere globale.

Anche se l’Oms si fosse comportata correttamente l’emergenza, la poltrona di Tedros sarebbe stata destinata a ballare in ogni caso. La sua, infatti, è – come ricorda Agenzia Nova in un approfondimento che riprendiamo volentieri – una delle cinque agenzie delle Nazioni Unite che Pechino è riuscita a controllare piazzando dei propri uomini alla loro testa.

Oltre all’Oms, la Repubblica Popolare è riuscita ad esprimere i vertici della Fao, guidata oggi da Qu Dongyu dell’Unione internazionale per le telecomunicazioni (Itu), il cui segretario generale è Houlin Zhao, dell’Organizzazione delle Nazioni Unite per lo sviluppo industriale (Unido), al cui vertice siede Li Yong, e l’Organizzazione per l’aviazione civile internazionale (Icao), il cui attuale segretario generale risponde al nome di Fang Liu.

L’influenza dell’ex impero di mezzo sull’operato dell’Onu non si manifesta tuttavia solamente sotto la forma dei mandarini piazzati nella stanza dei bottoni delle sue maggiori agenzie.

Per Pechino, la via per l’egemonia passa attraverso l’erogazione di un fiume di denaro a beneficio del budget del Palazzo di Vetro, il 12% del quale arriva oggi da Oriente – con un quanto mai significativo doppiaggio di un altro stakeholder chiave come il Giappone, ossia un alleato di ferro degli Usa con il quale la ruggine è forte e antica.

I vantaggi che derivano da cotanta magnificenza non sono tangibili però solo in termini di prestigio internazionale acquisito. Assumono semmai la veste concretissima degli appannaggi, il più significativo dei quali è certamente il ruolo di sotto-segretario generale per gli Affari economici e sociali, che da tredici anni a questa parte parla cinese.

“Questo – scrive il sito specializzato “The Diplomat” – ha fornito al governo di Pechino l’opportunità di plasmare sui propri interessi i programmi di sviluppo delle Nazioni Unite”.

Ma non sono solo questi gli indicatori del successo ottenuto dalla strategia cinese di penetrazione e conquista. Agenzia Nova segnala il plauso e il sostegno ottenuto in ambienti Onu dal progetto bandiera dell’attuale presidente cinese: la Belt and Road Initiative (Bri) nota anche come “nuove vie della Seta”.

Un progetto che altrove è stato considerato in odore di imperialismo economico ha trovato invece un’accoglienza entusiasta al Dipartimento per gli affari economici e sociali (Desa), che lo annovera tra gli strumenti in grado di centrare gli Obiettivi di sviluppo sostenibile dell’Agenda 2030, al Fondo delle Nazioni Unite per l’infanzia (Unicef), per il quale la Bri potrà “moltiplicare l’impatto delle iniziative Onu contro la povertà infantile”, nonché al quartier generale dell’Alto commissariato per i rifugiati (Unhcr), dove guardano con estremo favore al miglioramento della connettività globale promosso sulla carta dalla Bri.

La questione sollevata dagli Usa non riguarda però tanto questo esercizio del potere da parte dei rivali, quanto i metodi spregiudicati usati per ottenerlo.

A tal proposito, Agenzia Nova evoca un articolo del Washington Post del mese scorso in cui si esemplificava l’approccio coloniale della Cina. Per assicurarsi l’investitura del suo candidato alla Fao, Pechino non solo avrebbe convinto il Camerun a ritirare quella del proprio diplomatico Medo Moungui cancellando con un tratto di penna il debito contratto dal paese africano nei suoi confronti, ma avrebbe minacciato Argentina, Brasile e Uruguay di tagliare le esportazioni qualora non avessero appoggiato il loro uomo.

Ma nulla manda su tutte le furie i trumpiani più della storia di Tedros. L’ascesa allo scranno più alto dell’Oms da parte del due volte ministro etiope è tutto fuorchè un mistero, se si considera che metà del debito del suo Paese è nelle mani della Cina e che questa, all’incirca un anno fa, ha accettato di rinegoziarne i termini.

Ma quello di Tedros è anche uno dei paesi africani dove l’impronta del Dragone e dei suoi peculiari animal spirits è sempre più visibile: sarebbero ben 400, secondo l’agenzia Xinhua, i progetti d’investimento cinesi già operativi in Etiopia per un controvalore di oltre 4 miliardi di dollari.

Non sorprende, dunque, che Addis Abeba abbia deciso di diventare uno dei partner chiave di quel progetto, la BRI, con cui Pechino punta ad intensificare la propria magnificenza (e i relativi ritorni economici e politici).

Ma le attenzioni della Cina per l’Etiopia non finiscono qui. Tra gli elementi degni di menzione, Agenzia Nova segnala l’annuncio fatto a gennaio dalla compagnia aerea statale Ethiopian Airlines – fra le poche, si sottolinea, ad aver mantenuto voli con la Cina durante l’emergenza Covid-19 – della prossima costruzione (con capitali interamente cinesi) di un mega aeroporto dalla capacità di 100 milioni di passeggeri, e il progetto di un nuovo centro da 80 milioni di dollari per i Centri africani per il controllo e la prevenzione delle malattie.

Infine, ora che è stata risucchiata nella crisi sanitaria globale dal Coronavirus, anche l’Etiopia può approfittare della generosità cinese arrivata puntuale sotto la forma di un lotto contenente 1 milione di kit di test per il coronavirus, 5,4 milioni di mascherine facciali, 40 mila set di indumenti protettivi e 60 mila set di schermi protettivi per uso medico. Pagato interamente dalla Fondazione Jack Ma, il materiale è stato consegnato al premier Ahmed dietro l’impegno di gestirne la successiva distribuzione ad altri Paesi africani in difficoltà.

Queste informazioni non aiuteranno magari a illuminare tutti i perché della poderosa crescita del potere globale della Cina. Sono tuttavia sufficienti per comprendere come a Washington ritengano che la misura sia colma e che vada al più presto approntata la controffensiva.

La cronaca, a tal proposito, segnala già un punto a favore degli Usa, che il mese scorso sono riusciti a sventare l’ennesima scalata cinese facendo abortire la candidatura del cinese Wang Binying alla direzione generale dell’Organizzazione mondiale per la proprietà intellettuale (Wipo) e riuscendo a far eleggere in sua vece il candidato di Singapore Daren Tang.

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IL 5G DI LIGADO SEDUCE I TRUMPIANI (MA NON IL PENTAGONO)

Chissà come andrà a finire negli Usa la querelle sul 5G di Ligado che vede tra i sostenitori due trumpiani di ferro come l’Attorney General William Barr e il Segretario di Stato Mike Pompeo e tra i detrattori un buon numero di ministeri e agenzie federali, tra cui il Pentagono?

Sta di fatto che la bozza di ordine stilata giovedì dal n. 1 della Federal Communications Commission Ajit Pai con la quale si offre a Ligado, la società di satelliti della Virginia già nota come LightSquared, la concessione per istituire il servizio 5G ha già messo in subbuglio Washington.

Gli entusiasti come Barr, che proprio giovedì ha emesso una nota di plauso per la mossa di Pai, o Pompeo, che ha parimenti espresso pubblicamente la propria soddisfazione, sono del parere che grazie a Ligado non solo la rete di quinta generazione negli Usa sarà presto realtà con tutti i benefit connessi (internet delle cose e dintorni), ma si impartirà una bella lezione alla Cina.

Il problema n. 1 è rappresentato però dalla resistenza del Pentagono, dove sono convinti – e l’hanno messo nero su bianco per ben due volte quest’anno – che la mossa metterebbe a repentaglio il sistema GPS, costringendo le forze armate a spendere miliardi di dollari per sostituirne le attrezzature.

E non c’è il solo Pentagono, perché a esprimere resistenza sono state varie branche dell’esecutivo a stelle e strisce inclusi i ministeri dei Trasporti, della Sicurezza Intera e dell’Energia che lo scorso 14 febbraio hanno stilato un memo per rendere note tutte le loro perplessità.

Ma la contrarietà monta anche nel settore privato, dove due Big dell’industria del trasporto aereo come Delta e Southwest hanno fatto causa comune con FedEx e Lockheed Martin e altre aziende Usa per remare insieme contro il progetto della FCC e recapitare per giunta al suo segretario generale una nota nella quale – battendo sul tasto della questione delle interferenze con il segnale GPS –  le chiedono di “negare l’autorizzazione a Ligado”.

A queste obiezioni, tanto Ligado quanto Barr hanno sempre replicato che il problema  non sussiste in quanto – è stato osservato su Twitter – “le onde radio in questione potrebbero ben accoppiarsi con le onde radio nella cosiddetta banda C, che FCC punta a vendere ai vettori wireless a partire da dicembre prossimo”.

Il problema, inoltre, potrebbe essere addomesticato nel momento in cui il governo federale decidesse finalmente di varare la più volte promessa Strategia Nazionale sul 5G e quindi regolamentare una volta per tutte il coordinamento dello spettro delle frequenze – un passaggio indispensabile ma che tarda ad arrivare anche in virtù della mancata nomina da oltre un anno dei vertici della National Telecommunications and Information Administration del Dipartimento del Commercio, ossia proprio l’autorità chiamata a dirimere tali controversie.

La battaglia in ogni caso si preannuncia lunga e senza esclusione di colpi, come ben evidenzia la preoccupata missiva firmata dai vertici della potente Commissione Forze Armate del Senato il 15 aprile e indirizzata alla scrivania del presidente.

Ma nel Congresso Ligado dispone anche di autorevoli supporter tra cui uno dei membri più in vista della Commissione Intelligence del Senato, il democratico Mark Warner, che ha caldeggiato la causa dell’azienda (che sorge nella sua stessa Virginia) e “incoraggia(to la FCC) ad approvare speditamente quella bozza di ordine”.

Ma l’asset più importante su cui Ligado può fare affidamento è lo stesso Barr, che Politico ricorda aver lavorato insieme a Pai ai tempi di Verizon, dove l’AG ricopriva l’incarico di consigliere generale e il presidente dell’epoca era un uomo, Ivan Seidenberg, che oggi siede sulla poltrona più alta della stessa Ligado.

Poco prima di assurgere al rango di ministro della giustizia, Barr lavorava inoltre nello studio legale Kirkland & Ellis che ha difeso più volte Ligado (anche se mai con l’ausilio di Barr)

Chissà dunque se questa vicenda andrà davvero a finire secondo le previsioni di Paul Gallamt, analista di telecomunicazioni per la società di ricerche Cowen, che ritiene che quando si arriverà alla decisione ultima – e quindi alla firma presidenziale – Donald Trump si fiderà dei consigli del “suo uomo” alla FCC.

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I VEICOLI VOLANTI DELL’AIR FORCE

Gli appassionati di letture o film di fantascienza alla “Blade Runner” popolati di veicoli che si libravano nell’aria potrebbero presto vedere queste fantasie trasformarsi in realtà-

Come ci fa sapere la rivista Air Force, tra il 27 aprile e il 1 maggio l’Aviazione Usa organizzerà un evento speciale durante il quale, alla presenza di esponenti del governo e del settore privato, il tema delle auto volanti sarà discusso in lungo e largo con tanto di presentazioni virtuali dei primi esemplari.

Sotto l’etichetta di “Agility Prime”, l’iniziativa mira a coagulare interesse e capitali pubblici e privati per propiziare uno sviluppo tecnologico che rivoluzionerebbe la nostra stessa idea di trasporto.

Alle aziende interessate, l’Aviazione a stelle e strisce metterà a disposizione, oltre che una cospicua dotazione di fondi, anche disegni di modelli di “veicoli a mobilità aerea avanzata” concepiti per essere impiegati in missioni di soccorso o per il pronto intervento in caso di disastri.

I prototipi studiati sinora dall’Air Force vantano un’autonomia di 100 miglia e un’ora di volo e possono viaggiare a velocità superiori alle 100 miglia orarie trasportando da tre a otto persone.

Il primo test è previsto il 17 dicembre e, in caso di successo, il programma prevede di dotarsi entro il 2023 di un certo numero di esemplari di “ORB” (acronimo di “organic resupply bus”).

Ma il vero auspicio dell’Aviazione è di innescare una piccola rivoluzione anche nel settore civile, introducendo nel mercato veicoli il cui costo inizialmente ingente potrà abbattersi man mano che procederà la loro commercializzazione e diffusione.

“Agility Prime – si legge nel documento dell’Air Force – “mira anche a mettere insieme le comunità dell’industria, degli investitori e del governo per stabilire standard di sicurezza e accelerare la commercializzazione di questa tecnologia rivoluzionaria”.

Una tecnologia alla quale, aggiunge il documento, stanno già lavorando “oltre duecento aziende in tutto il mondo”, impegnate a sviluppare prototipi di veicoli a “decollo verticale” che poi “potranno avere una propulsione elettrica non tradizionale o ibrida”, essere con o senza pilota e dunque guidati “da remoto o con controllo autonomo”.