Fonti di Energia Oltre confermano che la premier Giorgia Meloni ha affidato la gestione del rilancio e della vendita del polo siderurgico al suo Capo di Gabinetto
Il dossier dell’Ilva è passato nelle mani del Capo di Gabinetto di Meloni. Il presunto interessamento all’acquisto da parte di una cordata guidata da Eni è fantascienza. La conferma arriva da fonti di Energia Oltre. Perché il braccio destro della premier ha preso in mano il dossier Ilva?
IL DOSSIER ILVA PASSA A CAPUTI
A marzo il dossier Ilva è passato di mano dal Mimit a Palazzo Chigi. Infatti, la premier ha passato la patata bollente del rilancio e della cessione dell’acciaieria al suo Capo di Gabinetto, Gaetano Caputi, come anticipato da il Foglio e confermato da fonti di Energia Oltre.
Una sostituzione che suona come un cambio di passo rispetto alla gestione di Adolfo Urso, il quale dal suo insediamento sulla poltrona di ministro delle Imprese del Made in Italy ha lavorato giorno e notte per risollevare le sorti dell’Ilva. Nonostante il suo impegno, però, Meloni ha deciso di affidare il compito di rilanciare e cedere il polo siderurgico al suo braccio destro. Perché?
PERCHE IL DOSSIER ILVA PASSA A CAPUTI?
Già nel 2023 si sono viste le prime crepe nella strategia Salva-Ilva del Mimit. Mentre il ministro Urso a inizio anno dichiarava l’obiettivo di raggiungere i 6 milioni di tonnellate nel 2024 e tornare a una produzione a pieno regime per garantire la sovranità d’acciaio italiana, il 2023 si è chiuso con una produzione al minimo storico (3 milioni di tonnellate) e l’indotto in rosso. Il 2024 è stato l’anno dello scontro frontale con Arcelor Mittal, che si è rifiutata di ricapitalizzare, spingendo il Governo a decretare l’amministrazione straordinaria per evitare il fallimento industriale.
La goccia che ha fatto traboccare il vaso, però, sono stati i ritardi nella cessione dell’Ilva. A fine 2024, il ministro Urso ha assicurato che l’interesse nei confronti dell’ultimo bando per l’acquisto dell’asset era altissimo e c’era “la fila di player internazionali pronti a rilevare l’Ilva”. Ad oggi, però, la cessione del maggiore polo siderurgico italiano è ancora un rebus. Nel frattempo, si sono susseguiti tavoli di crisi, tecnici e di monitoraggio, senza arrivare mai a dama.
LE ULTIME SULLA TRATTATIVA
La partita per il futuro dell’Ilva è un vero e proprio thriller industriale, un rebus intricato dove ogni mossa nasconde un’insidia. In prima linea restano Jindal e Flacks Group, ma i nodi da sciogliere sono cruciali: i commissari governativi dubitano della reale solidità finanziaria del fondo americano, che tenta il rilancio con un nuovo “tavolo tecnico” con partner d’acciaio. Jindal, invece, si scontra con il muro dei sindacati, sul piede di guerra per la totale assenza di garanzie sui posti di lavoro.
Se questo asse principale dovesse naufragare, Palazzo Chigi è già pronto a calare l’asso nella manica: un piano B ad alta quota che vedrebbe l’italiana Arvedi alleata con la Qatar Investment Authority (o Qatar Steel) e supportata da un colosso finanziario internazionale. Il tutto mentre lo spettro dello “spezzatino” aziendale continua ad aggirarsi sullo sfondo.


