La strategia americana per il petrolio colpisce il regime castrista e riabilita il Venezuela. Per l’Italia si apre un corridoio industriale, ma a costo di una maggiore dipendenza dalla Casa Bianca
La temperatura sale nel Mar dei Caraibi mentre la strategia del petrolio di Trump assume contorni sempre più netti. Dopo il “sequestro” politico di Nicolás Maduro, il Presidente USA Donald Trump ha calato l’asso, dichiarando l’emergenza nazionale contro Cuba. La progressiva chiusura dei rubinetti venezuelani espone Cuba al rischio del collasso totale del sistema elettrico e dei trasporti entro 20 giorni. Intanto, l’Italia resta alla finestra.
PETROLIO, PERCHE’ LA RIFORMA DEL VENEZUELA E’ UN’OPPORTUNITA’ PER L’ITALIA
L’Assemblea Nazionale del Venezuela ha approvato la riforma della legge sugli idrocarburi. Una norma che decreta la fine dell’era Chàvez aprendo alla privatizzazione dei giacimenti, alle partnership internazionali e all’arbitrato estero. L’apertura dei giacimenti venezuelani è un segnale per Eni. Il Cane a Sei Zampe ha una presenza storica nel Paese e l’introduzione di arbitrati internazionali e la riduzione delle imposte introdotte dalla norma venezuelana rende gli investimenti nel bacino dell’Orinoco molto più appetibili e sicuri rispetto al passato. Tuttavia, la competizione con le big tech e oil americane sarà feroce e molto dipenderà dai rapporti diplomatici tra Italia e Usa.
Inoltre, la “privatizzazione” del petrolio promossa da Caracas potrebbe riaprire linee di credito e commesse per le nostre medie imprese dell’ingegneria e della componentistica, a patto di muoversi in un quadro di legalità internazionale garantito dalla revoca delle sanzioni. Infatti, se il Paese vuole tornare a produrre oltre un milione di barili al giorno avrà bisogno di ammodernare infrastrutture fatiscenti. Infine, un Venezuela a pieno regime sul mercato globale contribuisce a stabilizzare i prezzi del greggio, portando benefici indiretti per l’economia italiana. Tuttavia, la dipendenza diplomatica da Trump per l’accesso a queste risorse sposta l’asse della sicurezza energetica europea sempre più verso le decisioni della Casa Bianca.
TRUMP ALZA LA PRESSIONE SU CUBA PER IL PETROLIO
In risposta alla riforma venezuelana degli idrocarburi, Trump ha revocato parte delle sanzioni petrolifere su Caracas. L’obiettivo è accaparrarsi il petrolio che fino a pochi mesi fa alimentava il fabbisogno energetico di Cuba, assestando al tempo stesso una stoccata al regime castrista. Una mossa di geopolitica dell’energia allo stato puro. Al tempo stesso, il tycoon ha accusato l’isola di destabilizzare la regione caraibica e di fare da ponte per Russia, Cina e Iran. Un attacco combinato che rischia di lasciare Cuba al buio nel giro di venti giorni. Infatti, l’Isola ha un fabbisogno di 110.000 barili al giorno e una produzione interna ferma a 40.000. In altre parole, dipende totalmente dall’import. I flussi di petrolio dal Venezuela si sono progressivamente prosciugati dopo il cambio politico di rotta nel Paese. Anche il Messico ha tagliato le forniture di petrolio all’Isola, sotto il ricatto dei dazi di Trump: a gennaio, da Città del Messico sono arrivati appena 3.000 barili al giorno (erano 12.000 nel 2025). Attualmente, le riserve di greggio stimate basterebbero per coprire il fabbisogno di energetica di Cuba per appena 20 giorni.
L’EFFETTO DOMINO SULLE IMPRESE ITALIANE A CUBA
La pressione di Trump su Cuba mette a rischio le imprese italiane ancora attive a Cuba, specialmente nel turismo e nell’energia rinnovabile. Infatti, la strategia del tycoon non contempla solo il petrolio, ma tutto l’indotto economico. Le aziende italiane con interessi negli USA potrebbero trovarsi di fronte al dilemma se mantenere le attività a Cuba rischiando ritorsioni americane o abbandonare l’isola per non compromettere il mercato statunitense.

