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Italia

Perché l’Italia per l’energia dipende dall’estero più oggi che nel 2021

L’ultimo report realizzato da Terna evidenzia che, nel 2023, l’Italia ha richiesto poco più di 306 Terawattora, di cui circa 142 TWh da fonti non rinnovabili, 112,7 TWh da energia rinnovabile e i restanti 51,3 TWh importati dall’estero

Come sta procedendo il percorso dell’Italia per ridurre la sua dipendenza energetica dall’estero? Come scrive La Verità, il nostro Paese “continua ad avere un problema con l’energia: meno elettricità da fonti tradizionali, più rinnovabili ma, soprattutto, molto più fabbisogno che dipende dall’estero”. L’ultimo report realizzato da Terna evidenzia che, nel 2023, il nostro Paese ha richiesto poco più di 306 Terawattora, di cui circa 142 TWh da fonti non rinnovabili, 112,7 TWh da energia rinnovabile e i restanti 51,3 TWh importati dall’estero. In percentuali sono rispettivamente il 46,5%, il 36,8% e il 16,7%. Nel 2022 la dipendenza dai produttori stranieri era del 13,6% e nel 2021 ancora meno, del 13,4%.

LA DIPENDENZA ENERGETICA DELL’ITALIA SECONDO IL MED & ITALIAN ENERGY REPORT

Lo scorso dicembre, il quinto MED & Italian Energy Report, frutto della sinergia scientifica tra SRM (Centro Studi collegato a Intesa Sanpaolo) e l’ESL@Energy Center del Politecnico di Torino e con la collaborazione della Fondazione Matching Energies, ha rivelato che, in Europa, l’Italia è il Paese con il maggior grado di dipendenza energetica dall’estero, pari al 73,5%. Per fare un confronto, la Francia – che utilizza il nucleare – ha un grado di dipendenza pari al 44,2%.

IL RUOLO DELLE MATERIE PRIME CRITICHE

Il report evidenzia inoltre come l’attuazione della transizione energetica implichi dei rischi geopolitici legati alla necessità di materie prime critiche per le tecnologie green. In questo, un ruolo di primissimo piano lo avranno le materie prime critiche, considerando che, ad esempio, un’auto elettrica contiene 6 volte la quantità di minerali che si utilizzano per costruire un’auto tradizionale.

LA QUESTIONE DELL’ENERGIA IDROELETTRICA

Prima dell’inizio della guerra in Ucraina, eravamo più indipendenti e meno legati agli eventi geopolitici. Ma c’è dell’altro. L’aumento delle rinnovabili è trainato in misura considerevole dall’energia idroelettrica. Il problema è che le norme del pacchetto liberalizzazioni approvate dal governo Draghi prevedono che le concessioni idroelettriche vadano a gara, un sistema che fa dell’Italia un unicum tra i Paesi dell’Unione europea.

LE CONCESSIONI IDROELETTRICHE E IL RAPPORTO DI ADEGUATEZZA DI TERNA

Negli altri Paesi, infatti, le concessioni idroelettriche sono gestite direttamente dallo Stato. Nel nostro Paese, invece, presto andranno a gara due grossi bandi, e c’è un forte rischio che finiscano in mani straniere. Un rischio che, secondo Terna, non possiamo permetterci. Nel suo “Rapporto di adeguatezza 2023”, l’operatore di reti spiega che cos’è e l’importanza del cosiddetto “margine di adeguatezza”, ovvero un valore matematico tra la somma della capacità di generazione elettrica disponibile, il livello di importazione dalle aree limitrofe e il fabbisogno aumentato della necessaria riserva terziaria. Il picco storico negativo di questo valore è stato toccato nel luglio 2022, quando raggiunse gli zero gigawatt, mentre nel 2023 siamo risaliti a 2,3 GW.

IL CALO DEI CONSUMI E I LIMITI DELLE RINNOVABILI

Un miglioramento dovuto però non ad un merito, ma in ragione del fatto che i consumi italiani sono scesi drasticamente. La richiesta di energia sulla rete è diminuita del 2,8% rispetto al 2022 e addirittura del 4,3 rispetto al 2021. Le industrie consumano meno, il clima è stato mite e l’estate meno calda. Se quest’anno questi ultimi due fattori si invertissero, avremmo un margine di adeguatezza negativo. Inoltre, la diminuzione dell’energia termica e dell’utilizzo di gas e di altre fonti non rinnovabili tira in ballo la questione della continuità e stabilità dei flussi energetici. Le rinnovabili, infatti, non si accumulano e non danno garanzie in caso di picchi. Le garanzie arrivano dalle fonti energetiche tradizionali. L’Italia, dopo gli ingenti interventi dell’Unione europea per distaccarsi dal gas russo, è più instabile, ma se la produzione industriale tornerà a crescere, non possiamo escludere la possibilità di avere delle difficoltà sul fronte energetico.

INVESTIRE NELLE INFRASTRUTTURE

Ecco perché, nell’immediato futuro, sarà fondamentale investire su nuove infrastrutture, ma rispettando il criterio della sovranità energetica. Ieri Terna ha diffuso i dati sugli investimenti: nel 2023 il Ministero dell’Ambiente e gli assessorati regionali hanno autorizzato 23 interventi per lo sviluppo della rete elettrica nazionale, per un valore complessivo di oltre 3 miliardi di euro. Un fattore positivo, ma bisognerà investire su nuove infrastrutture, che rafforzino le fonti non rinnovabili e la nostra produzione energetica. Altrimenti, una nuova crisi (geopolitica, climatica o di altro genere) potrebbe avere ripercussioni durissime sulla nostra economia.

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