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ambiente eolico

Perché, senza una tariffa vera, l’eolico rischia di restare al palo

L’ANEV “non chiede un regalo al settore eolico, chiede che il ritorno economico riconosciuto in asta sia almeno comparabile a quello di settori analoghi, altrimenti il capitale, che è mobile e ha alternative, andrà altrove”

Il 18 giugno scorso il Ministro Gilberto Pichetto Fratin ha firmato il decreto FER X definitivo. Dopo mesi di attesa e il via libera della Commissione Europea dell’8 giugno, il provvedimento mette a terra 37,15 GW di nuova capacità rinnovabile, di cui 16,5 GW di eolico riservati alle procedure competitive.

Come scrive sulla rivista “Il Pianeta Terra” il presidente di ANEV Simone Togni, “è una buona notizia, ma da sola non basta: la prima asta, attesa in autunno, dirà se il nuovo meccanismo ha imparato la lezione del FERX transitorio o se ripeterà lo stesso errore. Perché di errore si è trattato”.

Nelle procedure del 2025 l’eolico aveva un contingente fino a 4 GW: ne sono stati aggiudicati appena 0,9 GW, poco più di un quarto del potenziale atteso. Il resto è andato deserto o non competitivo. Il prezzo medio di aggiudicazione si è fermato a 72,9 €/MWh, con un massimo di 77,7 €/MWh: un livello semplicemente incapace di coprire i costi reali di un nuovo impianto onshore in Italia. Non è mancato l’interesse degli operatori, è mancata una base d’asta credibile.

OBIETTIVO: ALMENO 1,5 GW

Questo è il punto da cui ripartire con il FERX definitivo. La prima procedura competitiva dedicata all’eolico deve aggiudicare almeno 1,5 GW, è la soglia minima sotto la quale il segnale al mercato resterebbe quello di un’asta ancora punitiva, incapace di correggere la traiettoria che allontana l’Italia dal target PNIEC.

Il Piano prevede 28,1 GW di eolico al 2030, di cui 2,1 offshore: servono quindi circa 16 GW onshore in due anni. Considerando che negli ultimi cinque anni il ritmo medio è stato di 0,5 GW/anno, seppur con un trend di crescita positivo, serve cambiare il passo velocemente. Un’asta che assegni di nuovo solo qualche centinaio di MW non è un’accelerazione, è un’altra occasione persa di cui ci potremmo pentire amaramente.

LA TARIFFA DELL’EOLICO DEVE RIFLETTERE I COSTI VERI

Perché l’eolico torni a rispondere, la tariffa deve riflettere i costi veri, non un valore di comodo per il bilancio dello Stato. Il confronto europeo aiuta a fissare l’ordine di grandezza, ma va letto con cautela. In Germania i volumi sono record (14,4 GW nel 2025), con prezzi intorno a 61 €/MWh e con meccanismi di aggiustamento molto generosi che si applicano ai siti meno ventosi. Nel Regno Unito l’onshore si aggiudica a circa 84 €/MWh, mentre in Francia le ultime aste onshore restano competitive intorno a 88 €/MWh.

Ogni Paese ha condizioni di rete, autorizzazione e finanziamento diverse: replicare meccanicamente uno di questi numeri in Italia significherebbe sbagliare. Ad esempio, le nostre tariffe sono fisse, mentre quasi tutti gli altri Paesi europei fissano un prezzo minimo garantito, che quindi lascia all’operatore l’upside.

I COSTI DELL’EOLICO ONSHORE IN ITALIA

Il punto comunque è: quanto costa davvero sviluppare eolico onshore in Italia oggi? Partendo da un benchmark europeo di riferimento intorno a 75 €/MWh, due fattori tutti del nostro Paese spingono verso l’alto la tariffa necessaria. Il primo sono gli iter autorizzativi: da noi durano in media 5 anni, contro i 2,5 del resto d’Europa, che si traduce direttamente in maggiori costi di sviluppo e di finanziamento, quantificabili in un +20%. Il secondo è il costo delle connessioni alla rete, appesantito dalla normativa sulla saturazione virtuale, che impone modifiche costose ai progetti: un ulteriore +10%.

Sommando questi due elementi, il costo-obiettivo per l’Italia si porta a circa 95 €/MWh. Non è un numero ideologico, è la fotografia di quanto costa davvero costruire un parco eolico, con questa burocrazia e questi tempi. Per questo una tariffa media di aggiudicazione che non raggiunga almeno 90 €/MWh rischia di riprodurre esattamente il fallimento del 2025: prezzi troppo bassi, operatori strutturati che rinunciano a partecipare perché il margine non regge il finanziamento del progetto e un contingente che resta in larga parte inevaso.

Non chiediamo un regalo al settore eolico, chiediamo che il ritorno economico riconosciuto in asta sia almeno comparabile a quello di settori analoghi, altrimenti il capitale – che è mobile e ha alternative – andrà altrove.

IL COSTO REALE PER LE BOLLETTE

C’è poi un argomento che dovrebbe pesare più di ogni altro nella valutazione del Governo: il costo reale per le bollette. Il prezzo dell’energia elettrica in Italia oggi non è un’anomalia temporanea. Il PUN ha viaggiato per gran parte del 2026 sopra i 115-120 €/MWh, con punte anche superiori nei mesi più tesi sul fronte geopolitico, e negli ultimi tre anni la media è stata di circa 117 €/MWh.

Con un Contratto per Differenza a due vie, una tariffa di aggiudicazione fissata a 90-95 €/MWh non è un costo per il sistema, è una protezione. Quando il prezzo di mercato supera la tariffa contrattualizzata, come sta avvenendo sistematicamente, è il produttore a restituire la differenza al sistema, non il contrario. Più MW aggiudicati a un prezzo fisso sotto il PUN corrente, più risparmio strutturale in bolletta.

L’EOLICO COME LEVA CONCRETA PER ABBASSARE LE BOLLETTE

Ecco perché il traguardo non può fermarsi alla singola asta. Se il FERX definitivo riuscisse a mettere a terra almeno 10 GW di nuova potenza eolica entro il 2027, contrattualizzati a una tariffa intorno ai 90 €/MWh, l’effetto combinato sarebbe duplice: si comincerebbe finalmente a colmare il divario con gli obiettivi 2030 e si genererebbe un cuscinetto stabile capace di attutire la volatilità che oggi pesa su famiglie e imprese. È una scelta che conviene al Paese, prima ancora che al settore.

Il decreto è firmato, le regole operative sono in lavorazione, la prima asta è alle porte. Ora, la partita si gioca sui numeri: un prezzo di riferimento tarato sui costi reali o un’altra occasione bruciata, come nel 2025. Il Governo ha davanti la scelta se fare dell’eolico onshore una leva concreta per abbassare le bollette, oppure lasciare che l’ennesima asta risparmi pochi euro sulla carta e ne costi molti di più agli italiani in bolletta.

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